— Ma io non son certo in casa di un medico. Come si chiama dunque il vostro padrone o... la vostra padrona?
— Non so altro, glielo dirà il medico che aspetta nell’anticamera.
E senza più dire fece un inchino ed uscì dalla camera.
Il giovane non si era ancora rimesso dal suo stupore, quando vide entrare un ometto coi calzoni corti, le calze di seta nera e un giubbone di velluto. Aveva sotto il braccio il cappello a tricorno e la parrucca incipriata finiva in un lungo codino alla cui punta era annodato un nastro di seta.
— Siete voi il dottore? — chiese il giovane con accento aspro e breve.
— Proprio io; ma voi, mio caro signore, siete bene imprudente; eppure ho riscontrato sul vostro corpo diverse cicatrici, ciò vuol dire che non siete nuovo alle carezze dei colpi taglienti e perforanti. Come vi viene in mente di alzarvi a mezzo sul letto, col rischio di spostare il bendaggio?
In ciò dire avvicinatosi al giovine lo costrinse a rimettersi supino. Poi vedendo pressocchè vuoto la bottiglietta:
— Bravo, l’avete bevuto quasi tutto il cordiale. Vi faccio i miei complimenti, caro signore; vi trovo con una cera sorprendente, e sì che stamane sul luogo in cui cadeste c’era un lago di sangue. Immaginate i commenti! Anche gli altri feriti pare se la siano sgattaiolata e la polizia è in gran fermento. È stato dunque un duello come ne avvenivano sotto Enrico III? Vi siete battuti padrini e testimoni...
— Non fu un duello fu un’aggressione: io accompagnavo due signore mascherate a cui cinque mascalzoni volevano fare ingiuria...
— Ah, un’aggressione di cinque contro uno! — esclamò il dottore. — E voi solo contro quei cinque dei quali almeno tre a giudicare dalle tracce che han lasciato, feriste gravemente! Ma bravo, ma bravo, siete un eroe! E la polizia che si ostina a credere essere avvenuta in quel luogo una rissa fra alcuni calabresi che erano stati visti a teatro!