Fatto il sacramento, in segno del deposto dominio, e' depose il bastone ch'aveva in mano: e Bindo della Tosa, presolo, lo buttò con dispetto per terra. Ma Bartolo de' Ricci, cavaliere e legista, raccolse quel segno d'autorità, e lo appese alla parete tra un brocchiere e uno stocco. Il cancelliere posò anch'egli la penna, sbuffando, com'uomo stanco: e visto che ormai Francesco de' Medici e Talano degli Adimari e il vescovo si volgevano al duca a parlargli umanamente (sì come il giudice usa qualche parola pia al reo condannato nel capo); anch'egli, quel di Lecce, s'accostò piamente; e di sdegnoso che pareva or ora, ridivenne a un tratto l'antico uomo, famigliarmente supplichevole, timidamente audace; occhio di gatto, petto di serpe, coda di cane. Gualtieri gli volse le spalle.


Il dì seguente uscirono, patteggiati, di palagio i soldati del duca, con grande paura, sebbene e gli ambasciatori senesi e molti buoni cittadini li accompagnassero a sicurtà. Ma non n'era di bisogno, perchè tutto il popolo aveva promesso lasciarli quietamente passare così come se già passati fossero. Tra gli accompagnanti erano taluni de' già favoreggiatori del duca, il Peruzzi, il Medici, Giannozzo Cavalcanti, superbo dell'uffizio quasi militare: poi alcuni de' Bardi, e il vecchio priore di sa' Jacopo, la cui canizie proteggitrice pareva accanto a quegli armati così veneranda, come miserabile pare la canizie sacerdotale da armi ingiuste protetta.

Andavano a capo chino, dolenti per le ferite, gravati dalla vergogna. I meno odiati, che volevano pur con gli occhi e col cenno significare a' cittadini, in partendosi, alcuno non ignobile affetto, portavano la visiera levata: altri, nella celata tutta chiusa (sporgente o in becco d'uccello o in muso di bestia, o scanalata e a onde), sembravano non uomini, ma moli informi di ferro. Ad altri, l'elmo che finiva in ghirlanda, pareva ridesse in capo della presente ignominia; ad altri, le lunghe piume scendevano, miste ai rossi capelli, intrise di sangue. Chi sguarnito la testa e le spalle, chi senza bracciali; a chi il largo pettorale del cavallo qua e là squarciato. I più modesti e i più timidi coprivano con velo nero il sangue rosseggiante sull'armi: ma in altri erano tante le macchie, che forza era lasciarle palesi alla vista di coloro, dalle cui membra forse era spicciato quel sangue. Un caporale de' Borgognoni, fra tutti cospicuo e forte e grande, sull'armatura di rame dorato, rubata forse a un margravio d'Alemagna, portava spesse chiazze di sangue: e quel giallo e quel rosso insieme, parevano la comune divisa de' pari suoi. Le mazze irte di punte omicide, le ascie lunate, i martelli ricurvi, pendevano dagli arcioni; e le lunghe balestre ornate d'avorio, e le lunghe spade, si strascinavano per terra sonanti. Le divise, superbe o gaie o amorose, degli scudi, erano adesso vista dolorosa. E tra quegli scudi ve n'era lavoro d'artefici fiorentini, dono da fiorentini uomini, già sommessi, fatto a' Borgognoni, già cari: uno fra tutti bellissimo, con in mezzo, a rilievo, un arcangelo armato. Andavano a passo lento, quasi a pompa funerale, che la fretta non paresse o paura o vergogna: tutti muti; e solo si sentiva il tintinnire dell'armi e lo scalpitar de' cavalli, mesti anch'essi. Pensavano i compagni morti; altri le donne o indarno desiderate, o oltraggiate, od amanti. Il popolo fermo e tacito, senz'armi, senz'ira, guardava, come se coloro fossero vincitori, egli vinto. Molti de' cavalieri venivano a piede, o mortogli il cavallo o rubato, ma i più stati resi.

E mentre passavano, ecco un contadino, tenendo pel morso un cavallo destriero riccamente bardato ed armato; e gridava: «Messeri, chi l'ha perduto di voi?» Il cavaliere era morto: ma quel buono uomo non volle appropriarsi preda, sebbene di guerra giusta; e visto un soldato, in età, che si strascinava ferito: «A te, compagnone; chè tu te ne vada più presto lontano da noi.» E senza guardare il tristo drappello, com'uomo ch'ha maggiori cose a pensare, svoltò da altra via.

Ma il popolo, visti che gli ebbe uscire di porta, si sentì contento dell'averli risparmiati, ben più che i carnefici de' due d'Assisi non si sentissero della strage. E di quei Francesi, parecchi, appena fuori, dimenticato il pericolo e la vergogna, guardavano per l'ultima volta ammirando, com'uomini intendenti di guerra, le nuove mura e le torri e i barbacani; e ragionavano di cose guerresche, come se uscissero a breve correria. Doleva a pochi dell'oro perduto, dell'incerto avvenire: molti la novità vagheggiavano, come ventura lieta. E coloro che nel passare per la città furono più paurosi, erano adesso più gai.

Andate, sciagurati, piaga d'Italia, piaga voluta e compera: andate a cercare signore ignoto, a cui vendere il nerbo e l'audacia, anime rotte a ogni sorta e d'impetuosa battaglia e di ruberia frodolenta; sommessi e feroci, come il mastino che s'ammansa al padrone, e a chi gli è ammiccato, s'avventa. Andate, sciagurati! Nel nome di qual principe guadagnerete voi oro e rimorso, e lode più rea dell'infamia? Farete atti magnanimi e vili, patirete la fame e l'ubriachezza, ucciderete e morrete? In nome di quale repubblica? Chi sa in quanti luoghi soneranno le vostre bestemmie? Quanti idiomi udrete parlare e cinguetterete? Qual terra riceverà le sbattute vostre ossa? Andate, infelici! Così non lasciaste nella gloriosa città vestigio di voi; così non venissero altri par vostri, e più tristi, a ribadire le anella della spezzata catena!


Il popolo, nelle case, sulle piazze, teneva ragionamento di quanto fecero e dissero in que' dì i più notabili cittadini; e ridiceva i motti, e contava le ferite, e raccendeva in parole la spenta battaglia. Poi gli atti dei Borgognoni uscenti, poi le novelle che venivano del loro passar nel contado, e quelle che delle città ribellate; poi le congratulazioni de' Comuni, e degli amici concorrenti in città. E qui menarli a vedere, e rifarsi a raccontare ogni cosa; e nella vista dell'appena passato pericolo, celiare. Alcuni pochi si lagnavano che, avendoli in gabbia quegli astoracci de' Borgognoni, non si fosse provato a schiacciar loro il capo a uno a uno: ma altri rispondeva: «Non vedi tu che assai ci fu pur di due? Di que' due non dico: ma freddarli bastava. Farne lo strazio che s'è fatto, gli è un rubare il mestiere a' demonii.