— Ah! — esclamò il giovane trasalendo — ho le traveggole al certo, ho le traveggole!

Era rimasto immobile, incurante degli spintoni della folla, con gli occhi che dardeggiavano attraverso la maschera e fissi nel palco reale.

— Vaneggio forse, vaneggio? — mormorava il giovane. — Alma qui, Alma, nel palco della Regina! Non è possibile, non è possibile! Strana, prodigiosa rassomiglianza però... Ma bisogna che sappia, bisogna che vegga, dovessi anche arrischiare la vita...

In questo fu investito da un gruppo di maschere entrate allora allora come un turbine: colto all’improvviso non resse all’urto e ne fu travolto. In quello stesso istante la Regina si era alzata, aveva fredda ed impassibile guardato per poco la folla, quindi si era avvolta nel bianco mantello che uno dei personaggi del seguito teneva spiegato dietro a lei e si era incamminata verso l’uscio del palchetto per andar via. Quando il giovane potè liberarsi dalla folla delle maschere e alzò il capo, la Regina era già uscita: però dietro a lei intravide per un attimo quella che lo aveva fatto trasalire di stupore, ma non ne intravide che il profilo e la figura sottile e l’aureo volume delle chiome senza cipria. Poi il palco rimase vuoto quantunque continuasse a sfavillare di luce.

La partenza della Regina fu il segnale del baccano che scoppiò di un tratto. Le prime note di un ballo vibrarono nel chiasso sempre crescente e si mescevano agli urli, alle risa, al calpestio delle maschere delle quali i bizzarri costumi dagli sgargianti colori si fondevano in una iridescenza che turbinava per la vasta sala al cui schiamazzo si univa il vocio assordante che veniva dai palchi, dai corridoi, dalle scale. Forse ben pochi di quella folla si conoscevano, ma accomunati dall’ebbrezza, e dal proposito di darsi al piacere si erano presi per la mano formando così una catena che riddava volgendo nelle sue spire anche coloro che avrebbero avuto intenzione di starsene in disparte. La maschera toglieva ad ognuno che ne aveva coperto il viso la personalità che impone riguardi e gravità di modi, sicchè, mentre le note della danza si spandevano fragorose sferzando al piacere, la folla delirante si contorceva come ossessionata riddando in una catena che si scioglieva, si aggrovigliava in una matta confusione, nella quale le acute grida delle donne si mescevano agli urli degli uomini.

Alcuni pochi però si erano garentiti dall’esser travolti tenendosi ben saldi con le spalle alle pareti in fondo alla sala; fra questi i tre dal costume brigantesco, che con le braccia conserte parevano del tutto estranei a quel baccano infernale, e si tenevano impassibili mentre alcune maschere staccatesi dalla folla cercavano di trarli a sè or con moine, ora con ingiurie.

Parve intanto che uno dei tre fosse stanco perchè staccatosi dalla parete si avvicinò a colui che poco anzi gli aveva imposto di restare.

— Ma insomma — gli disse — capitano Riccardo, che facciamo? Io non ne posso più, mi par d’ammattire. Sapete che la pazienza non è fra le mie virtù...

Colui che era stato chiamato capitan Riccardo rispose aspramente:

— Se ne ho io della pazienza, puoi averne ancora tu. L’appuntamento è per questa notte al veglione del S. Carlo, ma l’ora non ci fu indicata. Se andiamo via, come raccapezzarci poi, come ritrovarci?