Il Congresso darebb'egli leggi o consigli? Cederebb'egli alla ragione o agli affetti, il Congresso? E di che genere affetti? Da che punti di comune intesa moverebbe la disputa d'uomini tanto d'umore diversi? Cioè a dire, in che lingua parlerebbero per intendersi? Il Conte di Cavour, già sgradito a non pochi di que' del Congresso, e forse a chi più pareva gradito, potrebb'egli, sedendo lì, col suo ingegno fare che l'esercito italiano cresca in numero pur d'un sol uomo oltre a quelli che ne' passati mesi di tregua si vennero preparando? È egli chiamato perchè si sperino in alcuna parte mutate le sue disposizioni la forma del manifestarle, o perchè siano mutate le altrui? È egli chiamato perchè aiuti a Parigi, perchè in Italia non dia impaccio? È egli chiamato per discarico di chi vuol fare chiaro che in pro dell'Italia s'è tentato ogni cosa, e non bisogna prendersela che col destino d'Italia se indarno?
Innanzi il Congresso de' Potentati Europei, conveniva che si fosse potuto adunare un Congresso degli Stati Italiani, per dirsi netto quel che potrebbero e vorrebbero dell'Italia far essi. L'impossibilità dell'accordarsi tra loro, dimostra che la loro presenza al Congresso Europeo non farà che moltiplicare le confusioni e gl'imbrogli. Ma un altro Congresso era ed è fattibile e inevitabile e debito: degl'inviati da' paesi d'Italia incerti ancora del proprio destino, che dopo deliberatone invano co' loro decreti, dopo interrogatone indarno il Piemonte incerto anch'esso di quel ch'è da fare e da dire e da omettere e da tacere, non diano più retta a consigli passionati, a informazioni che non osano farsi palesi per poter essere ritrattate o negate. Vadano a dirittura dall'Imperatore dei Francesi, e non gli ripetano le volontà loro, ch'egli sa bene a mente, ma sentano un poco la sua volontà. Sappiano finalmente qual era il suo primo disegno, e quali intoppi lo frastornarono: quale la sua intenzione d'adesso; perchè mai questa latitudine data a una parte d'Italia a reggersi da sè mesi e mesi, a rendere o lasciar parere impossibile il ritorno degli antichi padroni. Ardiscano sentire il vero; ed egli non temerà certamente di dirgliene. Non è lecito ignorare oramai certe cose; e fingendo ignorarle, o parendo di fingere, offendere quotidianamente chi può sospettare nella stessa semplicità e nella inscienza un oltraggio.
IL PAPA NON È RE,
MA IL CARDINALE ANTONELLI.
Se l'opuscolo Il Papa e il Congresso sia di mano che sa trattare il bastone del comando e la spada, non so; ma è certamente di chi sa trattare la penna. Se questa sia opera precorritrice di fatti, non è forse ben certo ancora a colui che l'ha scritta: ma debito nostro è non discredere, e non impedire; e neanco porgere pretesti perch'altri ci dica non buoni che a dare impaccio. Questo importa avvertire, e tenerselo dinanzi alla mente.
Nell'opuscolo è una parte di principii, e una di pratica. Quanto ai principii, essendo fatto per i diplomatici, e volendo per la via delle solite transazioni all'una e all'altra parte concedere qualche cosa, i ragionatori troppo severi o troppo sinceri ci avrebbero che ridire.
Quando si pensa che Cristo non fece sè nè san Pietro re, che il Papa fu e apparve indipendente nella sua potestà anche prima d'essere re, e che spodestato non disse eresie nè fu sospettato di dirle; e che essendo o parendo re, non fu sempre e non parve e non pare a tutti libero; se ne deduce che la necessità della corte all'indipendenza della Sede non è nè domma nè fatto. Ma se s'intende che il Papa non deve, come nessun altr'uomo, essere schiavo nè di re nè di popoli; e che per più alta ragione ch'agli altri uomini dev'essere a lui assicurata eziandio l'apparenza del libero arbitrio, come condizione non solo d'autorevole dignità ma d'onore (inteso nel comune senso di buona fama); concedesi volentieri come necessità morale e come dignità sociale e come condizione della dignità di tutti i credenti, e dei non credenti stessi, concedesi che il capo di una religione di dugento milioni d'uomini non deva essere suddito. Non per salvarlo così dal debito dell'obbedire alle terrene potestà giuste, alle quali devono obbedire anco i re; non per sottrarlo ai meriti del coraggio, dell'annegazione, del martirio; non per invidiare a lui quella forza interiore e quelle gioie sublimi che vengono dall'esteriore debolezza e dalle contradizioni e dai dolori inevitabili generosamente patiti; ma sì per togliere ai prepotenti d'ogni generazione le agevolezze e le tentazioni di dargli noia, d'offendere in esso milioni di coscienze; e per risparmiare alla società umana turbazioni, alle anime, scandali. Senonchè a fare il papa non suddito, basta assicurargli il soggiorno in città che non soggiaccia a principe alcuno; dove le cure minute dell'amministrazione siano affidate a' cittadini stessi, sì perch'eglino non siano macchine, e sappiano servirsi da sè; sì perchè al padre di tanta famiglia dov'esso è il servo de' servi, rimanga libera la mente e l'anima e la giornata per attendere di cuore e sul serio al suo ministero tremendo.
Un'altra sentenza, contraria alla prima, par che conceda forse troppo da un'altra parte, ed è là dove affermasi che il capo della confessione cattolica, come tenace che dev'essere delle tradizioni, non può non si fare avverso ai progressi civili. Ma la storia di molti secoli ci dimostra come i più grandi progressi e della scienza e dell'arte, non pochi de' più memorabili moti e delle più stabili istituzioni di libertà, furono iniziati nel seno di nazioni cattoliche, non contrastando i preti e gli uomini credenti, anzi spesso aiutando valentemente. Chiaro è che non solo in fatto di religione, ma e di scienza umana e di tutto quanto concerne la vita, certe tradizioni bisogna serbarle, per non ritornare a ogni tratto all'abbiccì delle cose, per intendersi, per francamente operare. Se la pianta, se l'uomo son fatti per crescere; non è già che l'atterrare il tronco e svellere le radici, lo slogare le ossa e sformare la faccia sia da stimare bellezza e incremento. Le declamazioni che certi poveretti ridicono fedelissimamente e noiosissimamente a proposito del progresso e de' preti, non s'accorgendo essere una tradizione anche la loro, ma meschina e dissolutrice, sono puerilità triviali, provano tutt'altro che libertà di pensiero. Non c'è società religiosa nè civile la qual possa permettere che tutta sorte verità pubblicamente si neghino: ch'anzi i meno riverenti al sacerdozio, quando le questioni toccano i loro propri diritti e utili e affetti, diventano più intolleranti; e nel senso che dann'essi alla parola, più chierici. La differenza che dovrebbe correre tra le potestà meramente civili, e l'autorità civilmente esercitata dal prete, sta in questo, che il prete quand'anco avesse il diritto della spada e del bastone e della catena, dovrebbe, per confutare il falso e correggere il male, servirsi di mezzi intellettuali e morali e religiosi, non solamente perchè più conformi alla sua missione, ma perchè maggiormente efficaci, anzi essi soli davvero efficaci.
A porre in quiete pertanto la coscienza del sommo pontefice basta che nel recinto dov'egli risiede non s'insegnino pubblicamente dottrine contrarie al domma e alla morale insegnati da esso. E già quanto alle verità morali, i governi di tutti i popoli cristiani consentono nel non permettere promulgazione di principii contrari a quelle; senonchè ad impedirla, i governi umani non hanno altre armi che materiali, nè di più nobili possono giovarsi per assoluta autorità, ma per raccomandazione o consiglio e preghiera. E di qui è che quando i governi sentono bisogno del prete, ricorrono a lui; e se non possono con bel modo usano la forza a strappare le sue predicazioni e i suoi cantici congratulanti; e se n'hanno paura, la costringono in nome della libertà a stare zitto.