XVI.—[Roma].
Se a questa grande unità Roma inalzasse il pensiero, ne avrebbe concetti e più italiani e più cristiani; e non solo al decoro della sede, ma alla sua stessa dignità temporale provvederebbe. I protettori della sua così detta indipendenza dovrebbero farle paura, quand'ella rammenti che anco la Russia accennò di voler essere vindice dei diritti del Pontefice Re; che il visconte di Palmerston scrisse nel quaransette: «L'integrità degli Stati Romani devesi riguardare come l'essenziale elemento della politica indipendenza della Penisola Italica.» Ecco come l'ingegnoso protestante concilii l'indipendenza della Chiesa Cattolica coll'indipendenza della nazione italiana, per mezzo del Regno Papale, conservato nella sua presente larghezza. Se poi Roma possa vantarsi e godere di tal protettrice quale è l'Austria, contro cui protestò, come contro usurpatrice, per bocca e di Pio VII e di Pio IX (e Pio VII faceva profetica confutazione de' sofismi odierni, ripetendo in senso contrario la parola stessa, e affermando le guarnigioni di Ferrara e Comacchio contrarie all'indipendenza assoluta della Santa Sede, nel suo principio), l'Austria che le tramava in casa cospirazioni, di quelle che essa oltre Po punisce col laccio e col piombo, altri giudichi. Certo il dover dipendere dalla difesa armata di protettori, per generosi e devoti che siano, è una indipendenza di nuova maniera. E i più generosi e i più devoti, dacchè si trovano coll'armi in mano ne' dominii del Pontefice indipendente, non possono non parere e ad altri e a lui stesso, tosto o tardi, sospetti di irriverenza. Guelfi o Ghibellini, protettori o nemici, quando sono negli Stati del Papa, tutti è forza che siano o paiano Ghibellini e nemici. Il cardinale Bernetti, quasi trent'anni sono, scriveva che al Santo Padre i suoi figliuoli, come sudditi, non ubbidiscono che di nome; nè credo che il cardinale Antonelli li abbia col suo senno civile o con le sue virtù religiose fatti diventare più docili. Or io non so come il non volere i popoli dipendere dal Principe possa fare che il Pontefice non dipenda da Principi, nè da popoli. Dovrà per lo meno dipendere dagli Svizzeri, da questi giannizzeri della Cristianità, i quali fin Napoli sente di non poter sopportare. E bisognerebbe poter interrogare la coscienza del cardinale Antonelli perchè ci dica se la indipendenza che viene a lui dalle milizie di Francia accampate in Roma, gli paia così comoda cosa com'egli pare profondo politico al Gabinetto di Francia. Lo schermirsi ch'egli fa dalla Confederazione minacciata sarà forse prova di raro accorgimento, ma non è certamente di sacerdotale franchezza. E io credo insomma ch'egli sia per l'appunto così contento della Francia, come la Francia è di lui.
Quando Napoleone III calando in Italia prometteva serbare intatti al Pontefice i suoi dominii terreni, nel Piemonte alleato fu fatto sopra cotesta questione a un tratto silenzio, intimato, dicesi, dall'autorità, o, se piace meglio, consigliato. La subitana prudenza che teneva dietro alla licenza loquace, la qual troppo spesso confondeva e gli scandali della Corte e l'autorità della Sede, non parve a me, credente, generosità tanto imitabile, quant'era prova di maravigliosa prudenza e docilità. E scrissi poche pagine, non per trattare a fondo la questione già esaminata abbastanza, ma per rammentare riverentemente il diritto de' popoli, il dovere de' preti. Giovava che la discussione non fosse intermessa, anzi ripresa più pacatamente che mai, a fine di preparare, nella coscienza pubblica, all'Imperatore stesso gli spedienti di sciogliere il nodo, quando il suo momento venisse. Ma questo momento non poteva essere, pendente la guerra: conveniva dunque intanto ragionare, e aspettare la stagione de' fatti. Altri volle parere più zelante dell'uomo la cui opera era stata, siccome necessaria, instantemente invocata. Chi non seppe incominciare senza di lui, presunse finire senza di lui; e apparentemente almeno, a dispetto di lui, non curando se ne venissero smentite le sue parole, rotti i suoi segreti disegni. O cotesti disegni erano ignoti, e conveniva usare precauzione grande acciocchè l'inscienza e l'imperizia non paresse petulanza e ostilità; o erano noti, e il pure precipitarne di proprio arbitrio il compimento era per lo meno irriverenza pericolosa, o risicava di parere, che è il medesimo, e forse peggio. Non giova mai voler apparire più forte o più avveduto o più sollecito dei solleciti, degli avveduti, de' forti.
Ma la questione in parole, e pubbliche e schiette, ripeto, potevasi intanto trattare, e dovevasi, anco per manifestare a Napoleone III i voti legittimi della nazione; al che egli disse di badare, e anche non volendo ci bada. Speravo che il mio scrittarello potesse essere inteso da tutti, come fu da moltissimi, per il suo verso: ma parve a taluno che, laddove io proposi lasciassersi i sudditi del Papa assaggiare altro governo, e poi, se loro meglio piacesse, ritornassero agli Svizzeri e al Papa, io proponessi sul serio un nuovo regno del Cardinale Antonelli. Che rispondere a interpretazioni tali? Che siamo in Italia; e che il fio della servitù lunghissima, e della poca intelligenza de' fatti e del linguaggio civile, bisogna pagarlo, e caro. Ora però dico sul serio che, se gl'Italiani non fanno senno, anco liberati dai Papi, quel ch'io davo come sfida dell'impossibile, diventerà inevitabile, e il Cardinale Antonelli sarà di bel nuovo Re. Altri si dolse ch'io, desiderando sottratto alla dominazione de' preti tutto il rimanente Stato, lasciassi la città di Roma per sede al Pontefice; come se io ve lo volessi Re in compagnia degli Svizzeri; come se il municipio di Roma amministrante sè stesso non potess'essere degnamente all'intera nazione congiunto; come se l'antica potestà temporale de' Papi non lasciasse ai municipii maggiore libertà che ora non ne lascino certi statuti; come se quelle liberali conciliazioni del diritto civile col canonico, le quali il Papa ha permesse in tanti Stati cattolici, non si potessero, anzi dovessero ammettere in Roma per evitare contraddizioni mostruose. A taluno pareva crudeltà di niegare all'alma Roma quello che concedevasi a Forlimpopoli: e appunto in quel mentre che la doglianza pia usciva, entravano in Perugia gli Svizzeri a insegnare l'intervallo che corre dai desiderii alla possibilità. Ma quand'anco da Roma e da Italia togliessesi insieme con la Corte la Sede; quand'anco la nazione volessesi diredare di quella morale potenza, maggiore di ogni impero, la qual verrebbe dall'autorità spirituale d'un uomo sopra milioni d'uomini sparsi per tutto il mondo civile, autorità ringrandita dallo sparir del diadema sopra la mitra; quand'anco giovasse alla libertà Italiana e alla civiltà che il primo prete o diventi suddito d'un Re straniero, o che un Re o una Repubblica lo ricetti e gli dia un paese devoto al suo speciale governo, a condizioni che potrebbersi fare gravi a lui a noi, forse a tutti; quand'anco ciò fosse, nessun uomo che abbia memoria del passato e discernimento del presente e presentimento dell'avvenire, oserebbe voler collocato il centro della nazione novella in quella città che nè per vantaggi militari nè per progressi civili e scientifici può dirsi centro, in quella città che non solo all'Europa tutta ma alla misera Italia stessa col suo nome risveglia tante rimembranze o di dolore o di rancore, di troppo recente umiliazione e di troppo antica grandezza.
Ma queste sono anticaglie, che forse di qui a qualche secolo, come segue di tutte le anticaglie, ritorneranno novità: per ora il fermarvisi con la speranza o col timore sarebbe un far ridere i nostri nemici, un far sospirare o anche arrabbiare gli amici. Adesso abbiamo dall'un lato l'Impero Romano oltre l'Alpi (Rome n'est plus dans Rome), dall'altro, il cugino del Re di Roma, che combattè nel trentuno non contro il Pontefice ma contro gl'innumerabili regnatori di Roma al minuto, che da dieci anni difende non il regno ma la persona del Pontefice con soldati che non sono de' figli di Romolo; e insieme permette che una parte de' sudditi del Sacerdote Romano esprimano in parole e in fatti i loro voti legittimi non contro la persona del Sacerdote, ma contro que' regnatori al minuto. In queste che paiono contraddizioni, egli sentirà certamente una segreta convenienza che molti non sentono; ma io confesso di credere non impossibile che sia sinceramente sentita in qualche maniera.
XVII.—[L'Alleato].
E confesso altresì che, se le speranze in lui poste, se gl'impegni espressi o taciti con lui presi mi paiono cosa rischiosa e ad altri e a lui stesso; la dimenticanza di quegli impegni o la disperazione improvvisa mi pare assai più rischiosa. Confesso che alla sua entrata in Torino, dopo i memorabili cimenti suoi e del suo esercito, dopo la Lombardia, o parte almeno della Lombardia, liberata, nonostante la pace di Villafranca, avrei voluto men fredda accoglienza, acciocchè fin l'ombra della ingratitudine fosse dagli avvantaggiati e dai deboli allontanata, acciocchè il giusto dolore de' fratelli rimasti sotto il giogo e in agonia non fosse potuto imputare a sentimenti di presuntuoso dispetto, acciocchè l'angoscia appunto de' fratelli non fosse aggravata dalla tema che il potente irritato li abbandoni per sempre alla loro misera sorte. Io so bene che non si fa forza agli affetti, che non è degno simulare la gioia, e ridurre a cosa teatrale i trionfi: ma se quello era pretto e profondo dolore del benefizio non compiuto, pare a me che dovesse durare un po' più, e con più efficaci segni, e non in quell'incontro, essere significato. Il pensiero di quella giornata mi sta sempre dinanzi; e mi umilia non solo per il vincitore salutato così, ma e per la nazione che dalla sua improvvida credulità è tratta a convertire in amaro la gioia delle stesse vittorie, e si espone a esacerbare l'animo di colui che dianzi com'unica sua salute invocava. Lasciando stare gli affetti, che in politica voglionsi cosa spropositata, pare a me che se credevasi pur possibile che nell'animo dell'uomo una buona disposizione verso le cose d'Italia o rimanesse o si rinnovasse, cotesta possibilità di per sè sola era ragione a mostrargli riconoscenza; e caso che ciò non si credesse possibile, le accoglienze severe diventavano provocazione mal cauta, o per lo meno significazione inutile ed impotente. Posto che il tremendo alleato più non volesse giovare punto, non poteva egli nuocere più? Era forse amor patrio il fornire pretesti a que' consiglieri pur troppi che gli stanno d'intorno, che gli dissuadevano questa guerra, e che adesso di tale ricambio degli Italiani si farebbero un'arme contr'essi? Possibile che e nello sperare e nel disperare l'Italia abbia a dimostrarsi così nemica di sè? Intenderebb'ella a così caro costo e in così nuova maniera smentire l'antica calunnia appostale di Machiavelliche duplicità?
XVIII.—[Il non fatto, e il da farsi].
Senonchè gli uomini previdenti che ha la nazione, anzi la miglior parte della nazione, pare che meglio intendano, e cerchino di farsi intendere meglio. E' s'accorgono che la pace di Villafranca ha sospeso assai cose, non ne ha conchiusa nessuna; che Napoleone stesso manifestamente dimostra la sua intenzione d'aver voluto lasciare adito non solo ai voti legittimi ma ai legittimi fatti. Nè egli può intendere la legittimità nel vieto senso de' regnanti di razza, restringendola ai diritti d'una famiglia, e cotesti diritti facendo salire e scendere per gli organi della generazione principesca; nè i voti de' quali egli scrisse, hanno a essere vuoti d'effetto, e desiderii di debolezza più che suffragii d'autorità. L'autorità propria egli deve all'autorità di que' voti, la dice dovuta; e in questo e in altre cose parecchie giova pigliarlo in parola. Pigliarlo in parola, non come a un lacciuolo, ma perch'egli desidera esserci preso; vuol essere inteso: e guai a coloro che non sanno punto intendere chi non vuol dire tutto! L'arte del sottintendere è la misura della civiltà, della quale l'Italia si tiene maestra. Non è nè svantaggio dei tempi, nè colpa di Napoleone III, se i popoli sono da esso invitati a manifestare le proprie volontà: ma chi si appagasse di manifestarle in sole parole, lasciando che Napoleone III faccia, frantenderebbe lui; il quale non potendo e non dovendo fare ogni cosa, e non volendo e non sapendo far nulla noi, ne verrebbe necessità che i suoi nemici e nostri facessero essi.
L'occasione, anzi la necessità del parlare alto e dell'operare, non è passata dopo la pace di Villafranca; è anzi più destra che mai. Foss'anco passata, bisognerebbe apparecchiarsi a poterla cogliere se ritorna. L'apparecchio è di concordi consigli, di armi concordi. Il dir di volere tal principe, di disvolere tal'altro, dirlo in piazza o in assemblea, dirlo a tavola in brindisi o dalle finestre in dicerie applaudite senz'essere udite, non basta: non basta festeggiare trionfalmente la futura decadenza di tale o tale razza di Principi, e pregare gli stranieri che ci facciano poi italiani. I decreti delle Nazioni, acciocchè siano validi, devono essere incisi con la punta delle spade, e scritti col proprio sangue. Ma le spade italiane al bisogno contansi tuttavia poche. Da più mesi è sgombra Lombardia; e dopo tanto, esce un foglio di carta che intima la leva, una leva come ne' tempi ordinarii. E se nel luglio Luigi Napoleone moriva? E se s'avverava il suo presentimento di guerra più vasta, che altrove chiamasse le forze di Francia? Io non dico che l'ordine non sia buono, massime quando prova che le ombre arciducali non sempre ne sono la necessaria tutela; ma l'ordine può conciliarsi eziandio con gli apparati di guerra. Nè il numero dei pronti a combattere sì in Toscana e sì nelle Legazioni e sì ne' Ducati è tanto che possa, se non con sforzi di valore non tentabili per mera pompa e senza gran sangue, resistere all'austriaco invadente. Nè è cosa onorevole nè sicura fidare nella momentanea forzata inerzia del nemico, e di questa menare vanto. Or in tanto bisogno di braccia armate, in questa sospensione che rende tuttavia inevitabili al Piemonte stesso i soccorsi stranieri, io non intendo perchè i volontarii o sparsi per l'esercito o accolti in schiere da sè, dovessero, con sì precipitosa e non chiesta sollecitudine dei loro agi, essere lasciati liberi dell'andarsene, e non piuttosto, ora più che mai, allettati degli altri con fraterne accoglienze a venire: I Veneti specialmente, ai quali porre in mano pochi soldi da ritornare alle case loro, cioè sotto il bastone dell'Austria, sarebbe ludibrio crudele se non fosse sbadataggine di chi crede aver altro a pensare; i Veneti giovava che fossero tutti raccolti in una legione distinta del nome loro, per metterli al punto di più insignemente onorarlo, per mostrare ai calunniatori ignoranti o spietati, che anco il Veneto è Italia, che Austria, di qua dal Mincio insopportabile, non è benefattrice di là.