—Patti? Il Comune della città di Fiorenza ha in mano la vita del duca d'Atene, suo tiranno: il popolo di Fiorenza, conte di Brenna, è re vostro.»

Il miserabile uomo, quasi piangendo lagrime di rabbia (espressegli dal cuore, come il vento che tira ineguale fa le gocciole di pioggia dalla nube restia), mormorava in parole tronche: «Or che dirà il mondo di me?

Che dirà il mondo di voi? Quel che già dice. Duca d'Atene, il vostro destino è segnato, destino di tiranno: un titolo solo vi resta; l'infamia. All'opinione del mondo e all'onore più non pensate: pensate a scampare la vita.»


Allora il vescovo, mosso a compassione, andò a lui. Lo trovò sbigottito; sbigottito non di paura, ma di vergogna; rientrato in sè, e più pochino della persona che natura nol fece. Lo guardò con quegli occhi ch'e' soleva guardare un peccatore indurato vicino a morire, con pietà, con ribrezzo, con sacra speranza nella bontà e nella forza dell'umana natura, ajutata da Dio. Gualtieri, riscosso, e levatosi da sedere, gli prende le mani, le bacia, e:

«Venerabile uomo, vi rammentate vo' il dì quando in pubblico sermone mi commendaste all'amore del popolo fiorentino? In memoria di quel giorno i' vi prego, diciate per me una parola di pace a cotesta plebe disumanata.

—Duca d'Atene, io parlai altra volta a pro vostro, e m'ingannai: pagai caro l'inganno. Nè questo era tempo da rammentarlo: ma sia. I' confesso meritato il raffaccio; chè qui non del mio orgoglio si tratta, ma della salute vostra. Parlerò sì per voi: e vi raccomanderò, non all'amore, ma alla misericordia del popolo fiorentino, purchè voi stringa, Gualtieri, misericordia di voi stesso. Umiliatevi.

—Ecco io m'umilio. Prometto al popolo ordinamenti nuovi: purchè non mi scacci. Purchè non mi scacci (gridò commovendo con mano gl'irti capelli della torbida fronte). Ai grandi prometto franchigie, franchigie ai popolani, franchigie ai cherici: prometto onori, salarii, esenzioni agli uomini, padre, della casa Acciaiuoli.»

A queste parole il vescovo, levato il capo e colorato di sdegno, esclamò: «Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza. Se altra volta, preso da umani affetti, feci o parlai cosa men che degna di vescovo, e di fiorentino, il giorno della battaglia e del pericolo comune m'insegnò la mia dignità. Sire Gualtieri, la mia famiglia è Fiorenza: a me vescovo, grandi, popolani, operai son figliuoli; a me cristiano, grandi, popolani, operai son fratelli. Voi altri siete usi costaggiù a afferrare il pastorale con la mano regia, e a farne mazza percotitrice sui popoli: ma qui non è Francia.»