Qui sorse a dire Sandro di Cenni de' Biliotti. «Una cosa ancora io tengo si debba da messere lo duca promettere: «ch'e' non si vorrà mai dolere per cosa fatta a lui od a' suoi.»

Qui Gualtieri diede in un moto di rabbia male represso: messer Sandro lo guardò fiso e severo, come fa maestro a fanciullo insolente, e vedutolo rabbonirsi, seguitò: «Nè di chiedere a principe o a città rappresaglia mai contro al Comune o al popolo di Fiorenza, a pena di diecimila marchi d'argento.»

Se la prima parte dell'obbligazione a tutti parve esorbitante, parve d'importanza grande la seconda: e perchè 'l duca taceva, e il cancelliere scriveva a furia il dettato di messere Sandro, come scolare scrive il dettato del maestro, nessuno osava parere meno severo al nemico suo di quel ch'egli fosse a sè stesso.

Giannozzo Cavalcanti, sentito il vento soffiare buono, incominciò con molta gravità: «Anche una cosa.» Ma ser Marco degli Strozzi, pietoso della condizione del duca, e stizzito della impronta vigliaccheria di Giannozzo, si levò dicendo:

«Basti. Non rinnovelliamo lo strazio d'altr'jer sera; non affettiamo e non rosoliamo i cadaveri.»

La quale maniera di difesa punse il duca più d'ogni offesa; ma oramai era sua legge tacere, e ricevere le parole dure, come giumenta legata all'aperto riceve la pioggia.

Queste condizioni scritte e riscritte in pergamena, e sigillate col suggello ducale, furono dal vescovo di Lecce rilette ad alta voce e sonora (per abito di cancelliere, non per oltraggio), fremente il duca. Al quale il vescovo dettò il giuramento.

«Giuro al nome di Dio, giusto vendicatore, e a tutte le potenze celesti che invisibili ed infallibili veggono l'animo mio, d'attenere le qui scritte promesse, a ogni costo: e se ora o mai mentissi agli uomini e a Dio, invoco sopra il mio capo e de' miei la maledizione eterna. Giuro di nuovo per l'onore della casa di Francia, per le ossa di mia madre, e per il sangue di Cristo che mi sia in giudizio e condanna.»

Gualtieri ripeteva con gli occhi fitti alla terra, non altro movendo del corpo suo che le labbra, e con sì leggier moto che le parole appena s'intendevano: e quando fu alle ossa di sua madre, parvegli vederla viva, e con dolore severo di donna amorosa ingiustamente afflitta, rimproverargli nelle mute lagrime gli affanni ch'e' le aveva portati, e pregarlo minacciando, non turbasse con lo spergiuro la terribile pace delle sue ossa. Ond'egli quelle parole non profferì: ma il vescovo ripigliò con voce più chiara «per le ossa di mia madre;» e allora il suono uscì come confessione di vergognoso peccato.