—Mal augurio quando i preti c'intingono.
—Non dire, Ansaldo, non dire cotesto. E fu pure un vescovo di Fiorenza, che (quando Arrigo imperatore ci assalse, e n'andò via scornato), s'armò co' suoi cherici a cavallo, a difesa di porta Sant'Ambrogio, e de' fossi. I' v'ero io.
—Sì: ma cotesti cherici danno sempre dell'incensiere nel naso a chi vince: hanno sempre il dito sopra un'autorità de' libri santi per provare che ogni vittoria è da Dio.
—Non dire, ti prego, del vescovo nostro. Per lui, e per messere Antonio Adimari i' mi metterei al martoro.
—Sì, messere Antonio ha viscere di Fiorentino: ma a questi popolani falliti che, dopo aver tirato coll'oro di fuori nella nostra città i peccati di tutta Europa, ora ci tirano la ruina, e fanno le viste di stare col popolo, a costoro non credere. Razza di mercatanti: ch'hanno la patria a Lione, in Analdo, in Inghilterra, nel cofano dei re, in ogni tasca piena. E che fu che fece falliti in più d'un millione di fiorin d'oro i Bardi e i Peruzzi? Fidare ne' re. Non posson eglino vivere questi venditori e venduti, senza fregare col naso la mota che il re d'Inghilterra pesta co' piedi?
—Di' pure, Brandino, quel che tu vuoi, ma grande onore è alla repubblica e alla città di Fiorenza farsi sostenitrice di regni, bàlia di re.
—Sostenitrice sciancata, che prende per suo bordone una canna infranta; bàlia diburrata. Men oro, Gianni, e più ferro; men fumo e più calore; meno astuzie più senno.»