E tutte le mani si stesero verso il crocefisso a conferma del giuramento.
— Ed ora — disse Carolina d’Austria trasfigurata e tutta raggiante di regale maestà che accresceva il fascino della stupenda bellezza — che l’Onnipotente vi benedica come io in nome del Re che sol da Dio ebbe il regno, vi benedico e in segno del mio regale favore vi do a baciare la mia mano.
— Viva la Regina! — gridarono tutti ad una voce precipitandosi per esser fra i primi a baciare quella mano bianca ed affusolata che ella aveva stesa verso la folla.
Nessuno però aveva gridato «Viva il Re».
Gli è che per quegli uomini rozzi, pressochè primitivi, la monarchia si impersonava in quella donna che era rimasta mentre gli altri erano fuggiti, che incitava alla resistenza mentre gli altri avevan ceduto senza combattere. Essa aveva il fascino della bellezza e della forza; sentivano che l’anima di quella donna era fatta di tutte le passioni che più prepotentemente vibravano nei loro cuori: l’odio, la vendetta, l’istinto della lotta; che era audace ed impulsiva e al par di essi di ferrea tenacità nei propositi. D’ora innanzi poteva ben contare sulla cieca devozione di quegli esaltati dall’inaudito onore di essere stati ammessi alla di lei presenza, di averne ascoltate le parole, di averne baciata la mano. Il Cardinale aveva trascinato dietro a sè tutta quella gente col fastigio del nome e della superstizione, con la promessa di un pingue bottino; ed aveva combattuto per sè ed anche per l’odio che alla gente primitiva ispirano gli stranieri: ora invece avrebbe combattuto, si sarebbe fatta uccidere per quella Regina che era scesa dalla sua immane altitudine per parlare ad essa e che ad essa si era mostrata in tutto il fasto, in tutto lo splendore della regalità.
Ben lo comprese Carolina d’Austria, che seguita dalla sua giovane amica, dopo avere accomiatato con un cenno i cortigiani, era entrata nel suo appartamento ove l’aspettavano alcune cameriste.
— Andate via — disse loro entrando — ha da lavorare; vi chiamerò quando avrò voglia di andare a letto.
Intanto si era fermata innanzi ad uno scrittoio ingombro di lettere che apriva distratta come se il suo pensiero fosse altrove. Di certo discorreva seco stessa perchè il viso si contraeva secondo i moti dell’animo; ma le labbra avevano un sorriso che si sarebbe detto feroce, e lo sguardo le balenava sinistramente.
Parve di un tratto che si sovvenisse di alcuna cosa, gettò sul tavolo le lettere che aveva preso e di cui aveva letto sol poche linee e si rivolse dirigendosi verso l’uscio.
Si fermò di botto con un gesto di dispetto, dispetto che le si dipinse nel volto: aveva visto nel fondo della stanza la giovinetta, che con le braccia conserte se ne stava immobile.