—Non è egli vero, messere? I' ho fatto il debito mio: sono accorso con questo partigianone che vedete qui: e se fossi meglio in arnese, e quale siete voi, farei forse maggiori cose. Ma io sono un povero scardassiere: cinque figliuoli, e moglie gravida: morto me, chi ci pensa? Eccoli, vengono da questa banda.»

E perchè Taddeo Peruzzi si teneva stretto al braccio dello scardassiere: «Oh lasciatemi, messere; i' son più lesto di voi.

—No no, i' vo' difenderti.

—Non vedete voi che i cavalli ci vengono addosso? Se io in dì di pace m'avviticchiassi al braccio vostro, che fareste voi? Mi dareste d'uno spunzone ne' fianchi, e vi sferrereste da me.»

E datogli d'uno spintone, lo cacciò a terra, quasi fantoccio di cenci, vestito d'armi. Che se un beccaio non era che lo rilevasse, i cavalli di Francia, non meno sconoscenti del duca, facevano di Taddeo Peruzzi assai tristo governo.

La piena cresceva: e il pericolo batteva le larghe ali su queste schiere e su quelle, serrate in ordine, sicchè poco terreno era in mezzo. Il sole che dava su le belle armi, già mostrava il rosso del sangue; e già dal palazzo cadeva una pioggia ferrea di saette. Allora ai devoti del duca la paura mise nell'animo il senno e il rimorso: e pensando non essere onesta cosa servire a signore abietto e perdente o presso a perdere, si ritiravano animosamente. Uguccione Buondelmonti picchiò, ed entrò piccino nel palagio, come lumaca nel guscio: il Buonaccorsi svignò da Mercato nuovo: de' Peruzzi e degli Antellesi, alcuni rimasero rinvolti nella calca, come anatrini in un ghiomo di lana, e volgevano un sorriso stupido ad uno artefice, o una parola senza senso a colui che or ora li aveva visti ducali. Qualche scardassiere, inteso che le grida «viva Fiorenza» rinforzavano, gridò più forte di tutti: viva Fiorenza! Qualche beccaio si mise tra' Borgognoni: e (perchè non sempre in opera vile è viltà) combattè fino a morte.


In altra maniera esercitava il coraggio messere Giannozzo Cavalcanti, parlatore valido, e simile a cicala che, su una ghiova polverosa, striscia dal ventre la lunga querela. Il quale nelle molte parole compiaceva mirabilmente a sè stesso, e tra non pochi dei grandi aveva assai benevoli ascoltatori. E ora in Mercato nuovo dinanzi alle sue case, montato su un desco di beccaio, gridava: «Popolo che m'ascoltate, vo' siete ingannati, e in molto misero modo ingannati. A' benefizii del magnifico principe che, da lontane terre venendo, e abbandonando gli splendori della corte francese, e gl'amplissimi suoi dominii di Grecia e di Puglia, scende fino a voi, e degna tenere il freno di questa imbizzarrita repubblica, deh con qual nera sconoscenza, o cittadini improvidi, rispondete? E non considerate voi che l'egregio duca d'Atene e conte di Brenna, è, per altissimo giudizio di Dio, nato di reale prosapia, e al governo della bellissima ed ingratissima città di Fiorenza predestinato? Non rammentate come noi spesse volte abbiamo desiderata la mano d'un principe che reggesse il vacillante stato nostro, e non sempre l'abbiamo (colpa de' nostri peccati orribili) ritrovata? E non pensate che se un principe del Francese lignaggio noi serbiamo col debito onore nel seno del Comune nostro, i soccorsi della real casa di Francia saranno sempre alle necessità nostre pronti e preparati, e il giglio dell'Arno coi gigli della Senna in bellissimi modi s'innesterà, e la nostra grandezza immobilmente starà?»

(Qui messere Giannozzo, tesa la mano di forza per dipingere l'immobilità, poco mancò non sdrucciolasse dal desco.)