Fra queste parole Rinaldo guardava confuso alla fanciulla, in cui l'amore d'elezione velava per poco l'amor di natura: e non sapendo nè che si dire nè dove posare le mani, le metteva nelle piume dell'elmo, e librava in aria il suo peso, poi lo lasciava cader grave e sonante.

Ed essa: «Ecco il vostro linguaggio, il trastullo vostro e la gloria: le armi, sempre le armi.

—Oh Matilde, io conosco ben altro linguaggio, ben altra gloria; e mercè vostra. Vostro dono è se l'anima mia s'è levata sopra le anime gravi di ferro e brutte di sangue, degli uomini che mi stanno d'intorno. Chi se non voi mi fece in prima accorto della viltà di servire a signore indegno; chi mi staccò da Gualtieri, come le labbra del bambino si divezzano dal latte di madre non sana? Voi, buona, spiraste uno spirito nuovo in me.

—Io non so che rispondere a queste parole; ma di sola una cosa vi prego: restiate. Slacciate cotesto usbergo; e se qualcuno vi piace difendere, difendete me che son sola.

—Il popolo di Fiorenza, e l'arme de' miei famigliari, fanciulla, difenderanno voi; ma la mia presenza è debita ad Antonio Adimari. Il cuore, o Matilde, non vi dic'egli che quando un padre sta sotto l'ira irritata dei tristi, ogn'altro timore è peccato?

—Voi dite vero, signore, e m'insegnate a arrossire di me. Che sono diventata io mai? Non più cittadina nè figlia. Dunque mio padre è in pericolo? Dite per pietà: la certezza mi darà coraggio e rimorso.

—Infelice, tu non potresti intendere quel ch'io direi: e buon per te.

—Una promessa almeno, o Rinaldo: che non combatterete contro il popolo mio.

—Giuro.

—Che, salvo il padre mio, tornerete a noi.