Se non che ai lungamente infelici e minacciati di nuova infelicità, il fermarsi nei conforti al dolore, il non ne torre via le cagioni, sarebbe pericolo e colpa e vergogna. Piuttosto che trascendere in esultazioni, giova pensare che gli ottenuti qualsiansi vantaggi, l'Italia non li deve tutti a sè stessa; e che nel 1848, fra i molti errori e non tutti innocenti, potevasi almeno affermare che armi tutte italiane, comecchè da ultimo sventurate, resistettero a lungo non inugualmente contro quelle forze alle quali a gran pena si tenne pari l'agguerrita e animosa e meritamente celebrata potenza di Francia; pensare che, se il giogo della tirannide è grave, il peso del benefizio non è leggiero se non a chi sappia farsene degno; pensare che la vittoria dovuta in parte ad altrui, bisogna tosto o tardi scontarla; che se gli uomini privati possono gratuitamente largire oro e sangue, i governanti de' popoli di rado lo possono, lo vogliono ancor più di rado; e che il reiterare di tali largizioni, nessuno può richiederlo come debito, e potend'anco, non lo deve, se cura la propria dignità. Bologna che gode dei dittatori Cipriani, Farini, Bon-Compagni, non può non rammentare il sangue, gli insulti della sorella Perugia; e più alto che i cantici di Lombardia liberata, s'innalza il gemito dei Veneti angariati, incarcerati, percossi, delusi delle promesse solenni. Ai Veneti non è promessa consolatrice il figurarsi dominati da Austria immedesimata all'Italia; il figurarsi l'Italia trasformata in un corpo di nuova fattura, corpo di cui il papa capo, e Francesco di Vienna e Francesco di Napoli membra, e duchi e arciduchi incerti, o altri incogniti e nascituri come principi, membra. Il fatto si è che, con tutti questi trionfi, Austriaci a diecine ed a cinquantine di migliaia stanno accampati in Italia, e Svizzeri assoldati versano o s'apparecchiano di versare sangue italiano, e Italiani stanno per essere sguinzagliati contro i loro fratelli; e per schermo da Austriaci e da Svizzeri e da Italiani ci restano Francesi in Lombardia, in Roma Francesi.
Se a Roma fossero spediti col medesimo intento che in Lombardia; se quelli di Lombardia devano da ultimo riuscire al medesimo intento che quelli di Roma, o se viceversa; il giudicarlo o il domandarlo non spetta a chi ignora assai cose, e quest'una ben sa, che tutto sapere non si può nè si deve. Ma d'altra parte non si può non sapere che oltre agli intenti palesi de' grandi fatti politici, sempre ce n'è di segreti; e che, per esempio, la pace di Villafranca non poteva essere ad uomo così cauto insieme e così risoluto com'è chi governa nazione tanto coraggiosa quant'è la francese, non poteva essere consigliata dal solo timore delle armi di Prussia. Inutili oramai sopra ciò le querele, ma peggio che inutili le parole provocatrici a cui tanti si lasciarono e lasciano andare pubblicamente. Se i popoli ignorando il segreto e di quella pace e di quella guerra, non si potettero dar per intesi di certe cose, e senza avvedersene offesero; se continuando per la medesima via, senza malizia nessuna seguitano tutti i giorni a fare il contrario di quello che altri vorrebbe; è da sperare non ne portino la pena, come semplici e innocenti che sono: ma non sarebbe punto innocenza il voler tutte interpretare a proprio comodo e piacere le parole che i potenti pronunziano, e in quelle stesse che per le necessità politiche quali le fa la miseria dei tempi suonano ambigue, voler leggere ogni cosa chiaro e determinato in proprio servigio; e per contrario, alle parole che chiarissimamente suonano sfavorevoli, non dare retta. Fu già schiettamente significato all'Italia che la Francia aveva compita la parte sua: e questo si chiama parlare netto; e non intendo perchè non s'abbia ad intendere. E quand'anco non fosse profferita cotesta parola che non è punto minaccia ma consiglio più provvido d'ogni promessa; chi guarentisce a noi che la vita e la sanità e l'agio di difendere gl'Italiani basti al potente alleato per tanto tempo quanto a essi fa di bisogno? E se la morte, se una infermità, se una guerra diversa ci lasciasse esposti agli assalti e alle insidie degli esterni e degli interni amici e nemici?
La più feconda promessa uscita dalla bocca imperiale è nella parola: Armatevi, Italiani. Nè per la pace fu quella parola disdetta; ma anzi confermata e illustrata. E chi disse: La mia parte è compita, intese: Ora a voi. Bisognava dunque, dopo il dì 12 di luglio, ben più sollecitamente che prima, non dico provocare la guerra, ma dico agguerrirsi; porre la propria salute nel non sperare da altri salute; far ragione d'essere al mondo soli, circondati da pericoli minacciosi. Non era ormai l'Italia che, rigettando i soccorsi, dicesse: Farò da me; era l'Europa che parte per aspettazione di benevolenza, parte per stanchezza o dispetto, comandava all'Italia: Farai da te. Bisognava non svogliare o rimandare scontenti i poveri Volontari, ma sempre più stringerli, disciplinarli, incuorarli, ordinare una leva che facesse montare l'esercito a numero tale da far fronte alla forza nemica. E potevasi; e della inesperienza avrebbe tenuto luogo l'ardente volontà, la coscienza del diritto, il pensiero del combattere sul proprio terreno; e il numero, non foss'altro, degli armati, avrebbe raffidati gli amici, inanimiti i dubitanti, sgomentati gli avversi, spronati insieme e rattenuti i consigli dei potentati europei, spronatili a rompere gl'indugi insidiosi, rattenutili da sentenze sprezzanti e spietate. Bisognava mettere a profitto il primo impeto dei popoli liberati per ottenere e dai benestanti e dai poveri stessi (la cui cordialità colla moltitudine delle piccole offerte accumulate supera i donativi della più sfoggiata opulenza) ottenere que' sussidi, che avrebbe del resto estorti per sè lo straniero se dimorasse più a lungo. Bisognava, coll'autorità dei signori amati e dei preti degni, eccitare nei campagnuoli l'affetto di patria, il quale nessuno mai curò svolgere in essi neanco in quel grado che pur si poteva, neanco stringendo tra loro e i cittadini que' vincoli non dico di fratellanza ma di clientela, pe' quali erano forti le antiche società, e grandi imprese potettersi dalle nazioni compire. La nazione bisognava rigenerare negli esercizi militari, non contentarsi che qualche migliaio di guardie civiche in qualche città si mostrasse con sufficiente destrezza e con lodevole puntualità alle rassegne o a cerimonie di quasi scenica pompa: incominciare con la vita del campo, con gite via via sempre più faticose, con esercizi sempre più violenti, a indurarli al disagio, che a sostenere perseverantemente è più duro del pericolo, e fin del tormento, al disagio la cui dissuetudine rende i popoli imbelli.
L'apparecchiarsi daddovero alla guerra avrebbe vinta, prima che sopraggiungesse, la guerra. L'usarvisi tuttavia (giacchè il tempo opportuno non è tutto ancora passato) renderebbe gl'Italiani degni di rispetto e agli stranieri e a quei, qualunque si siano, principi che verranno. Perchè quand'anco l'esito delle cose oltrepassasse la più lusinghiera speranza, quand'anco senza travaglio ottenessimo a un tratto quiete libera e dignitosa; e all'Italia toccasse una sorte non mai toccata a gente o ad uomo nessuno, dico di fruir con onore beni largiti dall'altrui generosità, non conquistati con opera corrispondente al loro valore; quand'anco ciò fosse, la conservazione di questi richiederebbe a ogni modo il lavoro che per il loro conseguimento si fosse risparmiato. Non basta mutare governo, bisogna mutare vita. E se le leggi sorreggono la libertà, non la fondano che i costumi.
Libertà non si crea per decreti. Possono i parlamenti col coraggio iniziarla, con la concordia sostenerla, con la proposta di buone istituzioni avviarla: ma sue nutrici e tutrici sono la fede, le virtù domestiche, e l'armi. Non parlo de' vanti matti nè delle feste puerili; de' Te Deum tra due pranzi, de' mortori alternati co' balli; agonia della patria, morte de' vili. Ma dico che, salvo i non mai abbastanza lodati, i quali affrontarono i pericoli del campo, le angustie della carcere o dell'esilio, il maggior numero di questi undici milioni d'anime hanno ricevuto la novella condizione di cose senza sagrifizi, senza ansietà, senza quasi pensiero del buio e minacciante avvenire. E la storia e l'esperienza ci provano come alle inerti speranze consegua disperazione inerte, non consolata da memorie, non compianta. Questo spiraglio concesso all'Italia di libera vita doveva essere così fitto di nobili esempi, che qualunque si fossero i governanti venturi, dovessero averne o modello o rimprovero, e l'Europa apprendesse da' fatti quello che noi possiamo e sappiamo. La maraviglia che da più parti dimostrasi per l'ordine conservato in mezzo a quello che da taluno chiamasi disordine quand'è in nome dei molti, ma stimasi giustizia quand'è a vendetta di pochi; cotesta maraviglia piuttosto che ammirazione rispettosa o amorevole, è in altri sorpresa di fatto che non si aspettava da gente a cui non si aveva nè fede nè stima, in altri sorpresa stizzosa, perchè del disordine che disonorasse l'Italia tramavano far loro pro; e si confidano che prolungando la prova, le speranze irritate e deluse, il dispetto che prorompe dall'animo de' deboli ad arte stancati, conduca le cose là dove costoro fin dal principio intendevano d'avviarle. Non però ogni parola che si fa sentire, è di maraviglia e di lode. Quegli nel quale i più speravano maggiormente, e che più si dimostrava benevolo, non risparmia riprensioni severe e di detti e di fatti; ma a chi sappia intenderle, salutari. E basta rammentare la recente lettera di lord Ellenbouroug per sentire come possa la lode sincera esser mista a rimproveri amari, e il dono a raffacci che farebbero seccare gli allori della vittoria più rigogliosi. Sarebbero ben semplici gl'Italiani se si fidassero ai cospiranti affetti di tutti i potentati di Europa per loro; quando cotesta cospirazione stessa è prova dell'essere que' potentati divisi da interessi contrari e da reciproche gelosie.
Non lo possono oramai gl'Italiani dissimulare a se stessi. Il cammino che han preso è onorato ma arduo: non che giunti alla meta, e' sono appena alle mosse. Amici e nemici stanno a guardarli se sappiano prendere la signoria del proprio destino. Da questo punto dipende il destino di secoli forse. Nessuno farà l'Italia s'ella non si rifà da se stessa; e primo segno del suo rifarsi sarà il ridivenire valida a difendersi con le armi proprie da tutti, sola e sempre. Il tempo di questi lunghi mesi perduto, riguadagnarlo bisogna: costituire un esercito; raccogliere, non da prestiti che rovinano l'avvenire e fanno la nazione dipendente dai suoi stessi nemici, ma da offerte comuni, regolarmente raccolte a tempi fissi, il danaro occorrente. La nazione che ha già saputo sagrificare le proprie affezioni municipali al principio d'unità, s'è mostrata degna di sagrificare alle necessità dell'onore e della vita una parte della propria ricchezza, che le sarebbe poi restituita ad usura. Sta in lei il farsi l'ammirazione davvero, o lo zimbello, dei popoli.
Queste parole ho dettate non senza pena, e dopo lungo esitare; ma, sollecitato da chi ama d'ardente amore l'Italia, rimproverato del mio silenzio come di colpevole noncuranza, scorgendo imminenti i pericoli, e i disinganni sempre più acerbi, parlo, per invitare, per supplicare che vengano efficacemente al soccorso coloro ne' quali è il valore della parola, del senno, della volontà; coloro che hanno il vantaggio del favore pubblico, l'autorità del consiglio, la potestà del comando.