— Carmine, tu? — esclamò il giovane.

— Ho compreso che sareste venuto qui prima di lasciar forse per sempre questi luoghi — rispose il vecchio che aveva gli occhi gonfi di lacrime e la cui voce tremava.

— Grazie — rispose il giovane, commosso profondamente anche lui. — Non sarei partito senza prender commiato da te a cui debbo tanto.

— Lo so... ne ero certo, ma non si tratta di questo. Il maggiore mi ha chiamato e mi ha detto, in verità con modi assai benigni, che fa d’uopo partiate al più presto, stasera istessa. Egli s’impegna di non farvi molestare finchè non v’imbarcate per la Sicilia. Dice che solo questo può far per voi e in omaggio alla memoria del povero vostro padre.

— È giusto — mormorò Riccardo — è giusto. Ma bisogna pure che mi provvegga...

— Il signor maggiore ha pensato a tutto, a tutto. Fuori troverete uno dei cavalli che portaste da Napoli e che erano caduti in potere dei soldati, con la valigia, quella valigia nella quale ci è anche un po' di danaro, delle vesti, della biancheria, insomma tutto ciò che ci era quando i Francesi se ne impadronirono. In quanto alle armi, ha detto che ne siete ben fornito e quindi...

— Mi si manda via, mi si scaccia — fece il giovane con voce amara — ma fu questo il patto e devo essere grato al maggiore del cavallo e della valigia. E tu, povero Carmine, tu...

— Io resterò nel castello come custode. È una concessione del maggiore a cui, pare, io vado a verso.

— Hai sollevato di un gran peso l’anima mia, e dì al maggiore che lo ringrazio non solo di quel che ha fatto per me osservando il patto e restituendomi la mia roba e uno dei miei cavalli, ma anche della bontà che ha per te. Ed ora aspettami fuori, buon Carmine, che io sarò presto pronto a partire.

S’inginocchiò presso alla bara di suo padre, ne prese la mano fredda ed inerte e mormorò con voce lenta e solenne: