«Or alla novella di tanto indegnissima ribellione, che dirà la real casa di Francia della infelice e matta repubblica Fiorentina? Quest'è un volere, o cittadini, diffamare in perpetuo il reggimento a comune, e il nome fiorentino di macchia turpissima contaminare.»

E perchè non gli davano mente, e messere Giannozzo, ansimando più e più: «Popolo che passate, attendete e vedete se è maraviglia e rammarico simile alla maraviglia e al rammarico miei. Tante grazie dalla larghezza del duca in voi versate, tante inimicizie conciliate, tante turbolenze che, senza il suo forte e fortemente soave reggimento, sarebbero pullulate, voi tenete adunque, o Fiorentini improvvidi, per niente? Che se gravezze sono, e quando non furono? Ma poichè a pagarle siete bastati finora, di che vi dolete? Perchè guaite? E se alcune rigide giustizie d'ora in ora son fatte, or come senza il terror della pena contenere popolo di sì dura cervice e di sì mobile ingegno come il popolo fiorentino è? E se giustizie son fatte, non son esse forse consigliate e operate da degne menti e da degne mani di uomini italiani fratelli vostri, e per virtù provata ben cogniti al mondo? E tutto quanto dal magnifico duca è deliberato, non ricev'egli il suggello della sapienza e santità di cinque vescovi di Chiesa Santa? Nè voglio mi rechiate in contrario l'esempio del non meno santo e sapiente vescovo nostro: perchè la ragione e l'esperienza c'insegnano che cinque è più d'uno. O se dubbio vi nasce intorno a questo argomento, perchè non ricorriamo all'oracolo della sede apostolica, e, intanto che la risposta viene, non lasciam libera al duca l'autorità che gli abbiamo, per vallate carte e di mano di molti notai, confidata? Egli, il romano pontefice vi dirà che la ribellione è cosa in istrano modo spiacente al Re mansueto: egli dirà che alle moltitudini non ispetta giudicare la bontà degli uomini che governano, siccome quelle che a ciò non sono nè da Dio chiamate, nè da natura fatte, nè dall'arte degli uomini periti educate: egli dirà che a mal signore (se malo è) succede sovente signore pessimo, e ad uno cento, in pena della colpevole impazienza de' popoli tracotanti. Deh non crediate alle parole che i messi di Satana vengono tra voi, nelle loro tenebrose conventicole, seminando. Considerate il pericolo che per la presente perturbazione sovrasta ai dugento, nel palagio adunati: considerate il pericolo che a tutti voi, matti Fiorentini, sovrasta; e prima che l'ira di Dio e del magnifico duca ci colga, sonate le campane, umiliatevi a' piedi d'entrambi, e da questo e da quello misericordia implorate. Già sento il tuono muggire; già veggo la folgore con ispaventevole suono scendere. Ma voi, popolo perverso e dannato, non mi ascoltate: oh vergogna, oh sventura, oh peccato! E il sole v'illumina, e la terra tuttavia vi sostenta?»

In questo dire, messere Giannozzo Cavalcanti gentiluomo, fallitogli un piede, dal desco del beccaio, bisunto di tutta sorta lotume, sdrucciolò per le terre. E nessuno ne rise, perchè 'l popolo fiorentino badavano ad altra cosa.


Allo strepito delle turbe incalzanti, e al suono delle cennamelle e delle trombe e delle campane incitanti i cittadini a combattere, sentì Rinaldo d'Altavilla serrarsi il pericolo addosso a' suoi. E sebbene egli tenesse in palagio un suo valletto da averne ogni novità, massime se ad Antonio Adimari si preparava sinistro; credette pure dover salire quelle scale, da molto tempo a lui disusate, per giovar di consiglio e d'intercessione gli uomini del suo paese, tutto che indegni. E' s'armava. Matilde, che fra lo scompiglio comune stavasi nelle case incustodita, dalle finestre rimpetto lo vide allacciarsi l'usbergo: e, portata da un impeto prepotente, scese le scale, traversò la via, fu a lui. Con le braccia distese, e, quasi vinta, gettandosi sopra una sedia: «Oh rimanete, esclamò, rimanete, signore!»

Qual fosse più attonito, ella del trovarsi là prima con la persona che col volere, o egli del vedervela, non so dire. Ma la fanciulla, alla quale il silenzio accresceva la confusione: «Non combattete i miei; non affrontate, o signore, il pericolo. Nella vita loro e nella vostra, è la mia. Abbiate misericordia della mia giovane vita.

—Matilde, e voi mi credete così cattivo? In tale stima avete voi il conte d'Altavilla, che v'ama?

—E perchè dunque quest'armi?

—Per difendere Antonio degli Adimari, per reggere i vinti di qual parte siano.

—Le mie preghiere e di mia madre, e l'angelo suo lo guarderanno mio padre: ma perchè volontario darvi, voi, nel pericolo, e raddoppiare senza pro i miei terrori? Che potreste voi fare per esso, che Dio non possa? Non vedete il popolo accorrere da tutti i lati? S'egli nol libera; pensa, voi.»