XXI.—[Possibilità del pericolo.]

Ma gl'Italiani non devono attendere che Austria, consigliata o dal pentimento o da un rotolo di monete messole nelle mani, se ne vada di suo proprio moto, sospinta dai Potentati, tutti con improvvisa concordia pietosi a pro del debole, risoluti a pro di chi non ardisce operare da sè. Bisogna porre (ed è troppo possibile) il caso che Austria non voglia cedere a nessun costo, che dentro in Italia ci sia chi la voglia, e, anche uscita, la chiami; che fuor d'Italia nessuno voglia o possa sul serio farle forza o paura; che, quand'anco cotesto volere e potere si trovino uniti, un momento, un solo momento si dia, nel quale gl'Italiani abbiano da sè stessi a far prova del proprio volere e potere contro un astuto e agguerrito e disperato nemico. Nel pensiero di questa, fosse pur lontanissima, possibilità, gl'Italiani devono affrettarsi agli apparecchi di guerra, come se fossero soli al duello di morte, raccogliersi in silenzio dignitoso e severo, nè con pompe di scenici trionfi sgomentare e accuorare gli amici, gli avversi irritare insieme e inanimire. Pretendere che altri faccia per essi, come servitore per padrone; sdegnarsi che non abbia fatto abbastanza, quando non si sa veramente quanto egli abbia promesso di fare, e a che condizioni promesso, e se altri prima di lui possa essere sospettato di venir meno alle poste condizioni; è, se non altro, puerilità. Quando sapete, e dovete sapere, che patti segreti ci furono sopra il vostro destino; l'immaginarli tutti in servigio di voi, è fantasia consolante, perdonabile, se così piace, agli inesperti e agli infelici che sentono il proprio dolore e diritto; ma non è fantasia alla qual devano ubbidire i più forti come se fossero i deboli essi, e devano le leggi del mondo civile piegarsi come a cenno di Dio onnipotente. Patti ignorati, perciò stesso che sono ignorati, devono mettere, più che baldanza, sgomento, massimamente a nazione che da secoli patisce inganni non sempre dal suo lato innocenti, e disinganni crudeli. Il lavoro di secoli, foss'anco lavoro di distruzione, non si disfà e non si ripara in un dì: che anzi le ruine ammontate si fanno alla riedificazione impedimento. L'Italia deve non aspettare che un Re, sia di qua o sia di là d'Alpe, la faccia. Nessun Re, nessun uomo è da tanto. Essa deve con lunghissima fatica riedificare sè stessa. Deve primieramente conoscersi, e acquistare la coscienza della propria forza vera, la quale coscienza non si ha dissimulando a grande studio le proprie debolezze. E gl'Italiani non solamente se le dissimulano, ma se le aggravano e creano. Tra cittadini e villici non s'intendono ancora: tra provincia e provincia è cominciata così in digrosso una qualche specie o mostra d'intesa; ma decreti, nè visite cerimoniose non bastano a tanto. Due milioni e mezzo e più d'Italiani gemono e fremono sotto quel bastone e quel ferro che minaccia tuttavia la nazione tutta quanta; e altri milioni intanto tripudiano della speranza, alla quale il dolore fraterno e le significazioni del lutto pubblico sarebbero augurio ben più fausto nel cospetto del mondo e di Dio. E poi si dolgono che l'Imperatore de' Francesi non abbia fatto abbastanza per loro. Hann'eglino fatto, fann'eglino il loro dovere per sè? Vuolsi ch'egli si dolesse del non essere stato inteso. E sebbene io non presuma d'intenderlo, perchè non so tutto quanto egli ha detto; sebbene io creda ch'e' non ami essere sempre inteso in tutto e da tutti; confesso però che chi molto pretende dai forti, ha dovere d'intenderli o d'indovinarli in qualche maniera; e che l'unica scusa o compenso della debolezza assai volte è l'intendimento, a almeno la prudenza modesta. Io so bene che, oltre all'affezione, l'Imperatore ha altre ragioni di giovare all'Italia; ma l'Italia ne ha ben più per giovare a sè stessa. Egli può tuttavia mettere nella bilancia che libra i nostri destini, mettere di quelle parole che pesano quanto la spada, perchè pronunziate con in mano la spada; può senza suo risico acquistarsi una gloria di conquistatore più pura che quella dello zio, la cui ombra occupa tuttavia Europa tutta, e delle cui tradizioni si fanno forti e amici e nemici: ma la spada di Francia, grazie a Dio, non costringe l'Italia a starsene inerme, non assicura l'Italia da tutti i pericoli. La Francia ha i suoi pericoli anch'essa: e se il sospetto d'uno di questi ha dettata la pace di Villafranca, un altro sospetto può ben commuovere nuove guerre nelle quali agli Italiani sia forza dar saggio di sè. Napoleone III si compiace in far prova della propria oltrepotenza distraendo amici e avversi con accenni di guerra or a ponente or a mezzodì, or a levante; ma potrebbe anch'egli essere in simile maniera distratto, sì che non possa provvedere a noi altri. E taluni tra noi richiedevano il tutto da esso, come se l'Italia fosse il centro del mondo, come se la Francia non fosse grande se non per farsi all'Italia piedistallo. Siamo riconoscenti a quella nazione prode, che sparse tanto sangue, per noi; ma pensiamo che non le sue intenzioni e il cuore de' suoi magnanimi, ma le sue necessità vere o immaginate, e le arti ostili di chi non vuole un'Italia forte, e le calamità secolari di questa terra, potrebbero mutare in contrario le cose. Cotesto, nell'animo degli onesti e de' previdenti, non dovrebbe punto scemare della gratitudine debita ai fatti finora seguiti: nè Magenta e Solferino, indelebili nella storia, devonsi mai, checchè decada, dalla coscienza dell'Italia cancellare. Senonchè la più degna gratitudine al benefizio è il dimostrarsene meritevoli; e il miglior modo del dimostrarsene meritevoli è fare il possibile per non ne aver di bisogno. Se il tempo datoci a riconoscere e rifare noi stessi, lo perdiamo in baldorie; sarà troppo tardi il lamentarci ch'altri ci abbia lasciata una libertà di balocco come a fanciulli, per rendere palpabile la nostra immaturità, per farcela confessare a noi stessi, per condurci a invocare nuovo giogo com'unico scampo, e strascinarci, disonorati, là dove noi non si voleva venire. Intanto chi si tiene già libero e forte e felice, rattenga gl'impeti della propria esultazione; si ricordi che c'è tuttavia degl'Italiani che soffrono. La creatura conculcata e avvinta, che appena ha sciolte le braccia e si vede ancora alle spalle il calcio del fucile tiranno che minaccia percuoterla, non dovrebbe sentirsi gran voglia d'agitare le mani per applaudire a sè stessa.

XXII.—[Conclusione.]

Narra la storia una di quelle parole che sono il compendio di vicende di secoli, sono il simbolo del fato de' popoli, sono la filosofia della storia; narra d'uomini Ghibellini in Firenze tratti dal vincitore alla morte. Domanda l'uno: Dove andiamo noi? E il compagno risponde: A pagare un debito che ci lasciarono i nostri padri. Un debito tremendo a noi lasciarono i nostri, e noi l'abbiamo aggravato; e pagarlo bisogna: pagarlo bisogna o con lagrime e con sudore e con sangue, o almeno con atti di senno forte, d'astinenza modesta, di virtù generosa. I nostri padri invocarono lo straniero a opprimere i loro fratelli; invocato, lo provocarono: sappiamo noi e meno insuperbire, e umiliarci meno; esercitare a tempo la fiducia e la diffidenza. Essi affidarono l'armi a braccia mercenarie: e a corrompere sè stessi abusarono il sentimento del bello, e le maraviglie della natura e dell'arte: noi riformiamoci in civiltà forte e austera; rammentiamoci che la grazia verace germina dalla forza. Essi disconobbero il vicino, il fratello: noi apprendiamo a studiarci, e leggere l'un nell'altro come in libro di lingua non ancor bene nota. Essi disprezzarono e odiarono: sappiamo amare.


NECESSITÀ URGENTE.


Quel che doveva in Italia seguire dal primo del corrente anno all'ultimo dì, nessuno, per grandi che avesse le speranze delle cose prospere o l'apprensione delle avverse, l'avrebbe saputo antivedere, almeno per quel che concerne la singolarità de' modi ne' quali si vennero gli avvenimenti svolgendo. Così è che gli ammaestramenti della storia, per la novità dei casi seguenti, tornano inutili a chi viene dopo; così accade spesso che quelle cose più ci colgano sprovveduti, alle quali le minacce altrui e i nostri vanti più parevano dover prepararci.

Il dì primo dell'anno non era ancora sonata quella parola regia con cui Vittorio Emanuele si disse sensibile al grido dei popoli; e questa fu che eccitò veramente un grido d'esultante ed impaziente speranza. Parve di subito imminente la guerra, insoffribile ogni indugio; e quando Francia prometteva ad Austria e ad Europa di non varcare le Alpi, se non quando Austria avesse varcato il Ticino, quella promessa a molti sonava minaccia; e taluni desideravano l'Austria invaditrice pur per veder soccorritrice la Francia. Esaudì l'Austria quella invocazione; e fu un punto che Torino sentì approssimarsi lo scalpitare dei cavalli nemici. Francia venne; in meno d'un mese, di battaglia in battaglia, e di sbaglio in isbaglio, Austria fu a Solferino. Dove per le sorti italiane e per l'onore delle armi francesi e per il destino dell'impero stesso, lungamente librati in fatale bilancia, combattettero il pertinace valore degli uomini e la tempesta del cielo. Alla quale i patti di Villafranca fecero succedere inaspettata bonaccia; simile a quelle che invidiano il porto sperato ai naviganti stanchi, i quali, sentendo le correnti marine ritrarli nell'alto, imprecano al nocchiero, che, per freddamente audace che sia, impensierisce.

Il turbine della guerra, che aveva travolti oltre il Ticino gli Austriaci, gli spazzò in men di un mese fin oltre il Mincio, divelse piante ducali e arciducali, portò via cardinali. A cardinali e arciduchi successero dittatori già sudditi loro; ed ecco da ultimo un avvocato del foro torinese redare per procura la potestà dello zio di Francesco Giuseppe e del nepote alla duchessa d'Angoulemme, d'una donna e di un prete. Milano e un brano non piccolo di Lombardia ritornano d'Austria in Italia; il Piemonte si allarga non tanto di terra quanto di concetti e di affetti; i suoi nuovi fratelli lo obbligano a sempre più fraternamente trattare i sudditi antichi; meditansi nuove leggi da ampliare (con parsimonia però) le innocue franchigie municipali, e l'onesta libertà del pensiero nell'educazione, libertà troppo più importante al viver civile che quella della stampa, fatta per imperizia e per abuso, se non dannosa, impotente. Altre leggi preparerannosi; le quali del resto non diventeranno leggi davvero se non si mutano in consuetudini, se non le fecondano i sentimenti. Apresi intanto un nuovo campo di prove: l'Italia settentrionale si sente più vicina all'Italia di mezzo; e se il riparo delle Alpi non si è più rialzato nè meglio munito, quello degli Appennini in qualche parte è abbassato o forato. Atti di concordia tra gli Italiani si celebrano, che mesi fa non si sarebbero immaginati neanco: città che parevano sepolte in letargo, si scuotono senza convulsione; altre che temevansi disperatamente frementi, attendono con fiducia quieta. In sola una città (e non di quelle da cui più sarebbesi temuto; e anche qui la previdenza degli uomini venne meno, e fu questa forse la cagione del male che li colse alla sprovvista), in sola una città un solo esempio d'atrocità fu veduto, fra tante ire da tanta età accumulate: e all'onor dell'Italia giova notare che dalla bocca di un Italiano, l'Azeglio, non da stranieri, uscirono a riprendere quel fatto le parole più severe e accorate.