Lo sforzo a rivendicare questa proprietà sacrosanta, tentata invadere dal più tristo comunismo che sia, del quale certi governi che chiamano sè legittimi porgono audacemente e incautamente l'esempio, lo sforzo che dico, è notabile segnatamente nella Croazia, la quale, intedescata già nella parte sua più civile, e abbandonata del resto, massime allorchè vide minacciarsi l'invasione della lingua magiara, si risentì, e diede cura alle lettere slave, adoprando la favella natia, sempre più appurata e arricchita. Non tutti forse gl'Italiani sanno che, secondo l'antico patto con cui la nazione s'era aggregata all'impero austriaco, oltre alle diete sue proprie, la Croazia, non so s'io dica doveva o poteva mandare suoi rappresentanti alla dieta generale del regno ungherese: ma perchè essa intendeva conservare distinta la sua propria vita, che Austria e Ungheria volevano, insieme cospirando, sottrarle di furto; alla dieta non mandava già deputati di ciascuna provincia, ma due nunzi soli; e questo per tema che le sue Provincie, a poco a poco assomigliate a quelle del regno ungarico, non fossero da ultimo confuse con esse, e fatte suddite; e così assorbito, sparisse quel regno che aveva già esercitato il diritto d'eleggersi re suoi propri, altri da que' d'Ungheria; aveva franchigie proprie, e imposte minori. Andando dunque alla dieta i due nunzi, quando la lingua magiara fu diventata lingua del parlamento, sebbene la sapessero anch'essi e nelle adunanze preparatorie la usassero, nella pubblica dieta se ne astenevano apposta, e parlavano il già consueto latino, con ira de' deputati magiari strepitanti e picchianti delle sciabole in terra, intanto che uditori dalle ringhiere spianavano le pistole sui nunzi imperterriti. Così l'antica lingua d'Italia, alla nazione che contro l'Italia pur troppo esercitò le sue armi, si faceva scudo e arme. Or se mai taluni degli Ungheresi con l'integrità e co' diritti del regno intendessero ricuperare l'istituto della comune dieta, e obbligare la nazione sorella a parlare la lingua straniera a lei, ignota ai più de' suoi figli, tacersi; io non so se nell'Europa civile gli uomini amici di libertà potrebbero a cotesta maniera di guerra così cordialmente applaudire come ammirarono quella che nel 1849 sostenne in campo l'animosa Ungheria.

A dileguare fin l'ombra delle superbie e degli astii vecchi dovrebbe invero bastare la coscienza de' comuni dolori: e se Austria diffida e paventa di Magiari insieme e di Slavi, e s'ingegna gli uni contro gli altri aizzare, questa almeno dovrebbe essere ragione potente a amicarli. Una vertigine provvida ai popoli travolge i pensieri della corte di Vienna; che dopo il 1849 poteva conciliarsi l'una almeno delle due nazioni, o qualche ordine almeno di persone in ciascuna delle due, alleviandone i pesi, dimostrandone a qualche modo fiducia e riverenza: ma tutte Vienna le esasperò. E come se gli antichi fomiti fossero pochi, sopravvenne il Concordato con Roma (alzata d'ingegno tutta profana, per fare della sagrestia un'anticamera al gabinetto di corte) sopravvenne a incitare in Ungheria il risentimento de' protestanti (che tra' Magiari sono il maggior numero, e forse i più ricchi), i quali dello zelo religioso rinfiammarono l'amore di patria, e per questo parte degli stessi Cattolici ebbero consenzienti. Così il Concordato, che in Italia apparve uno scherno delle curie vescovili e della curia papale, facendo più impertinente la licenza della polizia civile e della polizia soldatesca, il concordato in Ungheria parve volersi dall'Austria pigliare in sul serio, e suscitò contro lei serii impacci. Ma se gli Ungheresi ebbero lo speciale privilegio di cotesta molestia, in altro furono troppo appareggiati agli Slavi. E nell'uno e nell'altro paese i beni della nazione, quasi fossero beni della famiglia imperiale, furono (ricchezza inestimabile in mani intelligenti) venduti per una miseria, come si suole dai prodighi e dai disperati. E le imposte, già tenui, sopraccrebbero in modo tantopiù incomportabile quantopiù inusitato. Le diete de' due regni ne stabilivano un tempo la quantità, anzi la concedevano, secondo i patti dall'Austria giurati: oggidì l'arbitrio imperiale le impone, come fa il Gran Signore de' Turchi; e Ungheria paga d'imposte dirette ottanta milioni di fiorini; e i dugentottanta mila che pagava Croazia, sono montati a sette milioni, somma esorbitante per paese povero, e più tirannesca gravezza di quel che siano gli ottanta all'ubertosa Ungheria. Aggiungansi le indirette che ascendono ad altrettanto, e che massimamente sul popolo di Croazia pesano odiosamente; al quale era ignota la maledizione del bollo; e ad essi la cultura libera del tabacco, trafficato utilmente anche fuori, era grande rinfranco. E tutto questo non per rifondersi in servigio delle nazioni aggravate, ma forse più che la metà per opprimere e quelle e altre nazioni, e principalmente l'Italia; per gettarlo nelle voragini della polizia e della guerra, e servire alle ladrerie degl'ingegneri militari e di generali voraci; un de' quali è ora appunto sotto processo infame, e col deporlo, è già condannato dal padrone suo stesso.

Se dunque (per rivenire a quello da cui si è cominciato il discorso) Austria, temendo de' popoli Slavi, intendesse aizzare i Magiari contr'essi; dico primieramente che non le riuscirebbe l'arte sua trista, come le riuscì l'altra volta: ma poi, se mai, lusingando le passioni d'un partito, ella cominciasse a parere di poter conseguire in alcuna parte l'intento, allora sì che l'amor patrio de' popoli Slavi, fatto più veemente dalle passioni irritate, accrescerebbe ad essi potenza. Croazia, già vergognata e sdegnosa de' patti antichi infranti, delle promesse fallite, della odiosa parte che le fu fatta prendere in servigio dell'Austria, impoverita e dal mal governo e da' tributi, conscia più che mai della forza propria e del proprio diritto, si solleverebbe tutta con l'impeto degli uomini semplici che si conoscono, peggio che traditi, delusi; e troverebbe, tra i popoli e tra i potentati d'Europa, aiutatori e segreti ed aperti. E quand'anco (cosa non credibile) Austria potesse contro lei avventare l'intera Ungheria, quand'anco in Ungheria non fossero e protestanti mal contenti e Slavi compressi, e Rumeni aspiranti al consorzio di Moldavia e di Valacchia, gli ottantaquattro mila dell'esercito magiaro (de' quali la cavalleria famosa e terribile è il nerbo) non so quanto varrebbero contro i cenventimila Croati, infanteria forte, che Napoleone da Smolensko onorava col titolo di suoi prodi; contro tutto il paese dalle alture e dalle foreste combattente per la propria terra e per le case e per le donne, anch'esse non digiune di guerra. E quand'Austria col braccio di sudditi, jeri ribelli e a un tratto fedeli, vincesse; l'impero già più non sarebbe Austriaco ma Magiaro; Ungheria al suo padrone detterebbe la legge. E se questo non fosse; se Austria, trovato non più che un docile arnese di guerra, sapesse rimanere tuttavia imperatrice; che penserebbe la Francia della sua così rassodata potenza? che ne penserebbe la Prussia? e i potentati d'Europa tutta, che tanto fanno per il loro così detto equilibrio, e per quello soffrono tante cose? Ma quando pur tutti si compiacessero nella depressione de' popoli Slavi operata per il valore de' Magiari in servigio dell'Austria; certo che gl'Italiani non ci si dovrebbero compiacere. Anche posto che la così detta vendita del Veneto sia patteggiata, e Austria riscuota la mercede de' sagrifizi all'Italia fatti patire, e se ne stendano le carte in regola per man di notaio, e del contratto entri mallevadrice l'Europa benevolente; chi dice a noi che Austria ringagliardita non trovi altri titoli, oltre a quelli per cui è creduta ora legittimamente tenere un piede in Italia, per metterceli tutti e due, e per tentar d'assaggiare altre provincie oltre a quella che avrebbe venduta? La dialettica della forza è feconda di spedienti ingegnosi; e la legittimità del cannone sa farsi tenere più imprescrittibile che il jus delle genti.

Non ho finquì rammentato la Russia perchè le serbavo luogo speciale, per quindi prendere il destro ad un umile avvertimento che gioverebbe, se non isbaglio, e a Russia e ad Austria, e a Slavi e a Magiari. Se Austria seguita la perversa via d'irritare gli Slavi, o lo faccia per opera de' Magiari o altrimenti; badi bene ch'ella si tira addosso gli sdegni e le forze di circa ottanta milioni d'uomini, i quali già troppo Russia tende ad attrarre a sè, senza che s'aggiunga la molla dell'odio alla potenza delle credenze religiose, e alla innata smania del nuovo, e all'amore del lontano che spesso apparisce più desiderabile o più venerando, e al lenocinio delle promesse e delle lusinghe e de' doni. Austria sa che anco prima della guerra ungherese, nella quale il soccorso russo non fu mosso tanto dalla tema di ribellioni contagiose, quanto dalla voglia d'accostarsi all'Europa civile, e dall'ambizione del patrocinare ch'è sempre via comoda al padroneggiare, anco prima della guerra ungherese, e dei dispetti eccitati da quella che suol chiamarsi ingratitudine di lei verso il suo salvatore, Austria sa che anco prima, dicevo, viaggiatori russi passeggiavano le sue provincie seminando regali e parole tentatrici, e pur con la presenza tacita e col nome di Russi tentando. Austria sa che da non pochi tra gli Slavi del mezzogiorno col nome d'imperatore intendesi Pietroburgo, non Vienna; sa che in Boemia e altrove sono scrittori da Russia salariati; sa che il Montenegro, meglio che per telegrafi elettrici, corrisponde con Pietroburgo per fila d'argento; sa che ora mentre parliamo, per via di libri e di messi, l'antica cospirazione ferve più che mai operosa. Stava in lei farsi capo vivente agli Slavi del mezzogiorno; concedere ad essi quelle temperate libertà che Russia non poteva e non voleva concedere; e senza deprimere quelli del rito greco, ma anzi conciliandoseli e distaccandoli da colui ch'essi onorano come papa, rispettare gli Slavi cattolici, sì che non s'abbandonino anch'essi alla Russia disperati e frementi. Questo giovava da ultimo alla Russia stessa, la quale non può certamente fino alle Bocche di Cattaro distendere il suo già troppo ampio impero; alla Russia le cui ambizioni danno già tal noia all'Europa, che i più prudenti tra' Russi, o lo facciano ad arte o davvero, non più ragionano di panslavismo come di signoria esercitabile materialmente, ma di popoli Slavi confederati. Sarebbe ormai tempo d'accorgersi che l'equilibrio europeo non può più essere una scherma di reciproche gelosie tra' potenti, nè uno sforzo loro concorde per dividere i deboli, i quali, lacerati dal ferro e dai trattati, sui campi di battaglie e nei congressi, pur tuttavia sentono la vita, e tendono a raccostarsi, a raccogliersi in corpo retto da un'anima e da una mente.

Ma non dappertutto la natura e la storia consentono che ciascuna schiatta di popoli faccia, così nettamente come potrebbe in Italia, nazione da sè. E per parlare segnatamente dell'Ungheria, l'una stirpe sul terreno medesimo è quasi insinuata nell'altra; e forza è che vivano alla meglio sotto un comune governo. Acciocchè la mistione non sia nè confusione nè stretta angustiosa, un solo spediente c'è, ma sicuro: ridurre al mero essenziale l'unità del governo; e nell'amministrazione della provincia e del municipio lasciare allo svolgersi di ciascuna parte distinta, quanta si può mai libertà. Questo solo può conservare all'Austria quel tanto di vita, ch'ella non ha co' suoi falli già tolto a se stessa, questo solo può risparmiare alla Russia la prematura decrepitezza che le è minacciata.

Quanto all'Italia, ci pare aver già detto abbastanza quel ch'ella deva augurare ai Magiari e agli Slavi; e come alla possibilità e all'utilità de' suoi desiderii la probità sia congiunta. Non per richiamare memorie amarissime, ma per rammentare agli altri popoli il debito e l'utile loro, avvertiamo che troppo tardi l'Ungheria s'avvisò nella grande sua guerra di tendere la mano amica all'Italia; che quella dimenticanza nocente a lei e all'Italia del pari, non è ancora ammendata; che certamente ammendare non la potettero quegli Ungheresi che furono dall'Austria forzati a porgere nel 1859 così dure prove contro gl'Italiani del loro vigore animoso. Avvertiamo che i soldati italiani sotto il vessillo austriaco non furono forzati a spargere in pace e nel bel mezzo delle città sangue ungherese, come sparsero nel 1845 sangue croato, allorquando in Zagabria una commozione popolare insorta per causa d'elezioni municipali, fu sedata con le armi di militi italiani. Avvertiamo che nel 1859 gli spiriti erano tanto mutati da non si poter più Austria fidare d'alcun generale croato nella guerra d'Italia, da essere quelle milizie tenute al retroguardo per proteggere la ritirata; dappoichè ebbero per ben due volte fatta resistenza, essi soli di tutto l'esercito, a marciare innanzi, affermando essere contro i patti della nazione il guerreggiare fuor de' propri confini: della quale scusa noti s'erano armati mai finallora. Dalle disposizioni mutate importa trarre profitto; importa sapere che fin dal 1848 taluni tra gli Slavi erano disposti ad accordi con gl'Italiani, se ne fosse loro aperto l'adito, e l'adito cercarono essi, ma troppo tardi, da sè; di che io ho prove, e lo posso attestare. Importa sapere che un libro è dianzi uscito in Parigi, di scrittore croato, interprete del volere dei suoi concittadini di tutti i ceti, un libro in lingua francese, a provare con documenti diplomatici e storici i diritti della sua nazione, l'originaria costituzione del regno e le consuetudini e i patti recenti dall'Austria violati, il legittimo scadere di lei da' suoi titoli, per sola sua colpa seguito. Importa sapere che negli apparecchi dell'ultima guerra il padre veterano al figliuolo, sospinto a partirsi, diceva nelle pubbliche vie, udenti tutti: ricòrdati, figliuolo, di quanto tuo padre e i tuoi abbiamo, e inutilmente, patito. Importa sapere che in ricompensa dell'impero scampato alla stretta estrema, gli Uffiziali croati dopo il 1849 erano rimandati alle case loro senza soldo; onde taluni disperatamente si gettarono in terra turca a predare, altri agli edifizi pubblici nelle città appiccavano per vendetta le fiamme. Importa sapere che centomila circa tra donne e pupilli abbrunati dall'Austria nel 1848 e nel 49 piangono la loro indigente vedovanza e orfanezza; che a migliaia si strascinano per le città e per le campagne i soldati che la guerra mutilò e deformò (giacchè le materne cure dell'Austria da essi propugnata negano un ricovero e un pane a que' cadaveri vivi), si strascinano spettacolo di pietà e d'ira a' fratelli, accattando famelici da famelici, e la voce, che sola ormai resta ad essi, grida al cielo giustizia e pietà, pietà per la patria loro, pietà per quegli stessi Magiari e Italiani dall'arme loro e dalla credula fedeltà al Bèlial austriaco sacrificati. Importa sapere che non solo là dove prima non si vedevano impiegati tedeschi, ora impiegati e maestri insultano con la presenza, e tolgono ai nativi il campamento dovuto, e alla gioventù la sua lingua, ma per le terre e per le borgate sono disseminati soldati di polizia forestieri, documento di paura, e fomite di diffidenza, e contagio di scostumatezza in popolo semplice al quale è religione il pudore; e che questa è ferita di tutte più cocente, perchè offende l'onore e penetra l'anima. Importa sapere che quella nazione la quale, della civiltà non avendo tutti i vantaggi, non ne ha neppure tutti i contagi, disingannata e stanca com'è, può domani sorgere in armi; e se Francia o Italia sostiene con le sovvenzioni necessarie di danaro per tre o quattro mesi i suoi moti, Austria è ita. Or l'Austria nell'atto appunto di aprire alle chieste de' Magiari non gli orecchi suoi, ma le carceri; ai Croati che stanno minacciosamente muti, si volge spontanea con docilità e umiltà insolite, e con scossa subitana di pia sollecitudine, interroga di quel che sarebbe da fare per più svolgere lo spirito della loro Nazione, e per meglio coltivare il patrio idioma; e ciò col doppio intendimento, di placare i loro corrucci, e più urtare i Magiari palpando i Croati, e questi aver pronti contro quelli al bisogno. Ma questi, cogliendo intanto dalla profferta il loro vantaggio, sapranno scansare la rete marcia e squarciata; e non troveranno, speriamo, un bano Jellacich, che ponga il suo vanto nel farli flagello in mano altrui, flagello buttato poi a terra e calcato co' piedi; e ne abbia in premio lo scherno d'un titolo impotente, il dispregio de' suoi, una moglie, e vecchiaia prematura, quasi lunga agonia confusa d'imbecillità e di rimorsi. Noi altri aiutiamoli a emendare il passato; non li irritiamo col disprezzo, non li disperiamo coll'odio; non siamo (nel senso che molti danno alla parola più cattivo) croati a noi stessi. Se i fantasmi della paura sono debolezza fanciullesca, le superstizioni dell'odio sono ubbie fratricide. Ma nell'odio è paura.

Quel motto che dei Borboni di Francia fu sazievolmente detto e ridetto, gioverebbe che, se si vuole a altri principi, non si potesse almeno ai popoli appropriare: Niente hanno appreso, e niente dimenticato. Senonchè io a' popoli augurerei che, molto apprendendo, niente dimentichino; nè i falli propri, per espiarli; nè le offese altrui, per scansarne le cagioni e i pretesti, per provvedere come respingansi con onestà e con onore, per vincerle co' benefizi, e il rispetto degli avversi e degli sprezzanti conquistare con opere grandi. Apprenda sempre meglio l'illustre nazione ungherese a non diffidare di quelli che stanno a lei inseparabilmente attaccati, a convertire in vincoli d'affetto i nodi della necessità, che altrimenti la impediranno, e la strozzeranno. Apprendano gli Slavi o misti a' Magiari, fino ad ora congiunti ad essi sotto la medesima dinastia, a non odiare neanco chi li sconosce, a darsi a conoscere con fatti nuovi di mite civiltà generosa; e se il tempo ingrandisce il loro paese col consorzio d'altri loro fratelli differenti di riti di costumi o di lingua, vogliano concedere ad essi ogni agevolezza di libertà; non imitino l'antica durezza improvvida de' Magiari, la quale sentirono tanto intolleranda, che pur dall'ombra e dal pensiero rifuggono. Apprendano gl'Italiani a volere, non in decreti e in brindisi, ma in fatti e in affetti e in sagrifizi, sincera unità, non per tema del pericolo o per speranza di peculiari vantaggi, ma per obbedienza alle leggi della natura troppo qui violate dagli odii e dai sospetti, per terrore delle discordie, per vergogna delle aggregazioni fittizie, sotto le quali possono col tempo covare vanità peggio che municipali, d'uomini singoli e di partiti: apprendano a cogliere l'una dall'altra famiglia non tanto le facili utilità materiali, quanto gli esempi civili e morali di bene; a farsi gli uni agli altri ministri e discepoli, anzichè padroni e maestri. La docilità è dote propria degli uomini e de' popoli grandi. Per essa la Grecia e l'Italia, attingendo l'una dall'altra e dall'Oriente ambedue, si fecero educatrici del mondo, vinsero il vincitore.

FINE.


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