—Che di' tu, Pietro Paolo, d'averlo e di patti? Non l'abbiam noi? Chè non lo scendiamo sull'atto? Se parlamentare intendono, salgan essi que' della balìa su in palagio, e lascino lui ignudo qui a questo sole: vi dico, ch'e' tremerebbe a foglia a foglia.

—Oh pauroso non è. Non ti rammenti, Bucciolo, quando lo vidimo passare il Serchio con soli cento de' suoi, e affrontar la battaglia?

—Allora, fratello, e' non era duca. I codardi hanno in vita loro un dì di coraggio, che sia velo e titolo a perpetua codardia. Poi a costoro il coraggio è come una malattia che li piglia. E tu sai che i polsi battono più forte così di timore come d'ira.

—Codardo, o no, purchè se ne vada.»

In altro capannello dicevano: «E' volle essere signore a vita della città e del contado; ed ecco quanto gli resta; un palagio per carcere, forse per gibetto.

—E quei che volevano un signore di sangue reale, perchè nel sangue reale è più flemma di giustizia e di carità, l'han sentita ora.

—La gente ricca (vedi, il mio Stricca) desidera mutar cibo.

—E noi, non usi a palpare nè grandi nè re, noi lingue di forbice note al mondo, leccare costoro! e un sergente del pugliese parerci dappiù d'un priore!

—Noi? di' piuttosto i ricchi nostri ch'han sempre avuta la maledizione di scavare sotto il lastrico di Fiorenza un viperaio di re. In quarant'anni dacch'io mangio e beo, ecco: prima Carlo di Valois; poi re Roberto, che morì, e fece bene; poi un Filippo di Valois che non volle, e fece bene; poi un figliuolo di re Roberto, che se n'andò, e fece bene. E' non ci degnano, o la misericordia di Dio ce li leva di collo; e noi sempre all'accatto d'un cencio di re. Nasce al duca di Calabria un figliuolo: pensa sapienza che verrà al mondo da una nuova testa di duca! E Fiorenza in gloria. Troppo!