I PATTI E I FATTI.
I.—[Assunto].
Il non conoscere certi fatti, il trasandarne taluni, o il non li collegare insieme, il fondare sopra cotesto imperfetto e caduco edifizio troppo grandi speranze, apparecchia disinganni gravi; dai quali poi l'inscienza stessa o la negligenza de' fatti ci toglie poter dedurre utili insegnamenti per il tempo avvenire. Acciocchè dunque le recenti vicende ci fruttino, importa collegare tra loro certi fatti dispersi, accennare come meglio si può a certi altri o ignorati da molti o non voluti avvertire; i vuoti che lascia anco la storia coetanea, riempierli colle induzioni che porge l'esperienza, e la conoscenza sicura di certe particolarità quanto più minute o intime, tanto più rilevanti. La cronaca del giorno d'ieri ha anch'essa la sua critica come le indagini dell'antichità più remota: e il giudizio intero d'avvenimenti recentissimi, bisogna talvolta saperlo comporre al modo che si ricompongono i mastodonti. Questo studio d'archeologia contemporanea noi tenteremo qui, e non per vana curiosità.
Ragioneremo, senz'odii nè amori di parte, cose meno gravi a udire che a dire; ma ci asterremo da ogni acerba parola.
II.—[Prime mosse nazionali].
Nell'agosto del 1856 lo scrivente ebbe contezza del concetto di Giuseppe La Masa, maturato da esso, a quant'egli dice, assai prima; del francare l'Italia con moti concordi di tutta la nazione, e nel fine e ne' mezzi avviarla a unità. Interrogato, per discarico di coscienza e non già ch'io dessi peso al mio voto, io sottoscrissi alla proposta, con le due condizioni espresse: che l'unità fosse il fine, che tutta la nazione concorrere ne' mezzi, con libere forze ma docili concorresse; che i governi e gli eserciti regolari, di queste forze non volessero diffidare, ma sapessero fortemente ordinarle. Altri soscrissero: uomini che si dicevano devoti al Piemonte, s'astennero come da soverchio ardimento. Uscì nel settembre la lettera di Daniele Manin, scritta in nome proprio di lui solo, che dava l'Italia al Piemonte, senz'altra condizione se non che il Piemonte facesse l'Italia. Cotesto parve a taluni imporre troppo poco, e troppo; perchè nazione non si fa nè da un re, nè da un ministro, nè da una parte d'essa nazione, per valida e sapiente e risoluta e omogenea che sia. Ma forse era semplice improprietà di linguaggio: la risoluzione del posporre il bene delle parti al bene del tutto, era di buon cittadino. Chi si trovava allora in Piemonte, e chi ne leggeva i giornali anche fuori, sa come parecchi, nell'atto stesso del trionfare di tal concezione quasi di confessione, se ne facessero beffe, serbandola però come un'arme, e pensando a trarne profitto per fini più angusti ancora, e con più larghi arbitrii di quelli che consentiva il Manin. Fu poi fondata la Società il cui assunto era l'indipendenza di tutta intera la Penisola sotto la dittatura di Vittorio Emanuele, senz'altra condizione nessuna in guarentigia de' popoli combattenti, ma in guarentigia del leale condottiere concedendo che, se non il tutto, facessesi di liberare il più possibile delle parti. Condizione che nella mente di Giorgio Pallavicini, l'egregio Presidente della società, era l'ultimo caso e più remoto, nella mente d'altri il più prossimo ed unico. Chi s'avvedeva della segreta discrepanza nell'apparente concordia, se amico schietto d'Italia e del Piemonte, ne prendeva mal augurio e dolore; se faccendiere o uso a ridere del pro e del contro, se ne faceva gioco. Taluni temevano che la Società, creata per indirizzare il governo, non fosse da certi interpreti del governo, o che per tali si spacciavano, troppo indirizzata essa stessa; che di stimolante che intendeva essere modestamente, non fosse da ultimo se non frenabile dagli stimolati; che parendo operare come d'autorità e quasi d'uffizio, non mettesse nei lontani fiducia pericolosa e troppo precipitose speranze, confondendosi la sua voce con la voce dello stesso governo; che di qui si destassero i sospetti non inerti e non mansueti degli avversi, i quali griderebbero sè provocati, e si armerebbero in tempo, e potrebbero intanto infierire sugli incautamente speranti, resi dalla speranza minacciosi in parole, e malaccorti a discernere l'altrui simulata paura e il proprio pericolo; finalmente, che l'impresa diretta ad effetto d'ispirazione non paresse una mezza cospirazione, e non ne apportasse gl'inconvenienti. Delle intenzioni pie e generose del Presidente e di non pochi Socii, sarebbe stato calunnia e crudeltà dubitare, e non gliene rendere onore. Ma il fatto si è che al rompere della guerra, il degno uomo credette inevitabile sciogliere la Società, non già che il fine, cioè l'indipendenza delle parti, non che l'unità, fosse allora ottenuto; ma perchè la condizione segreta e palese de' fatti, se non degli animi, a lui stesso appariva mutata. Lo scoramento dell'onest'uomo, e non tanto credulo quanto a certi goffamente furbi piaceva spacciarlo, era presagio; e di più settimane precorse ai fatti.