Vero è che la pedanteria soldatesca non è tutt'uno con la disciplina militare; e che i poveri volontarii furono, sebbene armati di quella docile pazienza che è più difficile del coraggio, messi da cotesta pedanteria a prove dure. Ne trionfarono sopportando; e questa, al parer mio, è la più bella vittoria e più ben augurosa all'Italia, perchè vittoria di noi stessi. Che Stati finora aventi una qual si sia vita da sè, spontaneamente si addicano ad altro Stato, non dirò io certamente che non sia bello: ma può nel merito averci parte o l'ebrietà delle cose nuove, il pericolo delle dubbiose. Quando gli animi siano attutiti, e data giù la procella, allora comincerà daddovero il merito della concordia, il saggio dell'unità. Se fosse quel che raccontano, che a Perugia chiedente d'unirsi, taluni delle Legazioni rispondessero col rifiuto, cotesto non sarebbe auspizio d'italianità lieto assai: ma speriamo che sia voce bugiarda. Speriamo che quanti si sono dati al Piemonte, non aspetteranno oziosamente da esso quel ch'e' dice chiaro di non poter dare per ora, sapranno stringersi tra loro, e fare onoratamente da sè. Il cittadino guerriero che rappresenti e metta in atto la loro unanime volontà, non è sorto finora. Altri forse dirà che qui richiederebbesi un Washington o un Bolivar, non per fare repubblica (i nomi non creano le cose, talvolta le disfanno), ma perchè quei milioni d'uomini dimostrino di poter operare e pensare da sè, e perchè quindi il merito dell'unione apparisca. Altri dirà che il sorgere d'uomo tale potrebbe rapire nel moto altre parti che voglionsi intanto quiete; e che la mancanza di certe persone può non denotare tanto la infermità de' tempi quanto la provvida disposizione di Dio, il qual intende condurre gli uomini come e dove non sanno, e scemando la gloria de' meriti, sminuisce insieme pietosamente la taccia de' falli. Certo è che con coteste astrazioni matematiche, di linee che non sono superficie, e di superficie che non sono solidi; con cotesto voler separare nella libertà quello che la servitù stessa univa, non si fanno le grandi nazioni, nè di veruna specie cose grandi.

XIX.—[Sincerità].

Provvedasi almeno che, nella mezzanità de' concetti e delle opere, la sincerità delle intenzioni sia salva. Intendo bene ch'egli è difficile tarpare le ali al desiderio e alla fantasia, e farli andare al passo della diplomazia bipede e senza piume; intendo bene che scherzare coi suffragi universali e colle Costituenti non si può senza risico. Ma se le cospirazioni e le congiure, o i maneggi che somigliano a quelle, possono parere comode a certi Principi; questa è ragione di più perchè ne sospettino i popoli e le rigettino. Se la storia recente ci mostra, tra gli uomini che dicevano sè moderati, esempi di trame, se così piace, onestissime, ma che non si posson chiamare con altro titolo che di cospirazioni, soggiuntovi pure quello di ispirate e di sante; da ciò non segue che tutti i procedimenti in cui le parole e i fatti e le intenzioni non vanno d'accordo, sia da parte de' Principi, sia da quella de' popoli, non tornino da ultimo funeste a coloro stessi che avevano per sè la ragione e il diritto. E anche senza questo fomite di dissoluzione, l'Italia infelice ne ha troppi già nel suo seno: onde chi per tal mezzo volesse aiutarla, foss'anco con intendimento pio, sarebbe protettore sospetto.

Io non dirò certamente atti di poca sincerità i così detti indirizzi, le congratulazioni e le condoglianze, le visite reciproche tra municipii e Provincie, i pranzi e le messe da morto, le ambascerie pubbliche e le deputazioni segrete, le feste nelle quali da ultimo sfogasi fino la disperazione: ma temo che qui non sia pari alla sincerità l'efficacia; che la civiltà troppo antica di certi paesi crei una politica troppo nuova delle cose del mondo. Io so bene che in mezzo agli evviva e alle tazze ospitali gl'Italiani tutti non cessano di pensare con lagrime al calice amaro, ad ogni ora riempiuto, che bevono i veneti fratelli loro: ma desidererei che in forme talvolta men clamorose fosse significato l'affetto dei meno disgraziati. Desidererei che pe' Veneti a un tempo e per sè con la medesima istanza pregassero tutti quelli dell'Italia di mezzo; che si facessero interpreti dell'altrui dolore per forza muto, non per stupidità o per paura, muto e immobile non per menomare i singoli oppressi a sè i mali proprii, ma per non aggravare inutilmente i comuni. Desidererei che una voce, che mille voci si alzassero per dire che nostri fratelli, Veneti insieme e Lombardi, nobil parte d'Italia, sono i popoli del Trentino, dannati in un limbo tormentoso a non essere nè Italia nè Germania, sospetti ad entrambe; sui quali nel titolo odiato di Tirolesi al peso della tirannide si sopraggrava l'incomportabile peso della immeritata calunnia.

Ad alto uffizio per certo è in queste prove destinato il Piemonte: ma le difficoltà accumulate dalla storia e dalla natura, da' falli della nazione e dalle insidie dello straniero, al Piemonte si fanno più dure per le arti improvvide che certuni in suo servigio adoprarono. Noi lo vediamo costretto a pendere anch'esso dall'altrui volere e da' casi, a tenere sè e noi attaccati a un filo il cui capo non è per ora in sua mano; a misurare con più parsimonia le promesse ch'altri non faccia le minacce, le promesse che non sempre furono parche così. E questa differenza, non foss'altro, è disgrazia grande. Senza doglianze, inutili ormai, del passato, impariamo tutti, o deboli forti che si sia, a raffrenare le nostre e le altrui speranze, a non sospingere con l'una mano per poi coll'altra dover rattenere; a rammentarci che diplomazia e rivoluzione, se sono pericolose ciascuna da sè, molto più collegate; e che quand'anco esse paiano tendere al medesimo fine, per via si dividono, se non si combattono. Certamente il Piemonte, con similitudine ormai trivialmente ripetuta paragonato alla Prussia, non intende imitare la Prussia in questo, del dividere la nazione che egli aspira a far una. Le cause religiose e civili che in Germania sono di divisione, l'Italia non le ha; ha altre sue proprie, e abbastanza tremende, senza che le non sue per imitazione si aggiungano: e quella della religione sarebbe la più immedicabile, e tanto più rea che bisognerebbe qui intruderla per forza. Ma ricordiamoci tutti che i conati a unione, sebbene sinceri, non bastano a fare unità; come non basta a levarci l'Austria di tra' piedi il patteggiare che lasci a noi la Corona di Ferro: trista memoria, da desiderare che insieme con lei se ne vada.

XX.—[Austria].

Non rimanesse in Italia dell'Impero che un'ombra; basterebbe a dar ombra e agli Italiani e ai Potentati d'Europa, e più forse a quelli a cui dell'Italia importa meno. L'Austria stessa da cotesto simulacro di potestà, da cotesta soddisfazione momentanea dell'orgoglio, avrebbe pericoli senza compensi nè di vera dignità nè di lucro. E già il lucro a lei e la sicurezza e la vita, per quel che concerne l'Italia, sono cose disperatamente divise, nonchè dalla dignità, dall'onore. Che l'onore le possa essere reso da Luigi Napoleone per via della Lega, se egli in buona fede lo spera, non lo spera l'Austria certamente. Altra volta ella aveva in proprio nome proposta una lega, e dopo il quarantanove fattone que' saggi che impunemente poteva; ma e nel sedici la lega fu ricusata, e dopo il quarantanove aggravò su lei gli odii e fece più urgenti i pericoli. E il Metternich, con quella semplicità che e in bene e in male è la dote dell'esperienza consumata, scriveva: «che l'Imperatore non ha pretesa d'essere un potentato Italiano, ma si contenta d'essere il capo del suo proprio Impero.» Or è da credere, per quanto Napoleone III sia politico accorto e tenero dell'Austria, che il Metternich di quello che Austria vuole s'intendesse un po' più.

Altri dimostrò argutamente che l'Italia è all'Austria peso e danno. Ma l'Austria pare disposta a rispondere che questo le è peso soave, e gratissimo danno, e ch'ella vuole pur seguitare provando agli Italiani la propria generosità e pazienza fino alla consumazione de' secoli. Del resto nel novero de' vantaggi che trae l'Austria dall'Italia, bisogna comprendere non solamente il danaro sonante che l'erario riscuote, ma tutti gli utili economici e commerciali che ne hanno le altre provincie dell'Impero, talune delle quali con questo titolo imperano veramente sopra l'Italia, e ricevono i suoi tributi; e però coll'Austria combattono e combatteranno contro di noi, tuttochè per altro dall'Austria oppresse esse stesse e ingiuriate. Poi l'argomento de' numeri potrebbesi allargare in forma a troppi altri molesta; perchè, se dovessero i governanti donare o vendere tutte quelle provincie dove per il momento presente la spesa è più della rendita, cotesta ragione varrebbe contro Inghilterra e contro Francia per le isole Jonie e di Malta e di Corsica; senza dire d'altre provincie dall'Austria dominate. E costei, con più apparente ragione che Francia e Inghilterra, potrebbe rispondere che, fidata nell'esperienza del passato e nel patto recente di Villafranca e ne' premii che sono promessi ai perseveranti (giacchè l'ostinazione e la stessa stupidità può parere a lei perseveranza, e non pare a lei sola), ch'ella spera che questo stato dispendiosamente violento, in cui tutte le ricchezze del suo regno Italiano le sono dalla guerra divorate e non bastano, cessi; che torni l'aureo tempo dell'ordine, del quale sia sufficiente guarentigia, invece del cannone, la forca; e le fortezze non servano che a custodia de' ribelli. Poi la soprallodata perseveranza austriaca ha un'altra idea: che il credito politico, a similitudine del commerciale, bisogna conservarlo a ogni costo, a costo anco di debiti rovinosi, e che tengano della rapina e del furto, e che pure non possano se non differire l'estremo fallimento e la fuga vituperosa. L'Austria vede che sopra la cosiddetta bilancia politica i potentati pesano non colle rendite nette, nè coll'affetto de' sudditi pochi, nè colla gloria delle armi poche e intemerate, ma colla estensione e la mole delle provincie che tengono, bene o male, o per amore o per forza. Coteste provincie, a un bel bisogno, servono non foss'altro per baratto; ma poi posson anco servire per titoli di nuova preda; giacchè nel jus delle genti, quale lo insegnano non i trattati teorici ma i pratici, la preda è diritto alla preda. Or se così è che le apparenze pur della forza somministrano vantaggi nelle partizioni che i forti fanno delle spoglie de' deboli; quando l'Austria non si tenesse aggrappata all'Italia per altro, ne la renderebbe tenace il pensiero della Turchia, ch'è la Gerusalemme de' novelli crociati. Dico della Turchia per un modo d'esempio; ma non intendo con ciò misurare gli appetiti dell'Austria, nè segnare il confine ai voli delle sue fantasie. Chi governa le fantasie di certi governi? La bilancia europea pesa tutto; ma chi misura gl'impulsi, furtivi o scoperti, delle tante mani che tengono la bilancia?

Questo traslato poetico, e le mitologiche personificazioni dell'ordine, della famiglia, e tante altre figure politiche, provano che il regno della poesia non è finito, che gli uomini positivi sono anch'essi poeti alla loro maniera. Giacchè dunque la natura, cacciata con la forca, ricorre; sia lecito le ragioni semplicemente aritmetiche confermare con ragioni più alte; e volendo persuadere all'Austria che se ne vada, rammentarle che un mezzo secolo di prove sempre più infelici e infami sopra l'Italia è già assai; che i suoi pericoli sono venuti sempre crescendo con l'ostentazione della sua forza e dell'accanita sua volontà; che il malcontento, da prima mutolo e inerte e sparso, s'è fatto sempre più clamoroso e operoso e concorde; che popoli e principi, dianzi o non curanti o avversi, dimostrano adesso o rispetto dell'Italia o pietà (vera o finta, interessata o generosa); che la simulazione stessa è un omaggio, quanto meno spontaneo tanto più valido a dimostrare la invitta necessità delle cose; rammentarle che le incessanti brighe austriache di prevalenza, tuttochè attestino più timidità che vigore, danno agli altri Principi, se non sospetto, noia; e che la noia riscuote talvolta più che la stessa paura; rammentarle che le inquietudini dell'Italia danno esempio tanto più pericoloso, che oramai riconosconsi provocate dall'Austria stessa; e che ai Principi legittimi non piace vedere il disordine diventato cosa legittima, ed essere sforzati a proteggerlo per tema di peggio. Se Austria teme che il lasciare libera di sè l'Italia, possa farsi tentazione agli altri popoli da lei tenuti a osare il simile, pensi che l'esempio delle rivoluzioni continue e delle guerre, miracolosamente restate, più che finite, per la generosità del nemico o per casi dove il merito di lei non ha parte, sono tentazioni agli altri suoi sudditi ben più da temere per essa. Pensi che il suo dominio in Italia, meno antico e più contrario a natura e più insopportabile per gli odii recenti da lei irritati, e anco per le vergogne da lei patite, non solo non avvantaggia la sicurezza e l'unità del suo vecchio impero, non solo non le porge speranza di nuovi possessi, ma le minaccia interna totale dissoluzione; che verso le altre provincie ell'è ancora in tempo di mutar tenore, rinsavita, e di rendersi tollerabile, e anco, se vuole, benefica, migliorando le loro istituzioni, e alla loro civiltà provvedendo. Per poter fare questo, per sanare la gangrena del suo debito, se i Potentati le offrissero un certo numero di milioni in premio delle sue rapine e in riscatto di quello che mai non fu suo, essa dovrebbe accettarli come mancia insperata, e andarsene quatta, facendo senno, e attendendo a curarsi e svolgersi dentro; e non d'estorsioni maledette, ma di propria e sempre più feconda e meritata grandezza arricchire.

Dove terrebb'ella i soldati Italiani sotto la sua bandiera coscritti? Non nell'Italia malfida; non nelle altre provincie, dove lo stesso loro aspetto sarebbe una rivoluzione vivente. Quali milizie manderebb'ella a tenere l'Italia compressa? I Polacchi ch'ella ha aizzati alle stragi fraterne, ma non però fatti amici suoi; e che, disperati d'altro, si volgerebbero alla Russia con meno ribrezzo? tanto l'Austria si è avvilita e moralmente spodestata da sè. Forse gli Ungheresi, che le han fatto provare il bisogno dell'elemosina russa? Forse gli Slavi, de' quali essa si è contro Ungheresi e Italiani servita per poi non solo fallire alle recenti promesse della paura, ma rompere gli antichi Statuti e giuramenti, sì comodi del resto a osservarsi, per schernire la loro malcauta credulità, e conculcarli? Ecco i Croati, il cui nome per le arti di lei è fatto intollerabilmente odioso alla civiltà, si risentono, negano il loro braccio alla guerra, rammentano la fede tradita, le loro franchigie violate, con atto tra di furto e rapina. Esce un libro in Parigi, munito di documenti diplomatici e storici, armato di ragionamenti e di fatti, che mette in luce cose all'Europa ignorate, i torti dell'Austria verso la Croazia infelice. Libro degno che vi pongano mente e Principi e popoli, e l'Austria più di tutti, per iscuotere da sè i fantasmi della sua inferma tirannide, e gettare l'occhio sul precipizio che le sta aperto, e lasciare l'Italia a cui troppo essa costa, ma che le costerà troppo più, se ci resta.