— Ma io... — balbettò.
— Ma voi sappiate che i miei uomini non riconoscono per nemico che il mio nemico, qualunque esso sia!
— Ben detto, colonnello, ben detto! — esclamò Vittoria, contemplando il giovane con occhi pregni di amore e insieme di ammirazione. Poi voltasi al duca:
— Ma, dite un po’, credete d’aver che fare coi rammolliti della Corte, voi? Io vi sarei saltata addosso se aveste osato di rivolgere a me quelle vostre stupide parole.
E poichè Riccardo aveva preso già la via dell’uscio, lo raggiunse e scese con lui le scale, lasciando il duca che stringeva i pugni per la rabbia mentre mormorava:
— Ah, dover sopportare le insolenze di simile gente che un tempo offriva il groppone alle mie scudisciate! Ma mi vendicherò di quel maledetto bastardo, mi vendicherò, ed anche di lei, di lei che mi ha imposto il suo capriccio!
III.
Per tutto il giorno Riccardo e Vittoria, coadiuvati da Pietro il Toro, avevan disposto le due bande per la difesa del castello lasciando una parte di esse sotto il comando di quest’ultimo nascosta nelle casucce attigue al fienile che avrebbe dovuto prendere i francesi alle spalle quando questi fossero impegnati nell’assalto del castello. Nessuno doveva mostrarsi al di fuori e perciò i luoghi scelti per la difesa erano stati ben provveduti di vettovaglie e di munizioni. Per tutte le vie e i sentieri che dai monti sbuccavano nella vallata il duca aveva mandato delle spie che appena scorto il nemico avrebbero dovuto far ritorno a briglia sciolta per darne a lui l’avviso. Sapeva bene che se qualche sinistro fosse capitato alla Regina il responsabile non solo verso il Re, ma anche innanzi alle Corti straniere come innanzi a tutti che combattevano pel buon diritto sarebbe stato lui, e lui anche causa del disastro.
E quale maggior disastro della cattura di lei, o se lei rimanesse ferita in uno scontro? Avrebbe dovuto opporsi, è vero, al rischioso tentativo voluto dalla Regina, cui anche il Re e i Principi si erano opposti sulle prime; ma trasportato dalla superbia e per non menomare il suo credito in quella Corte nella quale sperava di salire ai più alti gradi, non aveva voluto confessare che lontano dalle sue terre il suo prestigio si fosse affievolito. I grandi signori che col Re erano fuggiti in Sicilia, mentre i loro vassalli e gli abitanti dei loro fondi si battevano contro l’invasore per un proprio sentimento d’indipendenza, facevan credere che fossero essi a tener viva quella guerra e trovavano il loro tornaconto ad esagerare e ad inventare notizie di vittorie sulle armi francesi. Quei signori non solo lavoravano pel presente ma più per l’avvenire, presentendo prossima una restaurazione.
Il duca di Fagnano, più avido e più ambizioso di tutti, e che aveva sue segrete ragioni per tenersi nel favore del Re e della Regina, se si fosse rifiutato di accompagnarla temeva che altri si offerisse in sua vece, e se, come si faceva credere, quantunque egli ne dubitasse, il viaggio della Regina avesse avuto un trionfale risultato pari a quello del Cardinale, il suo rivale ne avrebbe raccolto i frutti. Bisognava dunque affrontare i rischi che in ogni modo, qualunque fosse stato l’esito, avrebbe pur sempre fatte valere. Solo ebbe una certa titubanza allorchè la Regina fidente; ma come rifiutare un tanto onore che vieppiù accresceva il suo credito e il suo prestigio nella Corte?