—E questa pestilenza di cavalieri ch'e' ci portarono, che crescono per le prata, come la malva. Noi li avevamo un po' diradati, e di dugencinquanta di corredo recati a sessantacinque: e costoro ce ne rimettono Dio sa di che sorta polloni. Sai tu, Lapo, quanti n'albergava Fiorenza all'entrata del duca di Calabria? Duemila. Pensa! Giotto da San Gimignano, cavaliere; cavaliere Ippolito, il figliuol del bargello. Ma i' credo ch'egli abbiano per dama la morte.»
Altrove brontolavano più sdegnati: «Oh chi li muta? I grandi per tutte le parti di cristianità sono a un modo. E' son come i bachi nel corpo umano; tira tira, ne schianti un gomitolo; il resto rimane dentro. Vedi, patteggiano.
—E che patteggiano?
—Oh chi lo sa? Più facile contare i passi della lepre che seguire le vie torte d'un grande. Il diavolo, amico, è di sangue nobile; e perchè parve a lui le sue corna non fossero alte assai, le levò contra Dio.
—Credimi, Cecco, a costoro noi siamo bestie comestibili; e s'e' ci lasciano mangiare, fanno per ingrassar sè di noi.
—Ben fecero que' di Bruggia a incarcerare i nobili caparbii; a ingabbiare gli astori. Ma noi abbiamo telai migliori, non migliore anima di que' tesserandoli.»
Vedendo Rodolfo de' Bardi entrare al palagio, certi seduti sulla ringhiera mormoravano: «Ve', ve', uno de' nostri Uberti. In grazia loro il grecaccio fece la vituperata pace con Pisa.
—Tu di' de' Bardi: e i Donati? E l'orgoglio di quel Manno, degno figliuol d'Amerigo, che vent'anni or sono (me ne rammento io: gli era d'agosto) fece congiura per rubare, ardere, uccidere; per abbattere l'uffizio de' priori, e disfare il popolo.
—E i Cavicciuli, con le loro torri, e i palagi, e i masnadieri stranieri!
—Oh ecco il vescovo entrare anche lui.