Il famoso capobanda aveva nello aspetto ciò che occorre per dominar una folla come quella alla quale non ne erano ignote le gesta. I suoi occhi profondi nell’orbita e coperti da folte ciglia scintillavano come carbonchi: la barba incolta e le folte fedine gli coprivano metà del volto: in tutta la membruta persona ci era qualcosa di rude, che imponeva a quella gente la quale non stimava e non ammirava che la forza fisica ed il coraggio irriflessivo.
— Ecco qui, amici miei, io mi vo persuadendo che ci abbiano teso un tranello.
— Chi, chi ci ha teso un tranello? — urlarono alcune voci.
— Chi? La polizia.
Un fremito corse per gli astanti che si guardarono in volto impallidendo.
— Perchè nasconderlo, amici miei? — continuò Parafante. — Ognuno di noi ha sulla coscienza diversi peccatuzzi: inezie, non dico di no, qualche schioppettata ad un nemico, una donnetta schifiltosa portata via al marito, qualche catapecchia a cui in una notte d’inverno si pose fuoco per scaldarci le mani; un po’ di roba, qualche miserabile pugno di monete preso qua e là pei nostri bisogni più urgenti... Inezie, ripeto, ciocchè non tolse che si ricorresse a noi allorquando la nostra santa religione e il nostro venerato monarca vollero abbattere i loro nemici. Ora però, non si ha più bisogno di noi, e perchè non si dica che si chiude un occhio su i nostri peccati, ci han raccolti qui o per fucilarci o per mandarci in galera.
— Ah, per Gesù Cristo! — gridarono alcune voci. — Sì, sì, deve esser proprio così!
— Se è così... beh, se è così — esclamò il barbuto contadino di Terra di Lavoro — stacchiamo quei candelieri e diamo fuoco alla casa.
— Sì, sì, diamo fuoco alla casa.
— Silenzio, silenzio! — urlò una voce — ora parlo io, tocca a me. Ascoltatemi e vi dimostrerò che tutti quanti siete, non escluso cotesto famoso Parafante, non siete che dei conigli...