Un altro uccellaccio stava per essere aggraffato, un altro notaio, Matteo napoletano, capitano de' sergenti a piedi, all'osceno duca. E' correva correva, su per le borgora di Pinti; e quelli dietro, e urlavano: «Il diavolo ha date l'ale a costui.» E i più indietro: «Chi primo l'acchiappa, non lo finisca.» I cittadini quieti, il popolo vero, potevano fermare il perseguito, e darlo in mano alla morte; ma non degnavano: e se non era paura della furia degl'inseguenti, l'avrebbero volentieri campato. I più faceti, godendo del vederlo sottrarsi a quelle fiere, dicevano: «Per un sergente a piè, e' corre bene.» Matteo svoltò da una viuzza, e poi da un'altra, e poi da un'altra, tanto che riuscì, sfinito, allo stradino dov'erano le femmine mondane, e diede del capo in Jache della Malora, un Francese ribaldo del duca corrottamente dai Fiorentini chiamato così; il quale, non trovando luogo più sicuro, andava per chiedere rifugio a quelle sciupate. Ma di tal foga correva Matteo, e con tant'empito pinse Jache, che tutti e due stramazzarono a terra con riso e tripudio di que' dietro. Il primo de' quali (ed era un macellaro) acchiappatolo, gridò: «Ti fossi gittato in Arno, i' sarei affogato per correrti appresso, tristo Matteo.» Jache rilevatosi, vide sè in mezzo a una calca nemica, e raccomandò al beato messer san Dionigi l'anima sua. Le peccatrici al rumore s'affacciavano, scapigliate, trista cosa a vedere; altre attillate già, ma con le occhiaie della affralita giovinezza, e lo squallido pallore de' patiti piaceri. Le più attempate ridacchiavano; le giovanette guardavano attente senza parola; le già su' vensei parevano mosse a pietà. Allora disse uno di que' della via: «Diamo a queste pinzochere un santo diletto: facciam correre Jache e Matteo il palio ignudi: il palio sarà la cuffia della più vecchia tra voi, femmine.» Una cuffia fu buttata dalla man d'una giovane; e Jache e Matteo, ignudi nati, a forza di scudisciate, corsero e ricorsero il viuzzolo come due bovi che movono saltelloni al macello, stimolati dalla mazza del beccaio che li comperò. A mala pena e' potevano andare di pari: onde l'urtarsi a ogni tratto, e il cadere, tra l'angustia, e il dolore delle percosse, e la rabbia. Le donne lasciavano stare Matteo, che nol conoscevano; ma Jache il qual bazzicava laggiù, era segno agli scherni delle men buone. «Oh Jache! Oh Giacotto! Oh Lapo! Oh Jacopone!»—E una, giovanettissima ma svergognata: «Bella persona di francesaccio sudicio! Oh non mi died'egli, un mese fa, un fiorin d'oro perch'io stessi a vederlo cavalcare la costa, e al suo cadere gridassi, quasi vaga di lui, per farsi bello co' suoi compagnoni dell'amore di giovane donna.» Stanchi dello sbertarli a quel modo, li fecero montare uno a cavalluccio dell'altro e correre lo stradino così. Ora Matteo era il ronzino, ora Jache; ora fatti andare di galoppo, or di passo: e gridavano, contraffacendo alla peggio la favella di Napoli: «Matteo, se tu stavi nello castiello a parlimiento, tu non staresti ora rutto d'onne membro come tu se'. Non chiangere, meschino del duca, non chiangere: per poco tiempo tu stara' qui presune. Vuo' tu essere impiso o abbocconato?

—Abbocconato,» gridarono con cupe urla molti: e così lo strapparono dalle spalle di Jache, e s'apparecchiavano a fargli la festa. Jache se ne stava come brennaccia che scuota una dura soma, e aspetti nuove picchiate; quando aocchiò un uscio socchiuso, e una delle femmine, di quelle sui vensei, che pietosa gli ammiccava, entrasse: e sgusciò come coniglio sotto la macchia.


Intanto verso la cerchia delle mura nuove di sotto a san Gallo fuggiva dal convento de' Servi un frate, pieno il cappuccio di maledizioni sue e d'altrui; e non osava nè correre nè andare piano, chè sentiva la morte battergli con le nere ali la fronte, e strisciargli fredda sotto all'abito sacro. Certi fanciulli che venivano da Cafaggio, lo colsero vicino al merlo abbattuto dal fulmine, e ravvisarono la faccia gattesca d'Arrigo Fei, quel delle gabelle del duca. E perch'erano gente di fuor di Porta, e dalle querele quotidiane de' padri avevano concepito contro il gabelliere sovrano odio degno di gente che vive di frodo, gli saltarono addosso come avoltoi piccoli a uomo semivivo giacente in via deserta; e gridando: «Oh fra Dolcino!» si misero a strappar gli abiti, e le difese di ferro ch'aveva sotto, e i capelli e la barba. Indi a forza di sassi e di coltellacci male arrotati lo finirono con lungo martoro. E, morto, lo strascinarono ignudo per lo lastrico della città; ringrossata la turba de' fanciulli da uomini fatti. Gli occhi e il naso e le guance dell'ignudo percosse a' sassi e agli scaglioni, lasciavano per ogni via traccia di sè; e dalle braccia protese nel tramenìo, quasi in atto di pregare misericordia, e dal petto straziato gocciava sangue, e si spiccavano brandelli di carne. Così da san Gallo fece il cadavere la via per infino alla piazza de' Priori; e quivi i sopravvegnenti, in cui l'odio era fresco, nuove atrocità ritrovarono. Di faccia al palazzo impiccarono, così lacerato, Arrigo Fei per li piedi; lo spararono, e lo sbarrarono come porco. Il duca e Cerrettieri, abbassati gli occhi su quell'infelice, ne li ritrassero, non pietosi di lui, ma spauriti per sè. Il bargello d'Assisi non guatò; che ben sapeva, fino alla menoma fibra, quanto tempo dopo la morte palpitassero, e come nel lividore annerassero i cadaveri de' martoriati. Il popolazzo, intorno al gabelliere saltando, gridava: «E così vada ogni tiranno, e ogni servitor di tiranni.» E allora più alte le voci: «Muoja il duca e' suoi!» Come quando nella selva fremente per vento, un nuovo buffo che s'oda venir di lontano scuote più forte i sommi rami, e ne trae (misto al mormorìo continuo della fiumana che scende) un rumore più cupo, e più lungo che mai.

Ma poichè assai lo videro così sparato, o schifati di quell'aspetto, o per certo furore di novità che possede gli animi commossi, lo spiccarono: e allora i fanciulli ripresolo, così sbarrato com'era (che pareva una carogna di principe da dover essere imbalsamata) lo ristrascinarono urlando. Trassero infino al ponte vecchio; e, palleggiatolo lungamente, alla fine lo buttarono giù.


Degli orrori che racontiamo è tua in buona parte, o duca Gualtieri, l'infamia.