Quando capitan Riccardo venuto meno per la perdita del sangue, riacquistò i sensi, si trovò disteso su un soffice lettuccio con la coperta di seta e sormontato da un baldacchino di seta anche esso. Una lampada d’argento scendeva dal mezzo del soffitto e spandeva una blanda luce per la cameretta che agli occhi del giovane velati dallo sfinimento parve come un nido tutto morbido di stoffe con suppellettili quali non aveva visto che poche volte e di una foggia bizzarra come non aveva visto mai. Di alcuni mobili non comprendeva l’uso, degli altri sparsi qua e là non pareva a lui che dovessero usarsi nei quotidiani bisogni tanto eran belli e lucenti quasi fossero usciti allora allora dalle mani dell’artefice. Divanetti, poltroncine, tappeti e colonnine con fregi di bronzo e di argento, e tavolini con coppe e con vassoi da cui la rosea luce della lampada traeva scintille, lo stupivano, e non gli pareva vero di trovarsi fra tante ricchezze.
— Ma dove sono, dove sono? — mormorava nel guardare d’intorno.
Ricordava in confuso l’accaduto: le idee e le immagini si confondevano nella sua mente; solo le figure delle due donne mascherate che l’avevano indotto ad accompagnarle gli eran rimaste ben delineate nella memoria; pel resto era tutto un confuso succedersi di ricordi senza alcuna concatenazione. Era stato assalito, si era difeso, aveva ferito, era stato ferito, ma quelle due donne, che ne era avvenuto di quelle due donne? Ad una di esse gli assalitori avevano rivolte delle ingiurie, degli oltraggi, poi lui era caduto, infine aveva visti come due fantasmi dai quali era stato preso in braccio e quindi più nulla; senonchè aveva come una confusa reminiscenza di un uomo curvo su lui giacente col petto denudato in quel lettuccio; di un gran dolore che aveva inteso mentre quel fantasima armeggiava con alcuni ferri... poi più nulla, più nulla! Da poco si era destato, ma era ancora in preda ad uno intontimento, nè aveva forza di affissarsi in una idea e di seguirla.
Però di tanto in tanto, quasi quel pensiero surnuotasse su gli altri, balbettava:
— Il messo non mi avrà trovato... che avrà detto? Come dargli nuove di me? E i miei compagni di cui ero la guida?
Ma a poco a poco tornò ad addormirsi, non cessando nel sonno di dir parole sconnesse.
Era già l’alba; alcune voci, alcuni rumori indicavano che la città incominciava a destarsi, ma nella camera in cui il giovane giaceva regnava il silenzio, la blanda luce della lampada continuava a spandersi come se ancora fosse notte profonda. In questo una porticina nascosta dall’ampia tappezzeria si aperse e la Regina comparve. Stette un istante immobile, così immobile che pareva una dipinta immagine staccatasi dalla cornice. In quell’istante il giovane aperse gli occhi.
— Ah, il bel quadro — mormorò cercando, ma invano, di sollevar la testa dall’origliere — l’immagine di una regina...
Poi chiuse gli occhi di nuovo, in quel dormiveglia delle febbri di esaurimento in cui la realtà sfuma nel sogno.
La regina si avvicinò al lettuccio e si diede a contemplare il ferito che giaceva supino con mezzo il busto fuori dalla coltre di seta e la testa maschia e fiera affondata nei guanciali di piume. Il petto ampio e robusto era sollevato lenemente dal respiro; dal collo bruno e muscoloso che appariva tra il colletto slacciato pendeva una catenella d’oro con un medaglioncino, il quale posava sulla striscia di tela che copriva la ferita e che aveva nel mezzo una macchia di sangue.