Ma ed egli, e tutti i veramente avveduti, cioè gli onesti, non disperano però, e disperare non devono. Se la prova non è riuscita qual si voleva, è nondimeno in certi rispetti riuscita oltre alla speranza di taluni, oltre alla tema o agli angusti desiderii di tali altri. Intanto la forza delle cose ha voluto che delle braccia e delle volontà concorrenti da diverse parti della nazione dovesse fare suo pro anco chi sulle prime ne diffidava, e non avrebbe imaginato in altrui tanta fede, nè forse voluta. La prontezza bramosa colla quale migliaia d'Italiani, che pochi anni fa non se lo sarebbero nè anco sognato, affrontarono il dolore de' cari loro, i sospetti e le persecuzioni de' governi, la pena del confino o della carcere o della morte, per venire dopo i terrori di furtiva e lungamente tortuosa e dispendiosa fuga a affrontare gli splendidi pericoli della guerra; la docile pazienza con cui sostennero gl'inaspettati rifiuti, e gl'indugi fatti tormentosi dal desiderio e dall'inopia e dal pensiero dei cari lontani indarno abbandonati, e i disagi del quartiere più gravi che quelli del campo, e gl'imperii militari talvolta più duri che la disciplina non richiedesse; è fatto nuovo nella storia italiana, e, checchè possa accadere, fecondo. E quand'io parlo di rifiuti e d'indugi e d'imperii duri, non intendo incolpare tutti, anzi nessuno, quant'è all'animo e alle intenzioni. Dacchè gli abiti del vivere e quelli del temperamento non mutano a un tratto; e l'educazione civile mutua è cosa di secoli. Ma certo è che, a dispetto di tutti gl'impedimenti, gl'Italiani nati in paesi il cui nome a non pochi forse de' Piemontesi era ignoto finora, si strinsero ad essi come a fratelli, e al loro fianco combatterono degnamente. Col piemontese La Marmora e col savoiardo Mollard stettero i modenesi Cialdini, Cucchiari, Fanti; e il nizzardo Garibaldi, col nome suo a certi Italiani spaventoso forse più che ai nemici, attrasse a sè una schiera diversa di patrie, unanime di cuore, la quale, aiutata poteva ancora più efficacemente aiutare. E in Piemonte altri non Piemontesi tennero grado onorevole di milizia, e lo meritarono; e Piemontesi altrove ebbero quasi trionfale accoglienza. Quanto poi al concetto finale dell'unità, io non dirò che il pensiero di taluni tra quegli stessi che più ne parevano vaghi corrispondesse alle parole, o le parole quanto potevano ai fatti; ma dirò che dal cinquansei è grande anche in ciò l'intervallo; e non è colpa di tutti gl'Italiani se ad allargare le idee e le voglie di taluni è bisognato o giovato anco l'aspetto e l'invito d'uno straniero potente. E qui per ispiegare vicende le quali ai più paiono inesplicabili, forza è salire alquant'alto, toccando soltanto quel ch'è necessario a farsi capire o indovinare, ma alle persone e alle intenzioni osservando la debita o riverenza o pietà.

IV.—[Guerra di Crimea.]

Ognuno rammenta che uomini e Piemontesi e d'altre parti d'Italia, amici e questi e quelli all'onore di tutta Italia e in specialità del Piemonte, dalla guerra di Crimea dissentivano. Le ragioni a concorrervi erano timore de' potentati invitanti, se rifiutati; se obbediti, speranza. Potevasi opporre che la speranza d'ingrandimento, il quale avesse dalla guerra a venire, non era bene augurata, se nel timore del contrario leggevasi una confessione di debolezza; e che la forza vera del Piemonte dovevasi attingere dal seno della nazione stessa, non da aiuti di fuori. E questo tanto più, che la paura dei tristi effetti del rifiuto era vana; perchè nessun potentato d'Europa, nè anco il vicino più nemico di tutti, avrebbe permesso che con invasioni si fosse esercitata vendetta sopra il Piemonte, difeso dalla sua giacitura e dalle reciproche gelosie. E quanto al non sperare dai corrucciati soccorso al bisogno; ognun sa che siccome la gratitudine di per sè sola non è la ragione del porgere soccorsi politici, così nè anco l'ingratitudine altrui è ragione a negarli, quando il soccorrente sia mosso dalle utilità proprie e dai propri pericoli. Intendimento degli alleati d'allora nell'invitare il Piemonte non era tanto d'avere il sussidio de' suoi ventimila, del resto valenti, quanto d'attrarre Austria a sè con la minaccia d'un'amicizia che potrebbe tornarle molesta. I negoziati allora tenuti lo provano in modo assai chiaro: a chi non bastasse la conoscenza degli uomini e della storia, lo provano i fatti seguiti. Austria intese; e il gioco rivolto contro lei torse a proprio vantaggio, promettendosi alleata se le assicurassero quieto intanto il dominio in Italia, e dal Piemonte nessuna briga. Collegarsi per gratitudine a Russia non poteva, sì per timore d'una vendetta e in Italia e altrove, sì perchè, ripetiamolo, la gratitudine è una virtù privata, tutt'al più un consiglio evangelico ai Gabinetti. Nè l'innalzamento del Russo e la depressione del Turco potevano all'Austria parere desiderabili. Dall'altro lato prestare servigi d'accordo col Piemonte a Francia e a Inghilterra, foss'anco in pro di Turchia, non stimava comoda cosa; ma più spediente, risparmiando le forze proprie risparmiare anco la Russia, quasi una mezza alleata; occupando i Principati, renderle meno grave il peso della guerra; e stare intanto a vedere da qual parte penderà la vittoria. Accusarla di perfidia, nella condizione in cui l'avevano posta tutti i precedenti suoi atti, nella presente moralità della politica comune (la quale fa vieppiù risaltare le eccezioni generose, ma non le può convertire in legge per ora), è semplicità in cui non cadono gli uomini di Stato, nè anco quelli che del riservo dell'Austria hanno poco a lodarsi. Nessuno si pensa di chiedere l'impossibile; e i sagrifizi pericolosi senza guarentigia di compenso sono un impossibile agli uomini pratici.

V.—[Cose desiderate da farsi tra il 49 e il 58.]

Ma per ritornare al Piemonte, i vantaggi da quella alleanza sperati, non a tutti parevano tali che non se ne potessero attendere altri maggiori da chi sapesse aspettare, nel che consiste assai volte e la virtù e la prudenza degli uomini di governo. Io qui non intendo detrarre punto alle lodi d'un uomo d'ingegno arguto e di rara operosità; che nè questo è momento a riprensioni, nè io me ne sento autorità nè prurito; e le riprensioni, se giuste, dovrebbero rifarsi da taluni almeno di quelli che precedettero ad esso. Ma non devo tacere che parecchi e Piemontesi e sinceri amici al Piemonte desideravano che per il bene d'Italia si fosse qui, fin dal primo, proceduto altrimenti. Desideravano che nei più che dieci anni di costosa aspettazione; di troppo sicura incertezza, di non sufficiente apparecchio nè alla guerra nè alla pace, scemassero i dispendii sospetti dell'esercito, quanto al numero delle milizie, ma gli arnesi di guerra venissersi intanto accumulando; addestrassersi i militi cittadini sul serio; si raffermasse con la disciplina lo spirito militare congenito a questo popolo buono; s'imitassero in ciò le istituzioni di Prussia; che si provvedesse alla marineria, tanto negletta fin dopo intimata la guerra; non si sdegnasse in ciò l'opera degli esuli Veneti, nè il sussidio dato loro paresse gratuita carità; con simile intendimento ascrivessersi almeno i più reputati fra i militi d'altre parti d'Italia, non aspettando di farlo agli estremi, con risico di non ottima scelta; prima che alla magnificenza de' porti, si desse cura al modo di degnamente, se non riempierli, munirli, e con essi le coste, acciocchè un altro Stato italiano, provocato provocante (e fu provocato abbastanza) non potesse con le ben guarnite sue navi impunemente assalire, e non si dovesse anche in questo riporre tutta intera la speranza nel sussidio, non sempre sicuro e pronto, non mai affatto gratuito, degli stranieri invocati. Desideravano che, scemate le spese di guerra in tempo di pace, se non scemare, non crescesse almeno il debito pubblico, che è debito di ciascun cittadino, e ne pagano il pro più caro quelli a cui meno fa pro, quelli che meno possono; che le imposte non si aggravassero specialmente sulle arti minute e sul commercio minuto; che i possidenti pagassero il giusto, e a tal fine il catasto fosse prontamente iniziato, e intanto una più equa distribuzione suppletoria attenuasse i danni dello Stato, e alleggerisse i pesi del popolo; che alla sorte de' villici si cominciasse a provvedere, buona parte dei quali in Piemonte sono in condizione più dura che in altri paesi non aventi Statuto; che alla prosperità dell'industria s'aiutasse non solo con mostre di pompa che non creano, e con premii che non ispirano, ma promovendo la diffusione delle utili novità, e principalmente curando che nelle Società degli Artieri l'amore della libertà e quel dell'ordine, la religione e la istruzione concorressero al fine medesimo, non fossero commessi a battaglia dissolutrice d'ogni vincolo umano; che al commercio fosse dato braccio, in ispecie al marittimo, il qual darebbe alle coste non pericolosa importanza, e, insieme coll'agricoltura e colle arti, vita nuova all'isola di Sardegna la qual si sospetta disamata e spregiata; che nel lusso delle strade ferrate, non tanto utile al vivere materiale quanto forse dannoso al civile e morale delle Provincie, troppo da meno di poche città dominanti, non si trasandassero, e in Sardegna e altrove le strade interne, che son come le vene del gran corpo, necessarie insino alle ultime sue estremità. Desideravano sopra molte altre cose data al Municipio l'importanza dovuta, senza la costituzione del quale non solamente gli Statuti non valgono, ma possono farsi fomite di corruzione e strumento di tanto più cattiva schiavitù quanto più palliata; che delle deliberazioni municipali e delle provinciali facessesi grado a quelle del parlamento; che il parlamento fosse da' governanti rispettato non solo co' modi urbani del dire e del sedere, ma principalmente col lasciarne la concezione vergine d'ogni macchia, le elezioni pure d'ogni sospetto, non dico di subornazioni ma nè anco di suggestioni indirette, di promesse di cose lecite, di lusinghe insolitamente benigne. Desideravano che i lavori del parlamento fossero meno travagliosi per lunghezza e verbosità, e insieme più fruttuosi per leggi non disputate senza concludere, non fatte per poi disfare e rifare, leggi che l'ordine civile col nuov'ordine politico conciliassero; che le penali fossero così ritemprate da non far parere necessario il lusso de' patiboli, lusso il qual non corregge i costumi, ma li fa atroci laddove non sono; che provvedessesi alla sanità e moralità delle carceri, fogne di tutta sorte contagi; che nei processi di stampa le sentenze de' giudici alla coscienza pubblica vera, non allo schiamazzo di pochi giornali, nè al cenno de' governanti, neppur sospettato, ubbidissero; che non solamente la calunnia ma lo scherno, specialmente se vòlto contro interi ordini di persone, fosse esemplarmente punito, perchè stupra la libertà e nel cospetto de' nemici la infama; che a frenare la licenza non fosse bisogno d'imperii venuti di fuori; e che della necessità di servire a tali imperii si approfittasse per frenare a un tratto ogni maniera di licenza, e non permettere che, dall'un lato repressa, dall'altro essa si scagli a insolentire più che mai sopra i deboli, e le credenze del popolo senza nè civiltà nè pudore conculchi. Desideravano che l'istruzione educatrice si promovesse non per moltiplicazione di scuolette impotenti o tentatrici e di maestrucoli arrogantelli o scandalosi, e d'ispezioni sopra ispezioni, d'esami sopra esami, di testi sopra testi, di norme e di guarentigie sopra norme e guarentigie, le quali mai non giungono a regolare e ad assicurare sè stesse; ma per fondazione di buone scuole a formare maestri, per scelta pronta e rispettosa di direttori e precettori autorevoli, senza prova oltraggiosa di concorsi e inutile di attestazioni; che coi riguardi debiti non alle fazioni ma alla pubblica moralità, non ai gazzettieri, ma ai padri di famiglia s'aprisse libero l'adito all'insegnamento privato; che il letargo delle università per il paragone si scotesse; che dell'illustre Accademia delle Scienze si facesse un consiglio di civiltà, un modello delle Accademie rinnovellate, si accettassero o chiamassersi gli uomini insigni di tutta la nazione, che sarebbero accorsi riconoscenti; e si levasse un vessillo men minaccioso del bellico, e più unificatore davvero, e più trionfale. Desideravano che la prima mossa civile dopo le calamità militari non paresse un voler, non potendo con Vienna, attaccare la guerra con Roma; che alle necessarie franchigie della potestà secolare prendessersi gli auspizi dell'esempio di Francia e di Toscana e di Napoli, ma senza piglio inimichevole nè in forma di sfida, giacchè con una potestà che resistendo immobile, stanca, e vince aspettando, le impazienze non valgono; che dei vescovi, non ancora provocati, scegliessersi i meglio disposti, e la loro autorità si opponesse ai restii; che tra' preti si rivolgesse l'occhio a que' tanti i quali alle mutate cose s'erano dimostrati propensi, nè tutti si lasciassero da goffe impertinenze o inasprire o condannare al silenzio; che inutilmente non s'aizzassero i frati, con la minaccia alienando da sè anco i non tocchi, e facendo gridare all'usurpazione intanto che lo Stato e il popolo sopportavano dalla confiscazione improvida pesi più gravi, come se fosse gloria e lucro e trastullo il crearsi a bella posta, e a proprie spese quasi assoldarsi, nemici. Desideravano che le divisioni, per le quali il vecchio Piemonte non è ancora ben fuso in sè e però invalido a fondere nuovi paesi che non siano provincie, divisioni ad ora ad ora prorompenti in discordia, fossero per savie elezioni di magistrati e per avvedimenti morali meglio che politici mano mano composte; che tra gli esuli facessesi tale discernimento, da non eccedere nè in predilezioni e indulgenze malcaute, nè in diffidenze ingiuriose, nè in severità precipitose o tarde, le quali paressero atti d'arbitrio o di ubbidienza soverchia a cenni stranieri. Desideravano che alle relazioni cogli esteri Stati fosse tenuto dietro con veduta più ampia; che si sbrattassero Consoli inetti o ignobili o ligi a potentati non amici; che massime nel Levante, dove la lingua d'Italia è tuttavia la più nota, ma quella di Francia tra poco soverchierà, la bandiera Piemontese si facesse proteggitrice di tutti gl'Italiani, anzi de' Cristiani, indarno invocata. Desideravano che gli altri potentati d'Italia non fossero fuor di tempo irritati, nè da minacciose promesse tenuti all'erta, ma, cominciando dai meno avversi, procurassesi di ottenere da essi, ogni agevolezza possibile e a sè e ai loro sudditi; non si permettesse ai giornali insolentirgli contro, non si attendesse per questo il precetto di Francia; non si facesse nelle animosità distinzione ingenerosa tra i forti e i deboli; i più ostinati tra questi mettessersi dalla parte del torto coll'abbondare in riguardi, che mai non potevano parere paura; che con gli esempi del meglio tranquillamente continuati, questa parte d'Italia si facesse rimprovero a chi non la voleva modello. Desideravano (cosa per vero difficile a condurre, ma non impossibile politicamente, in dieci anni di tempo), che deposte le diffidenze proprie e dileguate a poco a poco le altrui, ritentassesi quello che si era fiaccamente voluto nel 48 o fatto le viste di volere, dico la colleganza, non di servigi dall'un lato e d'imperii dall'altro, ma di mutui sicuri vantaggi tra i due grandi Stati Italiani i quali soli potevano rendere vita di nazione all'Italia; che quel vincolo maritale il qual poi stretto a questo fine con una famiglia che i suoi doveri fanno essere necessariamente straniera, per quanto le sue affezioni vogliasi credere che la rendano amica e devota, quel vincolo si stringesse a viemmeglio preparare l'interna unità.

VI.—[Congresso a Parigi].

Io non dico che tutte queste fossero cose operabili: dico anzi che da un solo uomo operabili non erano nè tutte nè la minima parte di quelle; che le più importanti operare non poteva il Piemonte tutto intero qual è. Io non approvo e non biasimo; espongo, e rammento. E la memoria mi dice che i benefizi sperati dalla guerra di Crimea, la qual guerra poteva portare seco pericoli estremi ai deboli se continuata e dilatata, non vennero appunto di lì. Se il Piemonte ebbe quindi opportunità di sedere a un congresso coi maggiori potentati d'Europa, ognun sa che le cose seguite nel corrente, anno con quella adunanza non hanno vincolo necessario, poichè i nemici d'allora dovevano poi sperarsi proteggitori, e un alleato e proteggitore d'allora sospettarsi avverso. In quel congresso fu parlato, sì, dell'Italia; ma come? non del farla libera da quella forza che sola mantiene le dominazioni minori moleste; non per accennare, nè anco in ombra, ai dolori o alle speranze de' Veneti e de' Lombardi; non per proporre i veri rimedi all'abuso della potestà temporale del Papa, contro il quale pareva esser vòlto tutto il coraggio dello zelo, quasi contro il solo accusabile: ma lui solo prendevasi in mira, non tanto quasi come una specie di mito politico, quanto come il più debole, e da potersi assalire con più sicura speranza di raccorre i suffragi de' seguaci di Lutero e di Arrigo VIII, di Fozio e di Maometto. Alla proposta che ne porgeva il Piemonte, diresti che sole le Legazioni patissero del governo de' preti, che sole meritassero reggimento migliore, sole fossero mature a questo. E i rimedi suggeriti alle piaghe di quel membro, indiviso dall'intero corpo piagato, erano pure insufficienti, e portavano seco nuovi dolori e pericoli. Il pericolo più grave era quel paragone ingiurioso e odioso tra le une e le altre provincie, quel fare alle une sperare ciò che alle altre negavasi con tanto più dura noncuranza che pareva meditata e accompagnata di ragioni o di scuse. Eccitando negli uni fiducia importunamente superba, negli altri invidia dispettosa e disperata; e per più squisitezza di spregio, consigliando ai preti regnanti l'accorgimento di commisurare al numero dei sudditi da tener sotto, il numero degli armati Italiani e stranieri che bastassero al tristo uffizio; venivansi a suscitare discordie nuove in paese dalle discordie ingangrenito; e così preparavasi la civile e la morale unità.

VII.—[Disegni più vecchi insieme e più nuovi].

Cotesta vecchia ricetta, razzolata tra' fogli del conte Aldini, uomo imperiale, che, come Bolognese, badava a San Petronio e alle aggiacenze, e che scriveva al principe di Metternich, come protomedico della Corte e della Penisola; cotesta ricetta, ognun vede non essere invenzione colpevole del valente uomo che a Parigi nel 56 la mise innanzi modestamente, per condiscendere al desiderio d'alcuni tra suoi amici, i quali dalla guerra di Crimea non speravano migliore frutto; nè a quanto pare da ciò lo sperava egli stesso. Onesta e pia cosa è discernere l'angustia de' concetti dalla malignità degli intendimenti. Nè intendimento maligno è da imputare, non dico all'arguto ministro che nel congresso di Parigi portava in mezzo quell'unico tema, ma nè anco a coloro che facevano lui troppo modesto canale di voglie nell'apparente boria modeste. Senonchè bisogna pure soggiungere che meno angusto concetto che quello di cui la facondia del conte di Cavour si faceva levatrice nel 1856, era il concetto di Pellegrino Rossi nel 1832, quale apparisce da una sua lettera al signor Guizot opportunamente ristampata dal signor Eugenio Rendu nel recente suo libro intorno alle Relazioni tra le Corti d'Austria e di Francia e di Roma; libro che chiaramente dimostra quanto dalla protezione austriaca e la Corte e la Sede di Roma abbia patito e sia in più pericolo di patire. Vero è che il Rendu mescolando un po' le memorie con le speranze, ci dona l'occupazione francese, qual è stata dal 49 infino a' dì nostri, come restitutrice della dignità del Papato. Ma la sua argomentazione speriamo che, se non storia, sia vaticinio; e, giacchè le cose sono a tal punto da chiedere imperiosamente agli stessi imperanti risoluzione seria, aspettiamo. Fatto è che il Rossi, più d'un quarto di secolo fa, proponeva che non solo le Legazioni, ma insieme le Marche formassero uno Stato da sè, titolarmente soggetto al Pontefice, e debitore a lui d'un annuo tributo, assicuratogli da Austria insieme e da Francia. Il Papa così diventava protettore davvero de' sudditi suoi Italiani dalle esterne e interne violenze, e non protetto per forza d'armi esterne contro le esterne insidie e contro gli odii intestini. E non che scemare, gli cresceva sovranità; dico quella sovranità vera e degna di persona spirituale, che secondo le originarie condizioni, gli fu conceduta sulle provincie conservanti il diritto di governarsi di propria autorità.

Più largo ancora che quello del Rossi, era un concetto più antico, cioè del 1822, ed era più pio al Pontefice, ancorchè dettato da Gian Pietro Vieusseux protestante. Lo dettava egli alle istanze reiterate del conte di Bombelles, uomo probo, allora ambasciatore austriaco in Toscana, marito a una figliuola di madama di Brun, conosciuta da esso Vieusseux in Copenaghen, amica al Sismondi, e riverente al nome italiano. Proponeva il Vieusseux fin d'allora una Confederazione di Principi Italiani, una Lega doganale, e quanta conformità d'istituzioni veramente civili potessero permettere quei miseri tempi. Della quale proposta giova, come di documento storico, tenere di conto, e all'affetto dell'uomo benemerito renderne onore. E importa notare, che tra le cose prudenti allora e opportune a dirsi, non più accomodabili a questo tempo, ce n'è parecchie, e le più rilevanti, alle quali dovrebbero porre mente i fondatori d'una Confederazione Italiana sul serio; che, determinando questo concetto ancora incerto nella mente e de' governanti e de' popoli, ne persuaderebbero la possibilità, ne farebbero più agevole l'attuazione, e più sicura anco ai più diffidenti.