Posta così la questione, ognun vede che nel paese abitato dal Papa tutti i progressi si farebbero leciti, tranne la negazione del domma, se questa è progresso: ma ognun vede insieme che restringendo i limiti della residenza pontificale, rendesi più fattibile la custodia del domma. Date al Papa una larga frontiera ch'egli abbia a difendere dai contrabbandi delle eresie e degli spropositi; e voi ridurrete tutta la sua potestà alla impotente e insopportabile vigilanza sopra un esercito di gabellieri spirituali; i quali tutti, per santi che siano ed eroi, non possono avere lo zelo e il coraggio di Sua Santità. Vigilanza, più che ad altri, insopportabile a lui, non foss'altro perchè sperimentata impotente. Che se difficile cosa pare che pur dentro alla cerchia d'una città non penetrino libri proibiti, come impedirlo in uno stato di tre milioni? E al Papa-re, non è lecito avere milizia di soldati e milizia di satelliti che non sappiano o non vogliano tenere da' suoi dominii lontana la falsità; non è lecito in cosa tale farsi inutilmente canzonare e odiare.

Ma la sua materiale potestà porta ancora più gravi contradizioni atte massime della sua coscienza. Il Principe della Chiesa cattolica o deve non avere forza per corporalmente punire e respingere gli altrimente credenti, o deve tutta adoprarla a tutti punirli e respingerli, tutti e sempre. Deve dunque la sua polizia vigilare sopra chiunque non senta messa la festa, e non osservi gli altri comandamenti della Chiesa; sopra chiunque tiene discorsi, anco privati, irriverenti alla religione o ai ministri di lei; deve inibire che i suoi sudditi abbiano faccende o colloqui con uomini di nessuna credenza o di diversa credenza; deve penetrare il segreto delle pareti domestiche e delle lettere; deve vietare che acattolici o israeliti saltino il fosso de' suoi dominii, e circondare agli stati della Chiesa la muraglia della Cina. Solo questo spediente lo può liberare dall'obbligo di statuire in regola generale quella che parve enormità tanto strana, del consentire che sia sottratto ai genitori un bambino per acquistarlo alla Chiesa. Se tutti i bambini degli Israeliti e de' Protestanti non hanno a essere similmente sottratti ai genitori, e se il Papa vuol essere Papa, non c'è che un modo: non essere Re. Il concedere agl'Inglesi luogo di sepoltura decente per tolleranza dell'oro e dell'armi britanniche, il negarlo ai Greci perchè poveri e deboli, è contradizione che offende la coscienza e il pudore, il senso comune ed il senso della umanità.

Dunque il non potere lui sempre neanco come Re quelle cose che come Papa dovrebbe, dimostra che il suo regno non gli serve a nulla di bene, ma gli moltiplica con le cure i rimorsi. Da una sola città gli sarebbe possibile escludere le ballerine, e altri simili diletti e piaceri, amenità e leggiadrie, le quali del resto nessun uomo di Stato, per profano e profondo che sia, ha sentenziato finquì necessarie al progresso della ragione, alla libertà dei popoli, alla felicità della vita. Ma il fatto delle ballerine (alle cui vivacità mi si dice che possa sedersi spettatore il porporato che ha in cura la polizia, cioè il buon costume della Città Santa) è pure una leggerezza, un fuscello di paglia, rispetto ai soldati svizzeri (e a quanto dicesi, anche d'altra progenie) che sono la trave confitta nell'occhio del Cardinale Antonelli. Dico del Cardinale Antonelli, perchè Pio IX nel mio pensiero è collocato più alto, non solo per la dignità del suo grado, ma per la bontà delle sue intenzioni, le quali non sorrette dalla forza dell'animo, amici e nemici a gara fecero infruttuose. Se, come Paolo sublimemente c'insegna, Carità è più che Fede; or mi si dica qual sostegno alla Fede possa prestare una forza odiata e sprezzata, insulto quotidiano alla divina carità.

Ma tempo è di venire alla parte pratica dell'opuscolo; la qual sola è nuova, giacchè degl'inconvienti del regno sacerdotale, e del modo di rendere il pontefice non solamente non suddito ma più che re, ampliando la potestà vera sua col restringere l'apparente, e col dileguare le illusioni bugiarde, altri avevano già fatto parola. E questo all'autore è lode, perchè dimostra non essere una singolarità strana la sua, ma proposta fondata così nell'opinione di molti autorevoli come nell'esperienza pubblica e nella pubblica coscienza. L'importanza del nuovo libro gli viene dal luogo e dal tempo, e desta in molti la voglia di conoscere se nell'autore, qualunque egli sia, cotesta sia idea nuova o antica. Io dico che antica. Altri ne frastornarono lo svolgimento con fatti de' quali non è lecito dire chiaro perchè troppo segreti, e superfluo dire a lungo perchè troppo palesi, dolersene inutile perchè irreparabili. Ma volendo in qualche parte ripararli, e rannodare le fila rotte, l'autore qualunque si sia (O quem te memorem?) scrisse questo libretto; che a taluni parrà transizione brusca, contradizione, e non è punto.

Parrà veramente che in questione concernente il pastore del gregge cattolico, soli dovessero i potentati cattolici averci lingua: ma badiamo che qui non si tratta delle sorti, com'altri disse con improprietà, del papato, il quale per certo non dipende nè da re nè da popoli, nè Congressi lo terranno ritto, nè rivoluzioni lo rovesceranno. All'essenza del papato in tanto solo collegasi la trattazione presente, in quanto il regno al papato è impaccio e tentazione: ma i Principi se per questo facessero congresso o guerra, non riguarderebbero il Papa se non come un principe italiano, insopportabile ai popoli italiani, e quindi incomodo a Europa tutta. Di questo son giudici anco i Potentati acattolici; i quali anzi, siccome meno interessati, sarebbero meno sospetti di fini obliqui; e anche l'essere più lontani farebbe ad essi discernere meglio certe cose che la prossimità o sminuisce all'occhio o confonde. Più ragionevole sarebbe l'opporre: come e con che titolo, di punto in bianco l'Europa de' gabinetti possa entrare a decidere le sorti de' popoli italiani. Qui la risposta è terribilmente facile e pronta: può perchè può. Agl'Italiani toccava provarsi d'incominciare a volere essere più padroni in casa propria, voler esser almeno in grado di poter dimostrare co' fatti il loro diritto al più o men prossimo esercizio d'una qualche particella della lor padronanza: ma inutile adesso riparlare di ciò. Resta solo a desiderare che chi può, voglia il bene degli Italiani: e gran bene al certo sarebbe che si togliesse dai loro occhi lo spettacolo d'un regno odiosamente inetto, e si desse a Pio IX la forse da lui segretamente bramata opportunità d'un comodo sagrifizio, d'un glorioso rifiuto. Coloro che approfittano della sua regale servitù, urleranno intorno alla sua coscienza, la assorderanno; e chi sa non riescano a farlo a sè medesimo parere martire di quello appunto che più scalza l'edifizio murato col sangue de' martiri? Ma checchè sia delle battaglie che quel pio infelice avrà a sostenere, gli è cosa sicura che a togliergli dal viso la maschera che lo affoga di principe, basta un solo atto di forza clemente; a tenergliela, voglionsi atti quotidiani di violenza imprecata e impotente.

L'autore dell'opuscolo che rimarrà documento di storia, con ingegnoso diletto discorre dei vantaggi onorati che alla nuova Roma verrebbero se la potenza pontificale in lei si trovasse purificata, e a dir così condensata. Senonchè, tra le lusinghe, gli scappa detta una parola che suona minaccia, e già diede appiglio alle obiezioni di coloro a' quali il distruggere è creare; dico là dove condanna i cittadini dell'eterna città al culto eterno delle rovine. Se ai Romani si lascia la cura grave di amministrare davvero le proprie faccende, di migliorare gl'intelletti e gli animi de' loro fratelli e le condizioni della comune vita, di custodire non solo ma d'intendere e d'illustrare i loro monumenti, e degnamente ampliarne con opere nuove l'eredità; se ai Romani concedesi il diritto di trattare tutte quante le grandi questioni che affaticano e consolano lo spirito umano, e la cui piena discussione non è punto inceppata dalla credenza cattolica; se ai Romani si lascia l'esercizio delle armi cittadine, le quali non sarebbero rivolte mai contro un prete inerme, e difeso dalla venerazione e dalla indignazione di tutta l'Europa civile; se ai Romani si largisce la cittadinanza italiana, la facoltà di poter villeggiare a piacere nell'Italia laicale e di porre ivi dimora alla pari con i natii, e di prendere parte con Italiani e stranieri alle grandi imprese economiche e commerciali, d'educazione e d'arte, alle quali la presente Europa in gran parte è immatura tuttavia; non temete che venga ad essi in ribrezzo il domicilio nella città fatta capitale davvero del mondo cattolico, la Parigi e la Londra della religione; nella città ispiratrice e nutrice di nuovi ordini religiosi, e de' vecchi (secondo il vecchio cattolico titolo) riformati nella città; ispiratrice e nutrice di Congregazioni destinate non tanto a numerare gl'innumerabili e illeggibili libri dov'è qualche proposizione non vera, senza discernere i gradi dell'errore e la più o meno reità dell'intenzione, e così additandoli alla curiosità de' malevoli e facendone scandalo, quanto consacrate a consigliare e creare libri nuovi e nuove istituzioni benefiche al mondo; nella Città ispiratrice e nutrice d'Apostoli che, forti in dottrina di lingue e di letterature, e d'erudizione varia e delle scienze stesse de' corpi, vadano per tutta la terra predicando la verità con la parola e con l'esempio e col sangue, e non comportino che Roma in ciò sia da meno di Lione; nella Città illustrata da Cardinali che tra i più dotti e benemeriti ciascuna nazione cattolica sceglierebbe in proporzione del numero de' suoi fedeli, arricchita di rendita netta e onesta dagli spontanei tributi di tutte le cattoliche nazioni. Se nella Roma governata qual è, se nella Napoli di Ferdinando e di Francesco è sì grande il numero de' forestieri non solo viaggianti a diporto ma lieti di fermo soggiorno; or pensate se la fame de' giornali e la sete de' parlamenti; se il bisogno da certa libertà così urbana e di certa così gioviale eloquenza potrebbe lasciare deserta la città unica, divenuta puramente religiosa, e libera quietamente.

Io non so se da quell'opuscolo deva riuscire deliberazione pacifica di Congresso o risoluzione di guerra; non so se le due cose insieme; non so se unite, o l'una da sè, conseguiranno l'intento: ma giova che la proposta sia fatta, sia fatta fuori d'Italia, sia fatta da uomo riverente alla sede. Quello che più disturberebbe il buon esito, sarebbe un intenzione empia in impresa sì pia. Le apparenze stesse e i sospetti dell'odio o del disprezzo nocerebbero gravemente. Se gl'Italiani, irritanti dalla lunga stolta spietata tirannide di coloro che abusano il nome del Papa e di Cristo, movessero da sè soli a spodestare il principe; anco non commettendo atti indegni, parrebbero avventarsi a lui come a preda; farebbero sembrare non solo lui vittima, ma il Cardinale Antonelli e i fratelli suoi, martiri; tirerebbero sopra sè la detestazione de' fedeli lontani che ignorano le costui colpe, e par loro atto di fede il discrederle; ai nemici interni ed esterni offrirebbero atroce pretesto di scagliarsi contro noi, come contro crocifissori dell'Unto di Dio. Nè sarebbe maraviglia vedere potentati acattolici per loro mire e per nuove brighe, che a un tratto trasmutano gli alleati in avversari e i rivali in amici, i potentati acattolici farsi vendicatori del Papa a fine di più avvilire il Papato e di comprimere le speranze di questa Italia importune. E già ne avete preludii: ecco giornali stranieri bisbigliare parole sinistre: ecco già l'Austria che santamente per dono della santa alleanza si pigliava e si tiene le provincie papaline oltre Po; l'Austria che fabbricava non solo in Ferrara e in Comacchio alla sua Aquila i nidi; l'Austria che, tutrice della indipendenza del prete, dentro ai dominii del principe contro il principe cospirava, servendole non solo i Castagnoli e i Baratelli, ma i suoi uffiziali che pubblicamente screditavano il governo del prete; l'Austria che ai canoni del prete indipendente per molti e molti anni nelle sue Università fece guerra, tacendo esso prete indipendente e benedicendo; ecco l'Austria (dicesi; e io nol vo' credere ancora, ma il rumore stesso è un preludio) che all'apparire di un opuscolo anonimo, ne domanda ragione all'imperatore de' Francesi siccome a suddito da chiamarsi con un precotto di polizia al tribunale della censura sua aulica. Insomma, se altri che gl'Italiani potessero dedicarsi a quest'opera, sarebbe una benedizione: e pare a me che dovremmo, anco a patti che dianzi ci fossero sgraditi, accettarla.

Quanto difficile sia liberarsi dall'Austria l'abbiamo provato e proviamo; ma meno difficile questo agl'italiani anche soli, che a loro soli sottrarsi al Cardinale Antonelli senza una guerra europea. L'Italia liberata dallo straniero, crescerebbe, giova sperarlo, in nazione grande; ma chi liberasse il Papato dal regno, farebbe migliori le condizioni di dugento milioni d'anime umane, anzi di tutta intera l'umanità, della quale i popoli cattolici, nessun può negare che siano una delle più nobili parti e destinate a più fecondo avvenire. Se per questo benefizio da rendere a tutta la specie e a tutti i secoli, fosse irremissibilmente ingiunto all'Italia il non essere per ora Nazione una, o il sostenere altro sagrifizio; l'Italia lo dovrebbe, lo vorrebbe di certo.

Resta a vedere se cotesta sia condizione irremissibile; e importa saperlo. Chiunque teme conoscere questa verità, chiunque si sforza con furberie semplicette di sviare da questo punto l'attenzione degli Italiani, con qualunque intendimento lo faccia, li tradisce, tradisce sè stesso. Pensiamo che in altro opuscolo grandi promesse sonarono, e l'adempimento ne incominciò, e fu interrotto: di questo non accada il simile, almeno per colpa nostra. Altri, uso già ai disinganni, sospettava che nell'opuscolo non s'intendesse se non preparare anticipata alla Francia una scusa, per poter dire poi: Volevamo; non s'è potuto. Io non vo' credere questo: ma ad ogni modo è dovere degl'Italiani il non fornire scuse, cercate che siano o no; il fare in modo che non si possa mai dire loro: Noi volevamo; siete voi che non avete voluto.

L'autore dell'opuscolo pare, a come parla, abbastanza informato di quel che la Francia può e vuole; pare che creda e brami far credere un pensiero maturato, non mutabile per ostacoli già previsti e da doversi coraggiosamente incontrare. Se altri chiede ragioni da non si rendere, se minaccia; la Francia, dopo provatasi di dileguare i sospetti ingiusti, di associare all'alta impresa quanti se ne sentono degni, può apparecchiarsi a diversa risposta, ove questa si voglia: mostrare (e adesso sul serio) i suoi legni nelle acque di San Marco, sollevare il Friuli, far con un soffio ch'Etna e Vesuvio ribollano. Sessanta milioni tra d'Italiani e Francesi possono dar da pensare all'Europa, foss'anco tutta nemica; che non sarà. E se non bastano, c'è la Polonia che geme; l'Ungheria c'è che freme; c'è la Croazia, memore del benefico governo francese, e, purchè non la soggioghino ai Magiari, pronta a levarsi per le proprie franchigie violate, e per la civiltà a cui fu fatta con arti tristissime parere avversa. Napoleone I, per sua sventura e nostra, nel suo grande spirito non comprese lo spirito delle nazioni; dalla Russia al Tirolo, dalla Germania alla Calabria, dall'Inghilterra alla Spagna, le provocò tutte, e cadde. A Napoleone III s'aprono più sicuri e più alti destini, purch'egli voglia; e ha provato che sa volere. Ma perseveratamente non si vogliono se non le opere generose.