Tuttavia la battaglia interna continuava: della quale stanco, e' non poteva più sostenere colloquio alcuno, nè più vedere chi potesse incuorarlo a fortezza. Già, tranne il vescovo (il qual non degnava farsi messaggero di morte, e invano tentava sedar quel furore di piazza; chè il suo grido era come il gemito d'un ferito fra le urla de' combattenti), tutti i quattordici della balìa, e gli ambasciatori senesi erano, ad uno ad uno, o insieme, venuti di tempo in tempo a dimostrargli sempre più stringente il pericolo, a raccomandarsi non li forzasse più oltre a così triste imbasciate. Sconfitto di dentro, e' ripugnava di fuori; si corrucciava talvolta, come se il vincitore foss'egli, e più: e quelli soffrivano, come si soffre l'imprecare d'un pazzo.
La notte venne: e da otto dì quasi, Gualtieri non aveva chius'occhio se non a breve sopore e affannoso; nè mai il vigilare del campo e la stanchezza del battagliare l'avevano tanto rotto. Quella sera, già quasi certo del come uscire d'impaccio, si sentì più tranquillo, tranquillo della quiete che segue alla febbre cassale: si sdraiò vestito e armato sul letto, con la lancia a lato, la spada sull'origliere, e dormì. Breve sonno, nel quale le imagini si confondevano, come le onde e i sassi e le piante divelte e le sozzure profonde del mare si levano in una tromba. Sognava le grida vere che sentiva scoppiar dalla piazza, e grida di naufraghi nella tempesta; sognava i suoi misfatti, misti alle memorie dell'innocente gioventù; sognava la Bice Bordoni accanto a sua madre; un campo di battaglia seminato di patiboli; uomini che feriscono torneamenti, e carnefici che straziano; sognava il mare di Grecia flagellare con le grandi onde il palagio de' Priori, barcollante come saettìa; sognava le ruine d'Atene in un misero paesello di Francia; e santa Maria del Fiore in rovine; e valle d'Arno irrigata di sangue; e donne venire baciando scheletri. Poi vedeva Arrigo Fei sparato, e gli sentiva dal ventre gorgogliar parole francesi maledicenti; e un'aquila del monte Olimpo volare tra le selve di Puglia, e di lì sull'Uccellatoio di Fiorenza, e rimpennarsi di nuovo mantello, e di nuovo spennacchiata acquattarsi; e poi sempre il mare che fluttuando gli sconturbava le viscere; e poi cadaveri sopra cadaveri, ed egli saliva su per quelli, e si aggrappava ansimante, e giunto in cima, sentiva mancarsi il piè. E ruzzolava balzelloni di scoglio in scoglio, taglienti come rasoi; e lasciava a ciascuno un brano di sè, e sospirava un fondo di acque o di fiamme ove posarsi, e non lo trovava mai. Negli spasimi di quel capitombolare interminabile si destò: tastò il letto, la spada, la lancia, e balzò in piedi gridando. L'arme ond'egli era coperto, in quella scossa gli rintronarono intorno, e gli fecero paura: ma al grido di lui nessuno rispose, sì perchè già usi a udirlo urlare ne' sogni; e sì perchè i servi, fatti indocili dalla sventura, a mala pena ubbidivano. In quel momento egli ebbe spavento di sè: non più cavalcatore dell'altrui volontà, come d'animale domo; ma debole, senz'amici, senza fama, senza virtù. Languente dall'afa, dal sudore, e più prostrato di prima, aprì la finestra, ma non s'affacciò, per paura non l'aocchiassero dalle case d'intorno. Invocava l'aura della notte, gli rinfrescasse la coscienza; e domandava, come i peccatori sogliono, al corpo la medicina dell'anima. Poi passeggiava a passi lenti e uguali la stanza, e non fermava in alcuna cosa il pensiero: e la mente di lui pareva vota, come di pargolo o d'imbecille. In quel letargo dell'intelletto la coscienza si scosse: e vergogna lo comprese, mista a profonda e non disperata pietà di sè stesso. Allora i pensieri vennero, altri pensieri; e montavano nell'anima sua, come il mare all'ora del flusso notturno, quando abbraccia la navicella che stava in secco, e a poco a poco smovendola con picciole onde, la trae con dolce forza a venire con sè. Pensò la vita passata: sentì che l'anima umana ha virtù di rifare sè stessa: questa cosa sentì come in sogno. Ma l'alba veniva: i Borgognoni, desti, scotevano le lancie, e mormoravano per il castello; e la folla ringrossava di giù. La presenza del pericolo rioccupò l'animo suo tutto quanto; come infermo che, riavutosi per brev'ora, si sente venir meno, e ricade sul letto.
Francesco de' Medici, uno della balìa, nojato del più chiedere l'elemosina di tre teste, trovò, siccome destro uomo, il modo di piegare Gualtieri. Andò ai Borgognoni, disse: unico indugio alla salute loro la resistenza del duca; diano i tre, saran fuori. I soldati mandarono uno de' lor caporali pregando il signore; ma prego espresso con parola d'impero. Quegli, o punto più che mai nell'orgoglio, o fresco dei buoni pensieri parlatigli dal suo angelo, disse che no. Sola una via non infame restava all'uomo: uscire dell'antiporto, darsi all'ira del popolo (dopo aver patteggiata per prezzo della propria la vita de' servi suoi), e morire con coraggio di Francese. Questa via non gli venne pensata. Ma guai se i cattivi potessero d'una fine bella rinvolgere una brutta vita! Al buono stesso non è cosa facile ben morire.
I soldati fremevano. I più codardi minacciavano gettar lui dalle finestre ai latranti di sotto; i migliori volevano s'indugiasse; gli animosi mettevano innanzi l'onore dell'arme francesi: i prudenti rispondevano, qui cedersi al numero, non al valore; altrove espierebbero questa e altre macchie in Fiorenza contratte; la vita esser lunga, e un dì di battaglia ad anima di soldato essere buono lavacro. Vinse il partito de' prudenti: tornarono al duca dodici de' principali, e spronavano. Egli, sempre meno restìo, ricalcitrava tuttavia. Or uno di quelli, rompendo ogni ritegno, posta la mano sul pomo della spada, e porgendo l'altra fin sotto il viso di Gualtieri:
«È oramai tempo di scegliere: o la testa dei tre, sire duca, o la vostra.
—Che di' tu?» esclamò egli, ritraendosi inorridito, quasi dal tocco d'una serpe.
«Io dico il volere mio, e il volere de' trecento raccolti qui fuori.»
E i trecento a una voce: «Vogliamo.» E picchiavano con le lance chi 'l suolo, e chi l'armi.
«Io sono il signore vostro: a me spetta volere.