ITALIANI, MAGIARI, SLAVI.


Un giornale che a me non cadde di dover nominare molte volte che potevasi a lode, e però non lo vo' nominare, adesso che devo contradire in parte a una sentenza forse non propria de' suoi direttori; un giornale italiano, trattando di quella che molti chiamano vendita della Venezia, soggiunge che l'Austria, liberata da quest'impaccio e pericolo sempre più minacciante, potrà con migliore agio e coscienza dedicarsi a fare men dure le sorti degli altri popoli a lei soggetti, e così più sicure onoratamente le proprie. Questo è consiglio utile e a' popoli e all'Austria stessa: e noi dobbiamo desiderare l'utilità anco di quelli che ci recarono e recano danni; con tanto più sincero animo desiderarla, che il bene vero dei governati non si può mai dividere da quello dei governanti; e finattanto che creature umane all'impero d'Austria vivranno soggette, sarà sempre debito d'umanità l'augurare che Austria le tenga in maniera comportabile e a quelle e a sè stessa. Il detto giornale prosegue dicendo che all'Austria gioverebbe rammentarsi degli obblighi ch'ell'ha verso la nazione Ungherese e al possibile farla contenta: ed è sano consiglio anche questo, dacchè la nazione Ungherese e per la innata prodezza, e per le ingiustizie patite, e per le dovizie materiali e morali che raccoglie in sè, meritevoli d'essere svolte e tratte nella luce del mondo civile, e per il vigore di volontà che ha mostrato, è degnissima di commiserazione e di riverenza. Ma da questo non segue che, per affidarsi ai Magiari, abbia l'Austria, diffidando de' popoli slavi, come di quelli che le preparano l'ultimo crollo, a concedere ai primi quella condizione di cose che noccia ai secondi. Ognun sa che, tra le altre richieste, i Magiari vogliono l'integrità dell'antico regno; e con questa parola è da temere che taluni non intendano la trista e a loro medesimi funesta libertà di trattare gli Slavi alla maniera che innanzi il 1848 li trattavano; onde poi vennero le resistenze terribili delle quali Austria ben seppe approfittare, e da ultimo l'infelice esito della guerra. La quale, se condotta dall'Ungheria e dalla Croazia cospiranti, avrebbe prevenuti i soccorsi della Russia, o li avrebbe fatti impotenti; avrebbe insieme con quelle due nazioni liberata l'Italia. Non è certamente da credere che lo scritto del giornale al quale accenniamo, intendesse insegnare all'Austria come si faccia a schiacciare l'un popolo con le forze e con gli odii dell'altro, e quel de' due che rimase depresso rialzare poi, per deprimere quello che con la sua vittoria minaccia diventare molesto. Siffatti consigli, buoni forse a bisbigliarsi all'orecchio tra principi e principi d'una certa natura, non si conviene che i popoli li diano a' principi, e molto meno popoli oppressi ne siano liberali al loro oppressore in danno d'altri popoli nella miseria compagni. Gli ammaestramenti che soglionsi a titolo di biasimo dire machiavellici, a me sempre parvero, anzichè furberia, ineffabile semplicità: e questo del quale parliamo, se all'Austria fosse dato da uomini italiani, sarebbe il più machiavellico, cioè il più malaccorto di tutti. Non è dunque neanco da immaginare che accennando al pericolo che Austria può dagli Slavi temere, lo scrittore intendesse armare i sospetti di lei contro quelli; ma conveniva, se non sbaglio, avvertire espressamente che dai diritti del regno Ungherese vuol essere esclusa la così detta integrità nel senso odioso a buona parte de' già componenti quel regno.

Non solamente certi giornali esagerando per sfogo di benevolenza, e a buon fine, e di buona fede i vantaggi de' popoli che prendono a difendere, ma i Potentati e i popoli stessi col dimostrare o troppo presto o troppo spesso, e dapprima con soverchia instanza e poi con poca costanza, il loro affetto verso tale o tal nazione, nocciono da ultimo più che giovare. Se le più delle protezioni in effetto tornano da ultimo moleste e tremende, non riescono un gran benefizio neanco le protezioni in promessa. Che non si disse, e che non pareva volersi fare a pro della sventurata Polonia? Tutti gli anni abbondanza di pie perorazioni dalla ringhiera di Francia; tutti gli anni nella risposta della Camera al Trono, una parola di raccomandazione degnevole per la Polonia. Ma poi? Non vorrei il simile per la prode Ungheria. Ma so di buon luogo che taluni degli stessi Ungheresi, i quali sono entro nel paese e non amano illudersi, sperano meno baldanzosamente che i loro amici di fuori; nè pare ad essi caparra di validi aiuti la dissoluzione della già solennemente forgiata legione ungherese. E quest'è un fatto palese, e che lascia arguire altri fatti segreti, tanto più malaugurosi al domani, quanto parevano l'altr'jeri più lieti. Gli Ungheresi che si trovano sopra luogo, ben sanno che in Ungheria quegli stessi che amano caldamente la patria, non hanno nè verso l'Austria nè verso le varie schiatte de' propri concittadini i medesimi sentimenti, nè le opinioni medesime quanto al da farsi; e che quand'anco nell'ora del cimento la concordia fosse piena, non sarebbe così un'ora dopo. Sanno che fin nelle recentissime resistenze gli stessi Protestanti, i quali la comune causa doveva più strettamente congiungere, si sono divisi; altri accettando le concessioni austriache, altri no. Sanno che oltre alla Croazia, distinta dalla natura e in parte dalle istituzioni, l'antico regno magiaro ha dentro in sè molte razze e diverse, e che la nazione la qual darebbe il nome allo Stato, dei dodici milioni di quello ne fa soli cinque, e che gli altri milioni non comporterebbero oramai le condizioni di Governo che già a malincuore pativano. Sanno che non solamente la parte democratica, ma quegli stessi magnati che sono sospetti ad essa, non cessano però d'essere all'Austria sospetti; la quale della presente unanimità in tanto solo non teme in quanto la crede apparente, in quanto spera potere dentro nel paese stesso fomentare le dissensioni, e aiutarsene. Il credere, dunque, che Austria per timore degli Slavi si possa confidentemente abbandonare a Ungheria, e Ungheria ad Austria per odio degli Slavi, sarebbe illusione mal cauta, e in uomini liberali inonesta.

Onesto e prudente e utile a tutti, ma principalmente agli Ungheresi, sarebbe il dichiarare netto fin d'ora quel ch'essi intendano per diritti del regno e per integrità; giacchè ne' termini ambigui si nasconde spesso insidia non solo a chi li ode, ma a chi li pronunzia. Giova che Austria intenda bene quel che da essa richiedesi, perchè poi non faccia le viste di frantendere, come suole sempre a vantaggio proprio, con quella furba affettazione di dabbenaggine che canzona gli accorti; e acciocchè del frantendere innocente altrui non faccia arme a sè. Giova che gli altri popoli o attigui o misti agli Ungheresi sappiano qual destino a loro si vien preparando; e non solamente gli antichi e recenti sospetti e dispetti s'acchetino, ma gli animi e le braccia si dispongano a potentemente propugnare i comuni diritti, comuni davvero. Giova che gli Ungheresi stessi tra loro s'intendano; giacchè non s'intendono bene ancora, e se non si vuol dire dissenzioni, tra essi serpeggiano dubbietà. Giova che ciascuno di loro intenda bene se stesso; giacchè dall'osservazione di quanto essi fecero nel 48 e nel 49, e di quanto ordirono poi, dall'udita di quanto dicono in palese e in segreto, mi par di raccogliere che molti di loro non sono ben fermi di quel che vogliono, e stanno attendendo dagli eventi consiglio. Pericolosa incertezza, la quale ormai da amarissima esperienza proviamo quanto ai popoli faccia danno, e quanto se ne approfittino i loro nemici. Un de' malanni di tale incertezza è il fare inganno a noi stessi; e intanto che noi con le indeterminate speranze illudiamo altrui, siamo noi medesimi più traditi che traditori; l'improvvida temenza di guardar fiso nell'avvenire e di dire quel che vediamo, ci frutta non solo disinganni e sventure, ma odii e dispregi e calunnie.

Se, a cagione d'esempio, per integrità del suo regno l'Ungheria intende che a lei venga restituita la ricca regione del Banato, la quale dalla violenza astuta dell'Austria fu dopo il 48 divelta per indebolire esso regno, sotto pretesto di favoreggiare lo svolgimento della nazione Serbica, da' Magiari compressa (favore che da un governo tale qual è l'austriaco non si sarebbero neanco i Serbi aspettato); se questo s'intende, è di tutto diritto la chiesta. Ma quel che l'Austria faceva le viste di volere così per istrazio de' Magiari e per ischerno de' Serbi stessi, l'Ungheria deve operarlo sul serio e di cuore, acciocchè l'integrità del regno apparisca, com'io credo che sia, cosa onesta. Dico che d'ora innanzi non solo non devono gli Ungheresi schiacciare le altre schiatte consorti, ma trattare le devono come concittadine, e all'incremento di ciascuna adoprarsi per infino a quel segno che non turbi l'armonia dell'intero, non ne dissipi l'unità. Or questo, forza è confessare che non fu nettamente proposto finquì; e che taluni, e autorevoli tra i Magiari, guatano quelle schiatte con occhio di dispregio o di diffidenza, non come sorelle, ma a mala pena suddite. Un recente indizio lo dimostra, indizio che non deve parere leggiero a chi sa come il fatto della lingua sia, non solo nell'ordine intellettuale ma nel civile, cosa di somma importanza. Perchè la lingua è il pensiero, il respiro dell'anima; la lingua è il vincolo delle intelligenze e de' cuori; la lingua è la proprietà della famiglia e della nazione; la lingua è il frutto e il germe de' secoli.

Fu nel 1836 statuito che la lingua degli atti pubblici fosse la lingua ungherese, cioè a dire che quanti d'altre razze la ignoravano, non potessero più parlare in Parlamento, e per ogni altro uso degli uffizi invocassero un turcimanno, e dalle cariche si astenessero infine a tanto che l'avessero appresa. Così tutti i non giovani, e gli occupati da altre cure e bisogni si trovavano a un tratto interdetti: e coloro stessi che allo studio di quel difficile idioma si fossero sottoposti, avevano pur sempre rimpetto ai Magiari uno svantaggio grave; e creavasi, oltre all'aristocrazia de' natali, e quella de' soldi, e quella degl'intrighi, una nuova e più pesante aristocrazia, della lingua. Perchè tutti sanno quanto il potere speditamente e convenientemente parlare e scrivere doni, in ispecie presso certi popoli e in certi casi, autorità e sicurtà di vittoria; e come i prevalenti per altri titoli sappiano nelle pubbliche lotte anche di questo valersi; e come nelle elezioni si faccia scusabile, anzi giusto e necessario, che sia prescelto colui che ha dominio della lingua dominante. Segue di qui, che tra le tirannie le quali aggravano più intimamente e più incomportabilmente, è da numerare la tirannia della lingua.

Ora leggiamo annunziato ne' giornali con vanto, come in Transilvania nella città di Clausenburgo fosse di recente deliberato da una società intitolata Museo che la lingua comune da usarsi abbia a essere l'ungherese. Notisi che quel Museo non è punto un'autorità dello Stato, che i soci sono tutti Magiari; e non è da stupire ch'essi amino usare la lingua propria. Ma la Transilvania non è magiara tutta; e la campagna, cioè la maggior parte della nazione, degna di riverenza perchè la più semplice e più abbisognante di protezione, è Rumena. Innanzi che Austria con le gravezze illegittimamente imposte in dispregio degli antichi Statuti opprimesse e villici e cittadini, quelli erano molto animosamente divisi da questi; adesso i comuni guai li congiungono e li fanno parere più concordi che invero non siano, che almeno non sarebbero, mutate in meglio le cose. Non è da credere che i Rumeni soffrirebbero essere trattati dai pretti Magiari com'erano già; e è da sperare che questi abbiano coscienza del dovere e dell'utile proprio. Certamente non si conviene al Governo di uno Stato qualsivoglia essere bilingue o trilingue e più; ma non è neanco da volere che questa unificazione ch'è una delle più difficili a consumarsi, facciasi come per infusione dello Spirito Santo: e prima di venire alla decisione assoluta, bisogna preparare e gli animi e le menti e gli organi della voce; bisogna sostenere i necessari indugi della preparazione; e capacitarsi che il far presto è un disfare, e che la scala si scende e si sale per gradi, o si ruzzola. E in nessun paese del mondo forse le preparazioni a ciò intellettuali e morali e civili appaiono più necessarie che nel regno ungherese.

Per toccarlo con mano, non c'è che da contare il numero degli abitanti di nazione ungherese e il numero delle altre schiatte. I Magiari non montano a cinque milioni d'anime secondo l'Almanacco di Gotha; ma pongansi pure milioni cinque. Que' di stirpe germanica secentomila; i Rumeni, dentro nell'Ungheria proprio, dugentomila; gli Slovacchi poco meno di due milioni e mezzo; Croati e Serbi cencinquantamila; quattrocentomila Ruteni. Nel Banato, già parte dell'Ungheria stessa, i Magiari non sono che trecencinquantamila; i Rumeni stessi son più di loro, cioè quattrocentomila; que' di stirpe germanica trecencinquantamila anch'essi, i Serbi dugentottantamila, cencinquantamila i Croati. I così detti confini militari dell'Ungheria (altri da quelli della Croazia, s'intende) fanno dugentomil'anime tra Tedeschi, Rumeni e Slavi; nè qui entra Magiari. In Transilvania Magiari meno di mezzo milione; ma diasi mezzo: cencinquantamila Tedeschi; un milione e settecentomila Rumeni. Insomma dei poco meno che tredici milioni del regno ungherese, Ungheresi c'è meno di sei, il resto parlanti altre lingue. Altri veda come sia giusto e facile cambiare a più di sette milioni d'uomini la lingua in bocca e l'anima in petto; cambiarla in questo momento di secolo che ciascuna nazione rivendica a sè l'eredità delle sue tradizioni, e la pura proprietà della lingua che alle tradizioni conserva, e da esse riceve, la vita.