— Non ce ne importa nulla — gridarono i capi delle antiche bande sanfediste. — Siam disposti a tornar da capo. Ne abbiamo abbastanza di questa vita da femminucce che viviamo da sei anni.

— No, amici, no — continuò il giovane — non prestiamo ascolto alle nostre ire, alle nostre bizze: confessiamo che di peccati sulla coscienza ne abbiamo parecchi e che se riuscimmo formidabili agli stranieri, vieppiù nefasti fummo pei nostri fratelli, perchè innanzi allo straniero dobbiamo dimenticare i nostri odi e le nostre passioni...

— Io non dimentico nulla — gridò Benincasa — e di cotesti consigli non so che farne...

Il giovane si mantenne imperturbabile e proseguì:

— La nostra dev’esser guerra allo straniero in nome di ciò che abbiamo di più caro: la patria, il Re, la famiglia. Se i fratelli, a qualunque partito appartengano, vedran che noi scendiamo in campo con quest’unico intento nel cuore, e che il nostro braccio pugnerà unicamente per la difesa del nostro dritto, tutti saran con noi, tutti intorno a noi, e lo straniero, per quanto valoroso dovrà tornarsene disfatto, avvilito, decimato dalle nostre armi, e riconoscere che noi indipendenti siamo nati e indipendenti vogliamo morire!

— Ma che ci fa la predica costui? — chiesero alcune voci.

— Che ci conta di fratelli, che ci conta d’indipendenza? Noi faremo la guerra a tutti, forastieri e paesani che saran nostri nemici — dicevano tra loro i capibanda.

Nel mormorio generale d’insoddisfazione si udivano qua e là delle grida, delle bestemmie, delle ingiurie. Il linguaggio del giovane pareva a tutti, più che nuovo, strano: egli però si teneva diritto ed immobile, punto sorpreso dell’agitazione che aveva provocato. Dei tre che erano entrati con lui solo Pietro il Toro pareva che approvasse ciò che il giovane aveva detto, mentre il Ghiro ed il Magaro, quantunque si tenessero in un certo riserbo, scambiavano occhiate coi vicini, e si stringevano nelle spalle come se rinnegassero ogni solidarietà con colui che aveva parlato alla folla.

— Io voglio dirvi questo, o amici — continuò il giovane — su noi pesa un’infame calunnia che ora è tempo di smentire, il nostro valore è detto ferocia; il nostro patriottismo, pel quale siam pronti a riprendere le armi, è detto ipocrisia per legittimare la violenza, il furto, la rapina; la nostra religione ci si rimprovera come un avanzo di barbarie, la nostra fede al legittimo Re che Dio ci ha dato è detta cecità di spiriti nati al servaggio. Smentiamo queste calunnie; mostriamo che la ribellione allo straniero invasore è dignità di uomini che non vogliono piegarsi sotto il giogo di coloro che coi mentiti nomi di fratellanza e di libertà vengon da noi per sedurre le nostre donne, per vilipendere la nostra religione, per balzar dal trono il nostro Re. Bisogna per vincere combatter compatti, rispettando gli averi, la vita, l’onore degl’innocenti: combattere da soldati, non da predoni; da guerrieri, non da briganti!

— Ma insomma — chiesero alcune voci — chi dà a costui il diritto di parlarci in tal modo?