Nè tutti i cittadini partecipavano all'inumano convito: molti raccolti nella gioja della pura vittoria, molti intesi alle utilità del Comune, molti ai loro negozii; altri guardavano come trasognati, o come fa giovane donna il reo condotto al ceppo, che nel tendere gli occhi avidi a quella atrocità, rimbrividisce e compiange. Di là dal ponte Rubaconte (il quale ora chiamano con più dolce nome il ponte alle Grazie, perchè la Madonna delle Grazie ivi ha una chiesetta, lieta del monte in prospetto, e del fiume) veniva di Borgo San Niccolò un beccaio non ricco, devoto al duca, non come uomo tristo, ma per quasi stupida devozione, quale negli animi semplici alligna. Nè dissimulava egli ora, com'altri, l'animo suo; ma n'andava la sua via stupefatto delle nuove cose e sdegnoso. I battilani del vicinato, e qualch'altro beccaio, gli diedero addosso; e già imaginavano vederlo con gli occhi intenebrati, cadavere, e strascinarlo: ma egli tratta fuori una coltella lucente che aveva, e guatandosi tutt'intorno, e andando loro incontro li teneva addietro, come fa toro di cani abbaianti. Altri si ritraevano a passo lento; altri con quanta fretta incorrevano, con tanta fuggirono. Un frate, passando (il frate che aveva la notte del sabato combattuto là sulla piazza), sdegnato in cuor suo del codardo assalimento, prese il beccaio per mano sgridando la turba, e mostrò sotto al cappuccio l'armatura forbita, e sopra l'armatura la croce. Lo accompagnò fino al ponte: poi, ritornato a coloro: «Razza di vipere, incominciò, voi volete rivolgere in maledizione la misericordia di Dio. Or sappiate che se all'uomo forte nella coscienza del debito suo nessuna potestà può resistere, l'uomo crudele che nella violenza trasmoda, va via com'acqua per suolo di rena, che non ne rimane gocciola. Temete, cittadini, non i tiranni o i nemici di fuora: temete voi stessi.»
La moltitudine, a quella voce potente, concorreva vogliosa d'udire; e il frate, picchiando ad ora ad ora sul petto, e dal crocefisso che batteva sulla ferrea corazza traendo un suono nuovo, badava a dire. «Mala signoria è uccellaccio spiumato, che tu puoi con un bacchio levare di nido, e sbatacchiare per terra: ma chi gli fa mettere i bordoni e le piume e le penne maestre, se non la nostra superbia e invidia e cupidità? Vo' vedete come Dio ha miracolosamente percossa questa sconciatura di re, sotto a' cui piedi noi ci eravam dati perchè ci pestasse. Che veramente miracolo è a dire il grande accordo col quale voi, gente lacerata, vi uniste a gridargli: La tua giornata è finita. Ma se la concordia potè, Fiorentini, tanto; io vi dico che la discordia e la crudeltà faranno di voi un miracolo nuovo di servitù e di vergogna. Popolo diviso e immoderato è buon concio da ingrassare tiranni. E di là dove il fumo dell'odio si leva, tra non molto la fiamma divoratrice divamperà.»
La parola del frate era come l'aura che passa sul fiore e sul cardo, ma non ne liba uguale profumo. La moltitudine tuttavia stava attenta; quando un rumore di grida si fece sentire nella prossima via. E quasi tutti traggono a vedere che è. Così le foglie secche, ammontate appiè dell'albero, quando il vento si leva, se ne vanno leggére, e abbandonano la mesta pianta ond'ebbero vita.
A reprimere le poche stragi, ma malaugurose alla città, il suo vescovo che faceva? Mandava per grandi e per popolani, che spargessero tralla folla parole di pace. Ma i grandi nella burrasca delle concitate moltitudini perdono il fiato; i popolani non sentono la loro potenza novella, o troppo la sentono, e ne fanno mostra nelle ire importune. E il vescovo, e i frati da lui mandati a messaggi di perdono, e i cittadini più pii non si affannavano con la debita fretta a salvare quelle teste esecrate, sperando che l'ostinatezza coraggiosa e superba del duca non le lascierebbe al furore della plebe; sperando che, tra umanità e stanchezza, la plebe si ritrarebbe a mezzo del suo corso omicida; sperando ne' casi, ne' prodigi del cielo, non osando intanto invocare ferventemente nè la plebe nè Dio. Avesse osato il vescovo stesso entrare in mezzo al tumulto, l'aspetto di lui lo calmava forse meglio che ogni parola; ma diffidenza degli altri e di sè, più che non curanza, più che paura, falso rispetto della propria dignità lo ritenne. Temette che le sue preghiere cadessero inesaudite, non curato il suo cenno; stette a sentire, lasciò correre le ore, che, non portand'anco la morte, prolungavano ai miseri l'agonia più fiera che morte, e ai cittadini un'ebbrezza sitibonda di sangue. E coloro che egli inviava, e altri che intendevan di suo parlavano languido, come chi dispera della propria parola; e la moltitudine, che vuol cenni imperiosi e sicuri, prendeva di lì incitamento alle sanguinose richieste; e, disobbedendo, le pareva obbedire. Altri, e non della plebe, non ancora certi della vittoria, e temendo che quelli scellerati consiglieri e ministri di maledizione, scampati, diventassero più accaniti a tirannide, volevano tra questa e se un fosso pieno di sangue: nella loro audacia era paura. E ai più buoni, quasi spossati dalla lunga battaglia di tanti affetti e passioni, mancava vigore a questa nuova e più difficile battaglia seco stessi, e con la parte loro, e con la vittoria; e cedendo, tra rassegnati e trasognati, alle grida imperversanti, sentivano in esse la voce d'una giustizia sovrumana, che giunge a suoi fini con impeto non dissimile da vendetta. Quanto d'errore si nascondesse in quei tortuosi pensieri, quanto di colpa in quei sensi rapidamente mutantisi l'uno nell'altro, quegli solo n'è giudice che ne fu testimone.
Ma i quattordici della balìa col vescovo, anco perchè occupati a spacciarsi del duca, non attendevano a raffrenare la popolare vendetta. Dico, a spacciarsi di lui, e salvarlo da fine crudele: chè all'ira ne' migliori già sottentrava disdegnosa pietà. Perchè le anime forti e severe sono com'acqua tra rive difese da folte ombre, che par bruna e torba; ma se un raggio vi penetri, ella lo riflette puro, e lo accarezza in sè con amore. E oramai che la paura del duca dava ai cittadini potenti l'adito nel palagio, mossi a pietà della fame di quegli sciagurati, e' vi mettevano dentro tanto pane (non più) quanto bastasse di giorno in giorno alla vita.
Or i quattordici, il vescovo, gli ambasciatori di Siena, il vecchio conte da Battifolle, entrarono al duca, a renderlo certo del voler loro e del popolo. Egli, facendo mostra d'intrepida dignità, ringraziò della intenzione benevola; e stava aspettando le loro proposte, siccome l'astuto suole, quando si sente impacciato. Filippo Magalotti gli fece manifesto senza circuizioni il pericolo. Raumiliato, ma tranquillo, e' domandò al conte Simone: «Or che credete voi, messere, convenga alla pace di Fiorenza e alla mia dignità?
—Ve ne andiate, signore.»
Il duca, con ira che voleva parere alterigia, chiesto tempo al pensare, pregò 'l conte volesse tra poco tornare a lui.