Qui gli veniva sulla lingua un consiglio di virtù; ma e' s'accorse che nè quello era tempo di consigli, nè egli di consigliare era degno. E tacque, accennandogli uscisse. Il giovanetto lo guardò con occhi di preghiera; e letta negli occhi del duca una risposta amica, si partì racquetato.
A Gualtieri ogni momento sembrava un'ora (tant'era l'angoscia); e ogni ora un istante. Nè i Fiorentini, volendo, avrebbero potuto imaginare tormento maggiore di quest'agonia di dubbi, e d'indugi, e di nuovi colloquii che riuscivano in nuovi oltraggi, in nuove battaglie di terrori. E' chiamava a sè or l'uno or l'altro de' Borgognoni, e li tentava, incredulo della lealtà loro, e maravigliato del resistere ch'e' facevano all'aspra prova. Perocchè il grande ora pretende dal piccolo ogni generosità come debito, ora a mala pena la crede cosa possibile.
Nuovi messi incalzavano chiedenti le tre teste esecrate: e Gualtieri per ritrovare forza contro alla tentazione, chiamò a sè Rinaldo conte d'Altavilla, e lo mandò intercessore. Il conte, fatto venire messere Pino de' Rossi, uno della balìa, propose, quali altre condizioni il popolo di Fiorenza volesse, avrebbe, fuori che sangue.
Pino de' Rossi vergognando e abbassando la voce: «Il popolo chiede sangue.
—Ma che giovano tre ree teste alla sua pace?
—Giovano a salvare una quarta, più rea. Lasciate (dura cosa a dire!), lasciate che il destino de' tristi si compia. In bene ordinata città, già di que' tre avrebbe i capi il patibolo. Ben so che giustizia fatta a furore contrista le anime amiche di rettitudine; e par meno atroce una carnificina sigillata con autentico sigillo di giudice iniquo in nome d'iniquo re, che una testa che balzi per giustizia sommaria di plebe. Ma Dio forse pesa con altra bilancia gli atti umani. Inchiniamoci alla ferrea necessità; e ringraziamo che in tanta dissoluzione di cose peggio non segua. Voi forse, forse io patiremo un giorno gli effetti di questa rabbia popolare, alla quale ora ci è forza ubbidire. Iddio, nobile conte, abbia misericordia di noi; e se non da sventura, ci liberi da viltà.»
Tali parole proferite con rassegnata fermezza, siccome da uomo che senta profondo la difformità del male, e vegga lontano un'imagine di bene disperato bellissima, commossero il conte. E in questo ondeggiare procelloso passò la giornata di mercordì con la notte.
La nuov'alba levandosi, come suole, lieta sulla città cara alla luce, vide la calca tuttavia circondante il palazzo, e un aprir di bocche anelanti sangue. Al qual nuovo tumulto, il duca si sentì vacillante; e la paura picchiava alle porte dell'anima sua dicendo: «Se a me non apri, aprirai alla morte.» Ma donde mai il misero uomo poteva trarre ragioni valide di non essere vile? Solo un fermo proposito d'innovare sè stesso, congiunto con una preghiera potente, era da tanto. Lo sciagurato pareva simile a femmina lasciva ed innamorata, che stretta da instanti preghiere, cede col pensiero prima che in atto; e se resiste alcun tempo, gli è men pudore che orgoglio. Non diceva egli già: «Che sarò io quand'avrò consumata l'ultima infamia? Che mi dirà, brutta di quel sangue, l'anima mia?» Questo non pensav'egli, ma: «Di me che diranno in corte di Francia? Ch'io, ho macchiato lo splendore della francese cavalleria; che i miei servi e cavalieri ho abbandonati sulla via, preda ai ladri, come guerriero che non sa difendere la sua donna. Ch'io sono codardo, diranno.»—E cercava non più le ragioni del non fare, ma le scuse del fare; cercava, non gli argomenti, ma le parole appropriate a adonestar l'ignominia; perchè dove più gli argomenti mancano, ivi le parole si offrono più moltiplicate, quasi ancelle di tristo signore. E già cominciava a trovarle siffatte parole: e il buon volere e il mestiere di principe lo ajutavano in ciò.