Così dicendo, scote dalla persona il letame e lo strame.


Aspettarono la notte del sabato per entrare di soppiatto in palagio. Quivi il cancelliere annunziò la sua venuta a Gualtieri, ma non chiese vederlo, nè questi lui; chè l'uno all'altro erano vergogna e rimprovero; nè lisciarsi potevano oramai, nè straziarsi, senza dolore mutuo. Domenica mattina, convennero il vescovo, i quattordici della balìa, gli ambasciadori e il capitano di Siena, il conte Simone da Battifolle: nella presenza de' quali duca Gualtieri diede ai quattordici e al vescovo autorità di operare tutto quanto stimassero conducevole al buono stato della città; rimise imperio e giurisdizione che aveva sopra quella, la prosciolse da ogni giuramento ed obbligo, restituendola nella medesima forma di quando si dette a lui: liberò dalla sua signoria le città di Pistoia, d'Arezzo, di Volterra, e' loro contadi, e tutte le altre terre, castella, fortezze e luoghi, lasciandoli soggetti al Comune di Fiorenza così com'erano innanzi: e il simile de' cherici, de' marchesi, de' conti, e altri nobili, con le loro signorie e' poderi, dando autorità al capitano e agli ambasciatori di Siena ed al conte di rimettere i Fiorentini nella possessione d'ogni cosa. Imperocchè il più de' principi non cedono se non quel ch'hanno perduto; non isciolgono i popoli se non da que' vincoli che sono già rotti; e creano rappresentanti della propria autorità allora quando l'autorità loro è finita.

Le dette rinunziazioni scrisse il cancelliere; e stava per concludere con le formole consuete, quando messere Giannozzo Cavalcanti, levato dritto in piedi, parlò. Questi è quel messere Giannozzo ch'abbiam già sentito predicare dal desco d'un beccaio sommessione: ora il Comune l'aveva creato un de' quattordici, e per non avere inimica la sua spaventosa loquacità, e per tirare a sè molti nobili, che da quella loquacità pendevano ubbidienti. Ma egli, e per rendere al Comune buona mercè dell'onore, e per far mostra di facondia, e per bene assicurarsi che l'incomodo duca non tornerebbe mai più a mettere in impaccio la sua carità patria, ebbe a dire così:

«Messere lo cancelliere, quello che avete elegantemente scritto fin qui, bene sta: ma una cosa io prego la sapienza vostra d'aggiungere, e, sottosopra, in questo tenore: «E afferma il detto duca, nella sincerità della coscienza sua, di ciò fare spontaneamente, liberamente; e impone a sè pena di cinquantamila marchi d'argento per ciascun de' capitoli ch'egli infrangesse o tentasse d'infrangere.»

Il vescovo di Lecce interrogò il duca degli occhi: ma questi tacque e abbassò lo sguardo, dopo gettatolo sopra Giannozzo con quel torvo dispregio onde i tristi puniscono i vili. E 'l cancelliere più lentamente di prima scrisse, e lesse; e fu notato che non cinquantamila marchi diceva, ma pur cinquanta: onde tutti gridarono: «Cinquantamila.» Ed egli, con mano restia, scrisse.

Ora messere Talano degli Adimari propose una particola che diceva così: «Ed obbliga la fede propria, non solamente per sè, ma e per gli uffiziali suoi, quanti sono.»

Qui sorse dubbio. Il cancelliere, per farsi grazioso al duca (dal quale solo omai poteva sperare o temere), notò, non dovere uomo promettere cosa che non dipenda dalla sua propria volontà, nè la potenza de' principi essere tanto grande da stendersi sugli animi umani.

«Questo, rispose Filippo Magalotti, doveva messere lo duca rammentare prima d'ora a sè stesso: ma poich'egli mostrò non lo credere vero, e volle accollare a sè tutte le soperchierie de' suoi fidi; e noi concorriamo nella opinione sua. Che se a lui venisse voglia, per man di taluno de' suoi uffiziali, rompere i giuramenti, e, perch'egli da sè nol fa, credersi esente da pena e da vergogna, chi non vede tornare a vuoto e quest'atto e ogni cosa finora operata da noi?»

Il cancelliere voleva rispondere: ma Francesco de' Medici, allungato il dito, raggrinzando la fronte, e allargando le narici, com'uomo irritato, esclamò: «Scrivete, messere.» E il vescovo, con più lesta mano di prima, e più tremante, scrisse.