—Noi siamo quest'oggi, sire, più duchi di voi, perchè siamo trecento; e vogliamo unanimi cosa contraria al volere vostro; e voi non avete, da contenerci, nè pena nè premii. Le nostre trecento teste voi non potrete far volare da coteste finestre: noi potremmo, sire, la vostra.»

Gualtieri tacque. Al Borgognone parve aver detto troppo, e della forza fatta a sè stesso fu così maravigliato e vinto, che uscì. Gli altri lo seguirono, rimaso un solo. E a costui disse il duca:

«Fra due ore, entrate: se io non fo motto o cenno, sian dati: se dico no, abbiate rispetto per poco al volere e alla coscienza mia.» Poi con frettolosa trepidazione e quasi supplichevole: «sarà per poco.»

Il soldato ripetè ai Borgognoni la preghiera, che ne furono mossi a riverenza, sì per l'abito dell'antica soggezione, sì perchè ad anime francesi piaceva la generosità di tanto resistere in tal frangente.

E due ore passarono: ed ecco sul mezzodì un Borgognone s'affaccia, senza dir motto.—«No.»—Passano ancora due ore.—«No.»—Due ancora.—«No.»—Ma la furia dentro e fuori stringeva, come laccio avvolto: le grida ricrescevano paurose, intollerabili: ma i silenzi che le interrompevano a quando a quando, come voragini buie per cammino buio, gli venivano più tremendi, perchè dalle cose di fuori lo ritraevano in sè; e egli da' pensieri suoi proprii rifuggiva, come dal mettere il piede sopra serpenti aggrovigliati. Pietà sincera non era la sua verso i tre che strappavanglisi per forza, come arma impugnata a difesa e a offesa: ma ai moti della passione sua torbidi e vorticosi s'infondeva anco un senso di nuova compassione sopra costoro, ch'egli avea amati, al suo tristo modo, ma pure amati; che si erano con la loro coscienza conglutinati alla iniqua sua vita, che morivano perseguitati dal nome suo, quasi da demone vendicatore. Ma in questo affetto era rabbia del non li poter campare, più che desiderio magnanimo di camparli; era orgogliosa vergogna dell'esser debole, del dimostrarsi debole, del pentirsi, e del parere vile; del lasciarsi sopraffare dalla popolare tempesta, le cui onde obbedienti il suo legno fendeva già imperioso. Gli omicidii e le carneficine che ei commise spontaneo, che congegnò quasi allegro, che con piglio e con voce di capitano vincitore ordinò, non gli rimordono l'anima; ma il peso di queste tre teste si aggravava insopportabile sulla sua bilancia, perchè con esso insieme Iddio vi getta tutte quante le vite che egli ha distrutte empiamente, e tutti i rimorsi contro cui con isforzo di disumanata ragione ricalcitrò. Gli duole non poterli salvare, perchè salvarli sarebbe testimonio di potenza, lo farebbe vivo, e signore agli occhi suoi proprii, e, che gl'importa ancora più, agli occhi di questo popolo già vilipeso. Vorrebbe potersi dimostrare libero e al bene e al male, egli, tiranno e delle altrui e della propria libertà; perchè questa mostra di libertà sarebbe atto di rinviperita tirannide. E pure in cotesta smania di ostile jattanza era un onore reso alla umana libertà, alla bellezza del beneficare; era un confuso e quasi futuro desiderio d'ammenda. E in tutta la incessante e sempre più rinfierita battaglia non fu paura; per la vita sua propria non ebbe paura. Ma, aborrendo dalla minore viltà e' si gettava abbandonatamente a viltà più ignominiosa, facendo fin delle buone ispirazioni fomite al principesco orgoglio. Il quale gli vietava, come vieta signore duro a servo tremante, invocare gli altrui consigli. Per montare a quella maledetta alterezza di potestà con ansia repressa dalla stessa superbia egli si era affannato tanto: e adesso in quella vertiginosa altezza, secondo le brame sue, si trovava essere solo. Guai al solo!

Dal no al sì, la sua anima non patì, o non sentì, gradi. Come il mare, che, combattuto da' venti, getta alfine la barca, disarmata di vela e di remi, incontro agli scogli; duca Gualtieri fu, mal suo grado, ancora omicida. Trista condizione de' tristi! a grado a grado condotti a tale che il male diventi nell'opinione loro necessità aborrita, e quel che già fu cagion del pericolo, paia unica via di salute. Entrarono. Il duca non mosse nè lingua nè fibra: e più tormento gli fu quel tacere che quanti dolori o misfatti e' commise o patì. Usciti quelli, voleva gridare, ma gli parve non fosse più tempo. E di questo inganno ch'e' faceva a sè stesso, sentì rimorso: e Dio, nella sua misericordia veggente, gli avrà forse riputati a merito molti istanti di quella lunga battaglia.

Il conte d'Altavilla e il barone di Ciavignì stavano attenti all'orribile momento (da loro già antiveduto), per temperare a quegli sciagurati, almeno con una parola, gli spasimi della pienamente sentita e compresa morte. Quando intesero che Gualtieri concedeva: «Ma di chi?» domandarono. E i soldati, a' quali l'interrogazione pareva sciocca: «Dei tre.» L'Altavilla e il barone, guardatisi, indovinarono il mutuo pensiero, corsero al duca, e: «Quale dei tre per primo?» Egli che non aveva pur pensato potersi, offerendo a una a una le prede, saziare forse con sola una la rabbia di laggiù (che non hanno così fine il sentire i tiranni), disse, come ravveduto:

«Gli è vero. Un solo per ora: ma non sia Cerrettieri.

—E chi de' due?