La mattina del sabato fu quiete nella città: come quando, smaltito il vino, l'uomo si desta, e le cose nell'ebrietà fatte non raccapezza o non crede. Molti delle passate furie vergognavano; taluni, rimasticando la vendetta, la sentivano saporosa, come ghiotti che, pieni di cibo, pensano con tripudio al leccume. E non sarebbero forse tornati per la medesima via, ma dell'averla battuta provavano più mala contentezza che pena. Erano pure sazi: nè i più feroci avrebbero osato richiedere nuovi presenti di sangue. I buoni colsero il tempo per ispacciarsi del fiero ospite, il qual corrompeva vincitore, e più, vinto. Trovatolo già disposto a ogni cosa (quasi frutto mezzo dalla pioggia, ma non maturo), proposero per primo la solenne rinunzia del dominio. A patto d'uscire salvo egli e i suoi, accettò. Ma poichè l'istrumento della rinunzia giovava fosse sigillato col sigillo di Giovanni vescovo di Lecce, cancelliere del duca, fu cercato del vescovo. Egli, che già della sua devozione empiva tutti i sensi di Gualtieri, e d'impronti consigli e loquacissimi lo tribolava, s'era nell'ora della battaglia dileguato, con gli altri quattro vescovi, timidi uccelli dall'ale più forti del becco. Alla fine, frugando, cercando di quanti egli aveva benevoli o conoscenti, trovarono il covo del cancelliere in una casupola del corso de' Tintori: e il vescovo Acciaiuoli prese la cura d'andarnelo soavemente a snidare.

Sentito ch'ebbe quel di Lecce picchiare alla porta, si raggomitolò in sè stesso, e accoccolato sulle ginocchia, si mise a pregare in latino. L'appiattarono, chiedente pietà, in una stanzuccia a tetto, e lo coprirono di paglia e di letame, sgridando, tacesse; perchè la paura lo faceva come grugnire. Egli si acchiocciolò in quel letame, al modo che il febbricitante s'acquatta sotto al coltrone, battendo i denti dal freddo; intanto che il vescovo assicurava que' di casa, sè venire apportatore di novella non trista. Credettero la buona gente al viso e all'accento dell'Acciaiuoli; e dissero al cancelliere la cosa: ma egli negava fede, e come ragazzo stizzito, dando delle calcagna in aria, sparpagliava il letame che gli teneva luogo d'abito sacerdotale. Stufi alla lunga gli ospiti suoi di quel gioco, lo afferrano, e lo mettono in piedi, come si fa delle sacca mal piene di cenci: quando appunto il vescovo, per rassicurarlo di persona, saliva la scaletta a piuoli, e trovavasi di fronte a lui. Il sacro cortigiano, così inzavardato di concio la faccia e le vesti suntuose, sorretto dai due che mal tenevano le risa, somigliava a un bove, che, levandosi dalla lettiera, non sappia scuotere da sè le sozzure del suo giaciglio. Arruffati i capelli, e sulla barba e sui capelli o pagliuche o immondizie, simili ai geloni pendenti dalle grondaie; o stille di fetido umore che tremolavano, come rugiada sul cardo. La faccia teneva dimessa, e le mani in mano, come quando, chericuccio monello, e' riceveva dal suo vescovo un buon rabuffo. Ma l'Acciaiuoli, non che godere (come tra vescovi sogliono, gelosi e piccosi quasi vecchie gentildonne), mosso a pietà di tanto avvilimento, s'affrettò a raccertarlo del vero, e con parole brevi e pronte disse a che ci veniva.

Allora quel di Lecce: «Non sarà mai ch'io vada al cospetto d'un perduto, il quale tanta turbazione destò nella buona repubblica di Fiorenza, e mi fece soffrire tanto. Gli uomini sventurati a me sono più specialmente diletti, e per debito di ministero e per tenerezza della natura mia: ma la sventura colpevole!

—È doppia sventura, l'Acciaiuoli interruppe. E a voi, messere, è dato modo d'espiarla e d'alleggerirla: v'è dato insieme di provvedere ai comodi vostri. Perchè, ratificato che venga l'atto della rinunzia, voi potete seguire il signor vostro in Puglia, o dove che sia, e di migliori consigli giovarlo.

—Ma lo scandalo, Dio mio, del seguire principe spodestato!

— Veggo che voi la vergogna giudicate dalla fortuna: ma nè questo è 'l tempo, nè a voi è bisogno ch'io insegni il Vangelo.

—E l'uomo che ha tanto bruttamente tradito il popolo fiorentino, atterrà egli a me le promesse? Poss'io fidarmi alla sua compagnia?

—Non so. Questo so, che migliore compagnia non vi resta. Ben prometto che alla persona vostra non sarà fatto oltraggio; e ve ne do sicurtà la mia fede, la mia autorità, e Dio testimone. Aggiungo, che ratificando un atto gradito al Comune di Fiorenza, voi venite, come meglio è possibile, ad ammendare i tanti che già ratificaste dispiacevoli ad esso.

—Poichè questo è, disse il cancelliere, si vada: s'incontri animosamente il pericolo all'onore di Dio, e del nostro santo e difficile ministero.»