«Coraggio, disse, posandogli la mano sul capo.»

Il giovane si mise a piangere, e diceva ne' singhiozzi: «Non ci abbandonate, per Dio!

—No, finch'io vivo (poi ravvedendosi); finch'io posso, tu sarai meco.»

Ippolito lo rimirava, come chi tenta indovinare parole di lingua non nota: e Gualtieri, guardatolo lungamente: «O giovanetto, trista cosa è la vita; e già tu ne fai dura prova. Non è gran danno finirla, credi.»

Quegli che lo intese: «Oh non dite.» Poi: «Ma che deliberate di noi?»

Egli, umiliato e cruccioso: «Spetta egli a me deliberare?

—Che sperate almeno? che temete? Accertateci dell'animo vostro.

—Fanciullo, io non ho più nè speranze, nè timori, nè desiderii per me nè per altri. Il caso, il caso è oramai signor nostro.

Qui tacque un poco; poi posando la destra sul ginocchio di lui, con accento di compassione, qual forse non aveva mai provata sinora: «Infelice, tu ti se' abbattuto sulla mia via, e la traccia de' miei passi ti parve buona a seguire. I' non ti forzai: lo volesti. Ora noi siamo nella medesima fossa, circondata da lupi voraci. Se mai tu n'esci, rammentati, o giovanetto....»