Il popolo si radunava da tutte le parti.

Più giù da Mercato vecchio due ribaldi s'azzuffarono per questa cagione: «A te duole il caro del vino: e io dico a te che il vino quand'è caro, si cionca meglio, e meglio accosta, e dà meno al capo, e fa più a bell'agio pensare alle misericordie del duca signore nostro.»

E l'altro ribaldo: «Chi nega le misericordie del duca? Tristo che tu se'; tu mi vuo' mettere a capelli con sere Giulio d'Assisi: ma io mi vo' prima accapigliare un po' teco.»

E s'acciuffavano, e si voltolavano nel rigagnolo. La gente accorreva.

Quand'ecco un grido all'armi! uscir d'una casa vicina, poi dall'opposta contrada, lontano, un altro grido, e altri da tutte le bande; e la città ne fu piena, come del suono d'una campana in notte tranquilla. Chi aveva già chiuse le botteghe, e ripeteva all'armi! correndo; chi s'avacciava a chiudere: gli operai studiavano il passo, ciascuno verso la contrada propria: e già vedevasi qualche drappello a cavallo o a piedi correre la terra a furore. Que' dalle vie chiamavano i compagni dalle case, scendessero. Le grida si mescolavan per l'aria, come strali in dì di battaglia. Delle case de' nobili e de' popolani, e fin delle umili casupole uscivano spiegate le bandiere dell'arme del popolo: croce vermiglia in campo bianco, quali col rastrello del re, quali senza. Poi 'l giglio rosso. Le bandiere del duca, buttate dalle finestre, la ragazzaglia strascinava per la mota e nel sangue delle beccherie; e gridavano: «Muoja il duca e' suoi seguaci! viva il popolo e Comune di Fiorenza!» Le donne dalle finestre viva ripetevano e muoja; e gittavano chi al marito chi al padre una bandiera o una lancia. Altre inginocchiate a pregare, interrompevano per affacciarsi a gridare: muoja. Le vie in un momento furono fitte di gente, come formiche che s'affaccendino al venir della pioggia. Più dolce pareva a tutti l'eco della battaglia che il sorriso de' figliuoli e il sedersi al foco nel verno. Siccome la fiamma che, già più anni, appiccata da uno degli Abati, si stese impetuosa nel cuore della città, e arse i palagi, le torri, il tesoro, la mercatanzia, così fece (ma a salute di Fiorenza) quell'impeto di guerra che da Santa Croce volò a San Friano, quasi portato dal vento. E già, ciascuno sotto il gonfalone di sua contrada, tutti erano in ordinanza; e sotto il peso dell'armi andavano leggieri come sotto il sajo cittadino; sebbene operai o mercanti, già dotti con le tese lance a rompere gli usberghi nemici.

Gli Adimari, che molti erano, pe' cinque sesti correvano cavalcando a ordinare le difese e gli assalti: degli altri congiurati ciascuno provvedeva alla contrada sua. I Medici erano anch'essi usciti di sotterra; parte mossi da vergogna, parte per voglia di vendicare Giovanni consorte loro, un anno fa giudicato a morte dal duca (chè le proprie offese, al più de' ricchi e de' grandi dolevano, non le altrui). Dico che i Medici, già timidi, ora si mostravano baldanzosi; e chi del volgo badava un po', percotevano con la lancia. Ad ogni capo di via cominciavano a essere messe le sbarre; e dall'alto delle sbarre si rispondevano i cenni dall'un capo all'altro della città.

La gente del duca al rumore s'armano in fretta, e vanno alla piazza, come corvi che volano al covo sotto il battere di pioggia grandinosa, e sentono sopra 'l capo il muggito de' tuoni. E' correvano al duca: i meglio intendenti di dardi ponevansi alle finestre del palagio: i combattenti a cavallo, giù nella piazza. Ma prima di giungere quivi, molti eran presi; chi briaco; a chi un fanciullo teneva il destro piede mentre l'altro posava già sulla staffa; ad altri saltavano sopra improvvisi, e legavano, e svestivano dello splendido ferro. Altri colto allo svoltare de' canti: l'impeto audace a lui si volgeva in tremore pallido, come chi andando ne' monti, vede una serpe, e nell'arretrarsi d'un salto, già sente il morso. I destrieri de' presi, tutto che correnti a furia, erano da' Fiorentini, abili alle corse de' palii, agevolmente fermati. Poi tutt'a un tratto aprivansi e chiudevansi i serragli delle vie, dove molti rimanevano acchiappati come volpi in tagliuola, e forati con le proprie armi. Taluni, per malattia o per viltà o per indugio, rimasi negli alloggiamenti, eran colti come falchi nel nidio, e fattone ludibrio: altri pochi nelle case delle amiche, segnate già dall'odio pubblico; e le donne infelici, o di plebe o gentili, oltraggiate. Intorno al palazzo, là dove il vespajo francese era più gremito, più molte le prede: ma dalle porte dei Francesi reputati non tristi, il popolo passava in silenzio. Uno tra' più boriosi e più matti di donne, trovarono con le insegne di cavaliere, adorno le armi di molt'oro, accucciolato sotto un letto; lo presero per una gamba, e gettarono sulle labarde d'un drappello che passa. Ad altro, bugiardo millantatore d'amorose vittorie, un magnano, preso un tizzo, e agguantato lui per la barba, gliel'appicciò come cero, e ne trasse fumo e puzzo, quasi di majale arrostito. Molti un quadrello fermò a mezza via: dietro a taluni, i cavalieri più snelli cacciavano il destriero fumante, lanciavano di lontano le picche, e scavallatigli, non degnavano di finirli. Spesso a chi stava per chiamare pietà, il ferro va a tagliar la parola giù nella strozza: altri morendo gridavano viva il duca! altri a cui la viltà dava speranze bugiarde fino nell'agonia: «Viva il popolo di Fiorenza!» Dinanzi a un Borgognone gigante, coperto lo scudo di pelle di tigre, e palleggiante la grossa asta con grido di minaccia, fuggiva la gente: ma un conciatore di cuoi armato di falce gli venne alle spalle, e azzeccatolo alle giunture dell'armatura tra il collo e il capo, glielo recise di netto. Il busto a manca, a destra la lancia, il capo nell'elmo ruzzolò tra i piedi al cavallo. Due fiorenti giovanetti gemelli, cresciuti al lieto sole di Provenza, coperti di scudo con punta dorata, cesellato all'intorno con fine lavoro, cavalcanti due bianche cavalle uguali a capello, correvano a visiera levata, quando due frecce li colsero a un punto, e caddero morti. Le donne misero un grido di compassione; ma due del popolo, afferrate le cavalle fuggenti, esclamarono: «Grazie al buon duca del dono! E viva il popolo di Fiorenza!»


Nè soli Francesi traevano a soccorso del duca: de' Fiorentini venivano i favoreggiati da lui, de' Peruzzi, degli Antellesi, de' Buonaccorsi, degli Acciaiuoli, Giannozzo Cavalcanti e consorti, Uguccione Buondelmonte co' suoi: poi scardassieri e beccai. Ma vista la marea del popolo venir risonante, come naviganti in porto malsicuro che temono il fiotto non li sospinga nell'alto, impallidirono. Quel dell'Antella guardava al Buonaccorsi: e volevan parlare, e non sapevano che. Andarsene non osavano: e tra i Borgognoni qua e là schierati passeggiavano la piazza, come oziosi aspettanti. Altri, impacciati nelle armi, quasi uomo che, vestito di rosso, passi accanto a toro furioso; altri appoggiati ai lunghi scudi o alle lance. Ora s'affacciavano all'un capo or all'altro delle vie; ma il rumore nemico imperversava. Il Buondelmonti si teneva più presso all'antiporto del palagio, per istrisciarvi dentro a rifugio. Gli scardassieri gridavano: Viva lo signore lo duca! ma grida stracche, e come favilla in istrame fradicio. I beccai bestemmiavano: e ai nobili confortanti a gridare e a fare, dicevano villania. Taddeo Peruzzi, uomo grosso della persona, ma pochino dell'anima, smontato di cavallo per iscappare più quatto, e appoggiata al muro la lancia, entrava in grave ragionamento con uno scardassiere, per appurare la verità delle cose.

—Domine, che trambusto!