Fece un segno ai due ultimi che si arrestarono.

— Voi restate, ma non mi perdete di vista.

Intanto per l’ampia sala era corso un mormorio che si era propagato pei palchi: le teste si levavano in alto, e tutti gli sguardi convergevano nel palco reale la cui porta in fondo si era aperta e lasciava vedere una doppia fila di valletti che sostenevano dei candelabri d’argento i: cui ceri accesi mandavano una vivissima luce. Di un tratto in quella luce apparve la Regina. Quantunque nell’età in cui ogni altra donna mostra in volto l’ingiuria del tempo, Carolina d’Austria era ancor fiorente di bellezza alla quale cresceva fascino la naturale maestà della persona. Si avanzò lasciando cadere il ricco mantello di bianca pelliccia e agli sguardi ammirati tutta si offerse la stupenda persona vestita di broccato trapunto d’oro che lasciava scoperto parte del seno e delle spalle sulla cui lattea bianchezza spandevan vivide scintille le gemme di una collana. Su la folta massa dei capelli incipriati leggermente, sicchè ne traspariva l’aureo colore, fiammeggiava al lume dei ceri la reale corona, ma vieppiù fiammeggiavano gli occhi grandi e azzurri il cui sguardo superbamente sorridente scorreva per la folla. Le labbra umide e accese mettevano come una macchia di sangue nel viso di un ovale perfetto, il cui naso profilato e dritto, il mento accentuato eran segno di volontà e di tenacità inflessibile.

La folla rimase per un istante in silenzio, come sopraffatta dal fascino di quella regale bellezza che il tempo non aveva punto alterato. Nè le tante sconcie dicerie che correvano intorno alle sregolatezze di quella figlia di una imperatrice, nè il suo sanguinoso passato, nè i lamenti delle tante vittime che per odio di lei avevano asceso il patibolo, nè le crudeltà, nè i tradimenti che le si attribuivano valevano ad attenuare l’ammirazione che ella destava con la sua prepotente bellezza. Si sapeva che ella era fra le più colte, se non la più colta donna d’Europa: che parlava e scriveva ben quattro lingue; che era raffinata nello spirito cui non era estranea nessuna delle più astruse discipline; che nei consigli della Corona aveva portata la sua volontà adamantina la quale era stata costretta a piegare innanzi alla molle inettitudine dei ministri e del Re; che era stata lei, col suo fascino a decidere e coi suoi consigli a sorreggere il cardinale Ruffo nella conquista del Regno; lei a tener schiavo lord Nelson; lei a depurare della setta liberalesca le provincie; lei a voler soffocata nel sangue la Repubblica Partenopea. E a tante immagini di morte, di eccidii, di rovine fumanti su cui si ergeva tragicamente superba quella donna, degna di lottar coi giganti, ma costretta a vivere fra i pigmei, si univano, si confondevano con uno strano contrasto, con una ben cruda antitesi, i suoi amanti più noti. Gualengo, il duca di Regina, Caramanico, Rameski, Acton, Saint Cler; le sue amiche, fra le quali quella Lady Hamilton, il cui nome era tutto un miraggio di lascivie; e le debolezze, i capricci, le avventure vere o false, le orge di una notte, gli amori di un istante. Di un tal complesso di ombra e di luce, di oro e di fango, di maestà e di abbiettezza, di capriccio e di volontà ferrea, di epiche imprese e di intrighi volgari, di arditi progetti a cui poco mancò non assentisse Napoleone e di dimestichezza, come attestano le sue lettere, coi più feroci capibanda, era fatta quella donna, quella Regina, che al par di sua madre che disse: Io sono il re Maria Teresa, avrebbe potuto dire: Io sono il re Maria Carolina.

E tutto un tal complesso soggiogava la folla, stupita altresì di quella bellezza giovanile e sfolgorante in una donna già sul declivio, che quasi a sfida del destino, mentre un esercito marciava per scacciarla dal trono, mentre il marito, i figli, i ministri, i grandi dignitari del regno vinti dal terrore, eran fuggiti in Sicilia, sola, imperturbabile si presentava in una notte di piacere alla folla, nelle vesti regali, con la corona regale, fiera, imperiosa e pur sorridente come assoluta signora e sovrana al cui cenno eran cadute tante teste, al cui corrugar del ciglio aveva tenuta dietro tanta rovina.

E come vinta da tanta audacia, come vinta da tanto sfolgorar di bellezza, un grido formidabile si elevò dalla folla che gremiva la sala e i palchetti:

— Viva Sua Maestà la Regina!

Ella rimase dritta, immobile, senza che una piega del labbro o un lampo dei grandi occhi cerulei tradisse gli interni moti dell’animo. Era la sovrana che accoglie l’omaggio dovutole; era l’arbitra della vita e della morte di tutti quei suoi sudditi che non doveva ad essi neanche un segno di aggradimento. Solo allorchè gli evviva divennero vieppiù insistenti, piegò il capo come infastidita, e sedette, volgendosi a mezzo verso l’interno del palco a discorrere con un personaggio dalla sfarzosa divisa di generale, col petto costellato di decorazioni che si teneva in piedi, mentre alcuni ufficiali del seguito si eran ritratti in fondo al palchetto.

La folla a poco a poco cessò dagli evviva, pure si conteneva tenuta in soggezione dalla presenza della Regina quantunque non ne vedesse che le spalle e il profilo della testa. Ma un’altra figura attrasse l’attenzione di coloro che avevan fissi gli occhi nel reale palchetto: era la stella presso al sole, la stella di una luce più mite, più soave, più evanescente, che si affisa non tanto con meraviglia, quanto con affettuosa, rapida compiacenza: un profilo di giovinetta, bionda anche essa e bianca, che nella luce dei ceri onde sfolgorava il palco reale delineavasi come una immagine radiosa. Nessuno sapeva chi fosse: era la prima volta che anche i più assidui ai balli ed ai ricevimenti della Corte vedevano quella gentile creatura che pareva una santa discesa dall’altare. Dal modo come la Regina le rivolgeva la parola chiaro appariva che molto l’amasse: ora Carolina d’Austria non aveva fatto mai un mistero delle sue predilezioni, anche di quelle onde tanto si parlava: chi era dunque la nuova favorita che mentre le altre tutte allo appressarsi della tempesta eran fuggite abbandonando la Corte resa famosa pei loro vizi come per le loro bellezze, appariva di un tratto quale una nuova stella di una luce sì blanda e sì dolce?

Agli evviva ed al rumore che si eran destati all’apparir della Regina, il giovane mascherato da bandito aveva lasciato di botto gli altri due compagni ed era entrato nella sala facendosi largo a forza di gomito. Giunto nel mezzo si rivolse, però indarno cercò di vedere in viso la regal donna che continuava a discorrere volta a mezzo nello interno del palco. Ma mentre lo sguardo di lui cercava il viso della Regina si incontrò in quello di colei che le sedeva a fianco, un po’ discosta.