Gualtieri, ferito, dimenticando il presente suo stato, rispose con amaro sorriso: «Rammenti la mansuetudine vostra, che il duca d'Atene ebbe a consiglieri cinque vescovi, e non francesi.

—Sian dieci, siano venti; tutti non sono. E fossero, basta uno solo a dare esempio al mondo che non è necessaria cosa essere vile nel nome di Cristo; che disubbidire ai grandi della terra laddove e' comandan peccato, è cosa santa; che i tabernacoli del Signore sono assai grandi da poter ricettare quest'orfana divina, insidiata dalle frodi de' principi, perseguita dai peccati degli uomini, la libertà.»

Il vescovo signoreggiava dell'alta persona e del forte accento toscano e della cristiana autorità il laido duca, il qual pareva come rimpiccinito a' suoi piedi, men che fante, e men ch'uomo. E mentre che frate Agnolo parlava, la povera croce appesa al suo petto pareva dicesse anatema alle insegne di cavaliere appese al petto del tristo; e lì poste a fronte si combattevano e si giudicavano le due potestà. Gualtieri sentì sè minore: e non tanto paura quanto riverenza lo vinse:

«Padre, se io v'offesi, non era mio intendimento. Fate di me quel che l'animo vi consiglia.»

Lo sdegno del vescovo cadde a quelle parole; com'acqua pura che, sbattuta, in breve si ricompone, e rifà trasparente. E uscì ad impetrare grazia per la vita del tristo.


Ma il popolo nella piazza, al vedere or l'uno or l'altro de' cittadini entrare ed uscir di palagio, come fanno gli amici e i parenti nella stanza d'uomo ammalato in pericolo, ne sdegnavano; e parecchi andavan dicendo:

«Guarda carità che li prende! E' sperano condurlo a patti quel cane.

—Volesse tenerli, e' non può.

—Un modo io so di fermarlo: con funi d'oro. Promettigli fiorini, e l'avrai. Per ritrovare un bargellino, e' svierebb'Arno.