I più corrotti, come briachi a' quali il dì festivo non è d'altro occasione che d'intemperanze, badavano pure a vendetta. Intanto l'assedio seguitava notte e dì senz'assalto: chè già la fame, quieta e invincibile, come la morte, stringeva i rinchiusi a uno a uno, e sotto a' ferrei usberghi ficcava il suo dente. Di che facevano gran fiottare i soldati; ma i baroni, più delicati, tacevano per orgoglio; il quale nell'apparenza tien vece di molte virtù.
Dico che i più cattivi tra i cittadini correvano braccheggiando la vendetta; e non tanto cercavano, o mandavano pe' masnadieri cercando i paggi o i valletti o i damigelli del fiero duca, quanto i ministri delle sue crudeltà. Non rammentando (tanto li acciecava la fiera voglia) che il bargello d'Assisi stava rinchiuso col figliuolo Ippolito nel castello, l'andarono taluni a cercare nelle case de' Cerchi Bianchi nel Garbo, dov'era l'abitazione di lui. In lui sopra tutti, ed in Cerrettieri Visdomini tendeva la rabbia popolare. La quale dispersasi per la città, fatto de' viuzzoli, delle vie mozze, delle cantonate quasi tante maglie di rete fitta da incalappiar i nemici, se n'andava annusando per addentarli a morte. Bindo Altoviti sorprese un notaio, crudele uomo, vestito da donna, il quale attraversata la via come gatto che fugge, scendeva a acquattarsi giù a' lavatoi tra' giunchi del fiume. L'Altoviti, al passo virile e al guardar sospettoso, s'accorse del vero, e, smascheratolo, l'additò alla marmaglia seguitante. Voleva egli fare scherno di costui, non istrazio: ma coloro, alzate le gonnelle al notaio, e stracciategli le brache, si misero a flagellarlo. E perchè il cattivello gridava il nome di Maria, ed eglino: «Madonna vuol partorire: oh che nuovo peccato vuo' tu mettere al mondo? Forse un nuovo patto tra 'l duca e 'l Comune, con cautele e sacramenti a modo del primo? Ah cane di notaio; ah servitor del bargello! Di' quanti n'hai fatt'ire al patibolo, e quanti a' tormenti!» E le busse sonavano a tutto andare. Quando un vagliatore, afferratolo per il petto: «Tanti bocconi ci convien far di costui quanti e' tradì cittadini.» E strapparlo, squartarlo vivo, sbocconcellargli ogni membro (che guizzando pareva cercasse il tuttor vivo compagno), fu un punto.
Alla crudele opera davano mano parecchi tra' figliuoli di quegli scardassieri ch'jeri facevano per lo straniero; e taluno di que' beccai stessi ch'aizzava jeri i suoi cani contro i cittadini combattenti per la libertà, li cacciava oggi addosso ai servi del duca vinti. A raffittire questa turba aggiungevansi molti artigiani delle arti più sozze, o delle più molli (e questi erano i guidatori); e qualche legista armato di bacinetto che riluceva al sole, maravigliato di tanto. La turba cresceva continuo. E perchè 'l vinaio era ben conosciuto razza ducale, contro a' vinai si scagliavano costoro, o piuttosto contro alle canove loro. I quali vinai, come pecore nella stalla quando si mungono, stavano cheti, e belavano pietosamente. E per deliberarsi da tante spugne assetate di giustizia, ciascuno denunziava la canova del vicino, come rea di vino più fine: nè si salvavan però; che, per dare giudizio retto, i severi uomini assaggiavano d'ogni botticina; e con molta equità sentenziavano. Se non che il vino così tracannato scemò grandemente il numero de' giustizieri, molti de' quali, come sanguisughe sature, cadevano in lungo letargo. E così non poche crudeltà furono risparmiate da questa prima rapina: perchè siccome il bene è grande ajuto al bene, e così 'l male è limite potente a sè stesso.
Ma il vino de' vinai ducali, o Simone da Norcia, non campò te da amara agonia. Costui, uffiziale alle ragioni del Comune, barattierissimo punitore di baratterie, che molti aveva tormentati a torto, a diritto taluni; da quelli che a torto, fu lasciato stare, da quelli che a diritto, era adesso inseguito. E fuggiva, com'uomo che sente la piena del torrente rotto romoreggiare alle spalle; preso ch'e' l'ebbero, si levò una voce: «Buttiamolo giù dal ponte.
—No, ch'egli avvelenerebbe Arno,» gridò un'altra voce. «Facciamogli un bagno di piombo strutto, da tuffarvi entro quella boccaccia che tanta sete ebbe d'altro metallo.»
E un altro: «O sepolcro della giustizia, i' ti voglio aprire, e vedere che ti resta costà entro del tanto ch'hai divorato del nostro.»
Ma un barbiere ch'era dietro, presa l'ascia di mano a un contadino che guardava stupido e commosso, tagliò a Simone da Norcia la testa di netto, come buon cerusico che il barbiere era. Gli altri lo tagliarono a minuzzoli, e lo sparpagliarono per la via, come si fa la fiorita. Ed era fradicia di cervella schizzate, e di frattaglie sierose, e di sangue nero la terra.