Così sentenziato, due de' soldati s'accostano al padre, tremanti quasi al par di lui; e lo prendono per le mani, facendo l'atto di sollevarlo: il quale, allorchè sentì il guanto di ferro aggiungere un nuovo freddo al freddo della sua paura, disse con voce esile e profonda d'uomo che muore: «Ippolito mio!» A questa voce la natura (sempre, nelle profondità sue intime, buona), si ridestò la natura del giovanetto: e sciogliendo dal guanto de' Francesi le mani del padre, e porgendo le sue, disse: «A me.» Il vecchio ricadde sulla scranna, come corpo stanco, e trasse un lungo sospiro. Ippolito uscì a corsa: e non s'abbracciarono.

E' camminava ratto: e le mani tenutegli da' soldati, ritirò con ribrezzo. Sulla scala era il conte che l'aspettava, pallido, e umile, e pieno gli occhi di non so che divino. Il giovanetto, al vederlo, si fermò, e: «Nessuna speranza?»

Il conte, prendendogli le mani con affetto di fratello, con tenerezza di padre, con carità di sacerdote: «Ippolito, pensate a Dio. Un solo affetto che venga dal cuore, ed egli vi ha perdonato. Una parola che dica: mal feci.

—Oh mal feci!» soggiunse il giovane con umiltà di fanciullo, con dolore abbattuto, e quasi senile; e si picchiò con una mano il petto, coll'altra la fronte «Mal feci! Io sono stato un malvagio. Dio mio, mi perdonerete voi?

—Dio vi perdonerà, Ippolito: Dio vi perdona. Sperate.

—Sì, spero.»

E lo abbracciò strettamente, come quando il malfattore pentito abbraccia il buon prete appiè del patibolo. Stette un poco sopra sè: poi, com'uomo che, vinto l'orror della morte, si butta di lancio nell'acque per salvare un fratello, scese con agile e fermo passo le scale. Rinaldo d'Altavilla, rimaso in cima, lo guardava, consolato nella pietà e nello spavento, contava i suoi passi, pregava per lui. Ma per i suoi uccisori, per la sciagurata città, pe' futuri destini di lei, chi pregava? Chi intravvedeva la lunga sua servitù, e gli ignominiosi e licenziosi e abusati dolori?

Giunsero all'antiporto, e l'apersero. Il giovanetto, levati gli occhi al cielo, per essere più tosto ad espiare nel mondo sicuro i suoi falli, prese una rincorsa, come chi sotto la pioggia che scroscia fa d'attraversare la via; e si trovò, scesa già la ringhiera, in mezzo alla moltitudine armata. I neri capelli ondeggiavano al corrente sugli omeri; e di nuovo fuoco di vita, sopravvenuto al pallore, ardeva il viso. E forse quella delicata giovanezza avrebbe vinta la ferocia de' più, se quel correre non dava sembianza di fuga. Inveleniti ch'e' sperasse sottrarsi a tanta aspettazione, e deluderli con nuovo inganno, gli furono sopra cento in un attimo.—Povero giovanetto, se t'avesse veduto allora Lucia Buondelmonti!