I ragionari de' meno ardenti erano interrotti da grida di morte: i più infuriati volevano il duca, volevano i suoi. Allora Antonio degli Adimari, mosso dalle parole del vescovo e dalla propria generosità, raccolse quanta gente capiva nel palagetto de' Priori dietro a san Pietro Scheraggio, e parlò:
«Cittadini, io vengo a proporre cosa contraria al volere d'alcuno di voi, ma non vile: perchè, se vile fosse, Antonio degli Adimari non la proporrebbe ad un suo nemico, non che ad uomini battezzati al medesimo fonte con lui. È alcuno di voi che l'oppressore nostro desidera morto; e forse stassera costui si pentirebbe del desiderio, o, se adempiuto non fosse, certamente del non l'avere adempiuto non avrebbe rimorso. Or a voi dico, che volere la morte dell'uomo il qual ci nocque, è un confessarsi paurosi di lui. La tirannide è insetto che basta cacciar della mano; raro è forza schiacciarlo: e chi lo schiaccia, n'ha sulle dita la sozzura ed il puzzo. Credete: nè il duca ned altri, dopo tale prova, oseranno entrare in Fiorenza tiranni. E i tiranni, sappiate, nocciono talvolta più morti che vivi. E ferirli con ira è onorarli troppo; è un chiamare sulle ossa loro la pietà de' lontani. Perchè la morte è santificatrice, e frange gli affetti duri, e i più miti rinforza. Lasciatelo strascinare di terra in terra la sua vergogna, e portare a' lontani popoli le novelle del valore e della generosità fiorentina. Che fareste voi d'un cadavere? Io non vi dico, poniate mente alle sue parentele di Francia: chè non timore di vendetta dee stogliere uomini liberi da vendetta. Dico, gli perdoniate e col fatto e con l'animo. In ogni modo l'avete fiaccato, e vinto: vincetelo col perdono. Io, da lui messo sotto alla mannaia, che per lunghe ore mi stette pendente sul collo; io che per la sua nequizia soffersi la fame, e le angoscie della patria pericolante, e le angoscie della mia figliuola abbandonata; io, nel nome di Dio, gli perdono. Perdoniamogli, cittadini d'una forte repubblica, la quale meglio che dalla scure e dal ceppo, sarà salvata dal nome di Cristo liberatore nostro.»
Queste parole ammollirono le ire degli ascoltanti. Ma «dateci almeno l'iniquo conservadore, e il suo bordelliere Cerrettieri,» gridavano. A que' di fuora che non avevano ricevuta l'impressione delle parole d'Antonio, il sangue di tre uomini, senza il duca, pareva poco. Alla fine, patteggiando ira con ira, come i re patteggiano viltà con viltà (se non che quivi trattavano di poche anime, e i re di migliaia e di millioni in un tratto), s'accordarono tutti nel contentarsi allo strazio di que' tre.
Fra questi dibattiti passò 'l martedì, ventinovesimo di luglio; nè l'ira allentava; ed era più tesa in quelli che più gridano, e meno fanno. Ma poichè i re concuociono la vendetta in cuore per anni, non è maraviglia se un popolo (e non era l'intero popolo) per due dì. Tra' gridanti erano alcuni che, amici in secreto al duca, speravano sul sangue dei tre fare scivolare lui salvo fuor di città; i più torbidi speravano da quella strage venire a tumulti più gravi. Anco de' buoni taluni facevano schiamazzìo, perchè dalla culla avvezzi a nutrirsi d'ire cittadine, ora che meno incivilmente potevano disfogarle contro malvagi stranieri, godevano lasciar loro il freno. Ed erano tenuti più stranieri degli stranieri stessi gl'Italiani che servivano al duca: sì perchè, tranne il Visdomini, tutti d'altre contrade d'Italia; sì perchè i servi iniqui sono più svergognatamente iniqui del signore, e più aizzan gli odii mostrandosi a ogni ora, mentre colui che comanda li move non visto. Il giovanetto figliuolo del conservadore era non meno abbominato, perchè in tanta tenerezza d'età pareva mostruosa tanto ferrea durezza di sensi; e perchè lui trasportava di là da ogni modo la novità del comandare, e la giovanile baldanza. Queste cose pensando, e rimestandole ne' colloquii, facevano ribollire i furori. Le parole de' pii erano prese a sospetto, e parevano come raggio di luna che spunti un tratto sul mare in tempesta, che fa più visibile la furia dell'onde, e più tetro il biancheggiar della schiuma.
Fu mercordì, Sandro di Cenni de' Biliotti a Gualtieri; e disse i feroci imperii del popolo. Ma Gualtieri (come canna che, piegata dal vento, ad ora ad ora si rileva) negò.
«Cedere della dignità propria, disse, è cosa dura, ma non codarda sempre; gettare ai cani della via la carne de' miei servitori, è viltà che non cape in anima d'uomo francese. Usciranno con me i tre richiesti, o con me periranno. E se io li abbandono alla tempesta che rugge, chi m'assicura che i Borgognoni miei non mi sbalzino dalla medesima prua per alleggerire il pericolo?»
Gualtieri pensando all'onor suo, e al debito dell'umanità, riguardava insieme alla salute propria. E in quel coraggio era mescolato il timore. Ma il Biliotti, al quale la generosità, pure in nemico, piaceva, e al qual pareva trista cosa premere troppo per aver tre uomini da farne cadaveri, si tacque e uscì.
Cerrettieri, il conservadore e il figliuolo stavano in una stanza tendendo gli orecchi a ogni grido di fuori, a ogni rumore d'entro; e non parlavano, se non per rinfacciare quel d'Assisi al Fiorentino, e questi a vicenda le non prese cautele, i non dati consigli, le non commesse crudeltà, nelle quali credevan ora avrebbero potuto trovare salvezza. E visto uscire messer Sandro, chiesero poter parlare a Gualtieri: ma questi che, di viltà stomacato, com'uomo pieno di cibi non digesti, ne abborriva la vista in altrui; e non voleva o sentire lamenti, o dare promesse, o pensar lungamente ad altro pericolo che al proprio; e gran parte di quel pericolo imputava non alla reità, ma all'imperizia di que' tre, non li volle. Poi, ripensando, chiamò 'l giovanetto. Sperava, da quel viso e da quegli occhi recenti di vita, bevere, come soleva, ilarità, divertire la paura, attingere forza. Ippolito venne, ma sparuto, gli occhi languidi dal vegliare lungo, le braccia cascanti; sì che il feroce uomo n'ebbe pietà.