«Oramai la signoria del Comune, o Fiorentini, è vacante; chè nessuno è che non vegga il duca d'Atene già fuori delle nostre porte, e non voglia, prima che il suo imperio, la morte. Onde bisogna provvedere alle necessità del Comune, e scegliere uomini a' quali sia data balìa di riformare la terra infinattanto che il popolo radunato manifesti in solenne modo la sua volontà. Io, cittadini, salva l'approvazione vostra, proporrei che a quattordici di numero fosse data essa balìa, tolti da tutti i sesti, e più dai più popolosi: e direi che, siccome fecero i nostri maggiori, i quali in altra simile riformagione nominarono dodici cittadini, due per sesto, un de' grandi, uno de' popolani; e noi similmente eleggessimo de' popolani sette, e sette de' grandi.»
Tutti dissero ch'era bene. Allora il vescovo propose a uno a uno i nomi che seguono, e ad ogni nome tutti di grande accordo rispondevano: sì; perchè già il vescovo non proponeva persona, che non fosse sicuro del consentimento comune. Nominò d'Oltrarno Rodolfo de' Bardi, Sandro di Cenni de' Biliotti, Pino de' Rossi; di San Piero Scheraggio, Filippo Magalotti, Giannozzo Cavalcanti, Simone Peruzzi; di Borgo Santo Apostolo, Giovanni Gianfigliazzi e Bindo Altoviti; di San Brancazio, Testa Tornaquinci e Marco degli Strozzi; di Porta del Duomo, Bindo della Tosa e Francesco de' Medici; di Porta San Piero, Bartolo de' Ricci, Talano degli Adimari. Nessuno quasi tra gli eletti era stato de' capi delle congiure, e poco avevano operato i più per la sconfitta del duca; anzi taluni o nel forte della congiurazione nascostisi, o dato segno d'animo titubante o d'avverso. Ma i buoni cittadini di Fiorenza pensarono, gli uomini accomodati al congiurare rado essere idonei al governare; pensarono, la balìa data ai men caldi essere indizio di confidenza che il Comune poneva in essi, e pegno di concordia, e spezzare ogni vincolo tra loro e 'l tiranno; pensarono che nel frammischiare alcuno uomo incerto, ma non tristo, a molti sicuri, era pericolo minore che nello escludere in tutto quella gente dalla somma delle cose: e pensarono che la fortuna mutata a favore della repubblica inspirerebbe nei più tiepidi nuovo ardore d'affetto. Assentiti per tanto i quattordici, il vescovo disse:
«Resta ora che si deliberi a chi affidare la podestà.» Alla quale proposta tutti quasi a una voce nominarono il conte Simone da Battifolle: ma il buon vecchio levandosi prese a dire:
«Io vi ringrazio, o cittadini di Fiorenza, di questa fiducia che in me ponete: e se la intenzione buona valesse, parrebbemi non n'essere in tutto immeritevole: ma vi dico che senza estrema necessità non saprei risolvermi a fare uffizio di giustiziere in questa terra dove non altra memoria vorrei rimanesse che della riverenza e dell'amor mio verso tutti e ciascuno de' suoi cittadini. Perchè, laddove tu debba condannare od assolvere, rado è che tu possa fuggire l'odio o 'l sospetto; e quando pure l'animo intero non fallisse mai, può fallire la scienza e la pratica delle cose. Nè questa mia canizie, ch'io ho fino ai tardi anni serbata pura d'odio e di sospetto, vorrei, Fiorentini, pur con un fallo d'ignoranza macchiare. Poi, dell'ancor muggente tempesta non può che non rimanga una lunga e faticosa marea, durante la quale non sarebbe delle mie forze sedere dì e notte al governo. E quanto maggiori cose voi v'aspettate, o buoni cittadini, dall'opera mia, tanto il vedervene, senza mia colpa, ingannati, mi vi farebbe odioso o sospetto. Però vi prego vogliate lasciarmi sicura fino alla morte la ricchezza della mia pace e dell'amore vostro.»
Così parlava il buon vecchio: e i cittadini, dolenti del niego, pure assentivano. Proposesi di chiamare a podestà Giovanni marchese di Valiano; creare intanto sei luogotenenti, tre grandi, tre popolani, un per sesto: Napo degli Spini, Berto de' Frescobaldi, Paolo Bordoni, Taddeo dell'Antella, Antonio di Lando degli Albizzi e il cavaliere Francesco Brunelleschi: al quale il Comune per tal modo significava aver preso in grado il suo pentimento. E sei n'elessero, acciocchè di più fosse insieme adunato il senno, tra più divise le cure e le odiosità in quel difficile tempo. Eglino stettero nel palagio del podestà con dugento fanti pratesi per guardia: onore che Fiorenza intendeva rendere al buon zelo della terra di Prato. E tennero ragione sommaria di ruberie e violenze; e s'ingegnavano di medicare le piaghe della straniera insolenza.
Ma prima che l'adunanza si sciogliesse, il vescovo disse ancora: «A tutti voi, cittadini, è noto come parecchie e terre e città, già soggette al nostro Comune, ribellandosi alla signoria del duca, se stesse rivendicarono in piena libertà: del qual danno non è questo il tempo di prendere o rammarico o ira, noi, occupati da gaudio sì grande e da più prossima cura. Ma questo io vorrei fermato sin d'ora: che non per via di vendette violente a noi convenga ripetere i contesi diritti, e questa nostra libertà, per divino benefizio rinata, battezzare in sangue fraterno. Le città già nostre, abbiamoci, anzichè nemiche, consorti e sorelle: e se con la potenza e col senno la repubblica fiorentina saprà salire all'altezza alla quale ell'è destinata, non dubitiamo che quelle verranno spontanee ad invocare la nostra autorità quasi bene massimo. Ma se il potere e il sapere ci manchi, quand'anco la signoria di quelle per forza ricuperassimo, sarebbe corta vittoria, e piena di sdegni e di pericoli, che l'uno dall'altro nascerebbero senza posa mai.»
Alla qual cosa assentito ch'ebbero tutti, il vescovo levandosi disse: «Da ora innanzi, a bandire il parlamento de' Signori della balìa e de' principali cittadini sonerà la campana della podestà; a congregare il popolo sonerà la campana a martello, com'era usanza. E così riprendendo le buone consuetudini della repubblica nostra, riprendiamo, o cittadini, (fuor gli odii e le gelosie) il vecchio animo fiorentino.»
Ben fecero i buoni cittadini a provvedere alle cose del Comune: che il popolo a questo non dava mente, pieno dei dolori passati e della presente gioja; il popolo che, siccome animale faticante, rumina a bell'agio le cose; ond'è che i tristi sovente lo colgono sprovveduto. E questa del vivere più nel passato che nell'avvenire, è così potenza e grandezza come sventura della misera plebe.