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I.

La banda di capitan Riccardo era dagli stessi nemici tenuta in gran conto pel valore dimostrato in più incontri, nei quali era rimasta quasi sempre vittoriosa, e per la disciplina onde era retta. Non le si attribuiva nessuna delle nefandezza che le altre commettevano, ed aveva dato prova d’intendere il rispetto che si deve ai vinti, e di tener per sacra la vita dei prigionieri, molti dei quali erano stati rilasciati con gran sorpresa degli ufficiali francesi, i quali consideravano come morto chiunque dei loro capitasse nelle mani di uno di quei feroci scorridori che si chiamavano Taccone o Benincasa, Parafante o Francatrippa. Nè la banda di capitan Riccardo aveva mai preso parte ad una di quelle scorrerie contro le città o i villaggi indifesi che dalle orde dei predoni venivano devastati col pretesto che se la intendessero coi Francesi. È vero però che per provvedersi dell’occorrevole a continuar nella guerra ricorreva ai ricchi signori, specie se amici del nuovo governo, i quali volentieri le mandavan dei sussidî per averne rispettati i boschi ed il bestiame, nonchè le case e le persone.

Era scorso già un anno. Chi avesse riveduto il giovane capobanda avrebbe notato il gran mutamento avvenuto in lui. Non solo la vita agitata, quotidianamente esposta a mortali pericoli, incerta del domani, mal sicura dell’oggi, aveva dato alla sua fisonomia una impronta di severa gravità, ma pareva che un persistente pensiero gli velasse gli occhi di malinconia. Solo allorchè la mischia era ingaggiata, tra il fumo delle fucilate e le grida dei combattenti, egli riacquistava la serenità e la calma necessarie per evitar le sorprese del nemico, e ordinar l’assalto o la ritirata a tempo opportuno, pur essendo sempre il primo ad affrontare il nemico, sempre l’ultimo a volgere le spalle dopo un’impari lotta.

Pero egli appariva se non stanco, insoddisfatto di quella vita nella quale si ostinava solo perchè dalla necessità gli era imposta. Anche dopo una vittoria, mentre gli uomini della banda riposavano o, aperto il sacco delle provvigioni, si rimpinzavano di vino e di cibo, fosco in viso e taciturno egli si abbandonava in disparte ai suoi pensieri.

Una sera appunto, dopo una giornata in cui tutto un intero reggimento francese aveva dato la caccia alla banda che, or combattendo, or indietreggiando, ora sparpagliandosi per riunirsi di nuovo e per tornare all’assalto, aveva dato molto da fare al nemico, il quale infine, scoraggiato, aveva fatto sosta all’inseguimento; capitan Riccardo, steso il mantello sull’erba, si era sdraiato all’ombra di un gran pino. Poco discosti da lui Pietro il Toro, il Ghiro ed il Magaro, che allora allora avevan finito di cenare, accese le pipe, erano stati per un pezzo in silenzio, mentre i compagni qua e là pel bosco riposavano dal lungo cammino.

— Chi hai messo di guardia? — chiese infine Pietro al Magaro.