Lui era un povero avventuriere che se si era fatto notare per la sua intrepidezza, anzi per la sua temerarietà, in quel sanguinoso periodo della storia napoletana, non si lusingava punto che la sua fama si fosse sparsa così che al solo sentirne il nome la gente lo associasse all’assalto di Cotrone e alla scalata del forte di Vigliena. Chi era dunque quella donna così addentro nelle imprese da lui compiute?

E ricordava inoltre che i cinque contro i quali aveva difeso quella donna le avevano rivolto delle atroci ingiurie, l’avevan detta vile, fedifraga, adultera, e pur senza conoscerlo gli avevano rimproverato di prenderne la difesa, quasi quella creatura fosse indegna della protezione di qualsiasi onesto uomo. Come rinunciare dunque a scovrir un tal mistero? Rimanendo, non solo si sarebbe mostrato riconoscente alle cure che essa aveva avuto per lui, ma avrebbe al certo appagata la curiosità che andava divenendo in lui sempre più acuta. Però non sapeva spiegarsi, non bastando a dargliene una ragione ciò che egli diceva la sua follìa, come in tutto quello inestricabile viluppo si associasse l’idea e l’immagine di Alma! Non gli era parso di vederla nel fondo del palco reale mentre la Regina era per andar via dal teatro? non gli era parso di averne intesa la voce nelle parole del domino azzurro che era in compagnia di colei che gli aveva chiesto aiuto? Non gli era parso di vederne la figura ritta sotto l’arco di una porta mentre egli si accingeva a respingere gli aggressori delle due donne mascherate?

Ma a che logorarsi più oltre il cervello? Non gli restava dunque che di rassegnarsi ad attendere.

In capo a sette giorni la ferita poteva dirsi rimarginata, il giovane aveva ripreso le forze mercè anche i cibi succolenti e delicati insieme che gli erano serviti in vassoi di argento e i vini generosi. Alzatosi, si era vestito di un ricco abito tra il borghese ed il militare trovato nell’armadio con un mantello foderato di una ricca pelliccia. Nè mancavano le armi chè in una panoplia presso all’armadio aveva visto delle spade, delle pistole, dei pugnali di tempra finissima, come non mancavano libri in uno scaffale di ebano intarsiato, libri di amena lettura come i romanzi dell’abate Chiari, i melodrammi e le canzonette del Metastasio e i poemetti del Monti. Si era anche avvicinato alla finestra per aprirla, ma le massiccie imposte eran chiuse da catenaccio, onde non potè vedere attraverso i vetri che l’azzurra distesa del mare corsa da vele e da barche di pescatori.

Il dottore era venuto ogni giorno, ma nulla aveva potuto apprendere da lui: chiacchierava volentieri; ma appena il giovane accennava al suo ospite si chiudeva in un riserbo che avrebbe esasperato il recluso se essendo ormai trascorsi alquanti giorni non fosse stato certo che il mistero fra poco gli sarebbe stato svelato. Perchè perdere il merito della paziente attesa con una ribellione tardiva? Certo delle gravi ragioni avevano imposto al suo ospite di esser cauto; d’altra parte di che poteva lagnarsi lui? bene è vero che l’ozio incominciava a pesargli; uomo di azione, vissuto fin allora nella libertà dei grandi boschi e nelle vicissitudini di una vita avventurosa sempre incerta del domani; costretto ora a raggirarsi tutto il giorno per quell’angusta cameretta incominciava a sentire acuto il bisogno di uscirne. Nè la lettura bastava a distrarlo, e la vista del mare faceva più vivo in lui il desiderio dei grandi orizzonti e della libera vita sotto il sole, all’aperto.

Erano scorsi già sette giorni di tale vita solitaria e monotona alla quale però nulla mancava pel benessere del corpo, chè anzi i cibi succolenti, i vini generosi ne avevano ringagliardito le fibre ed acceso il sangue da fargli sentire vieppiù penosa la strana prigionia. La ferita era del tutto rimarginata, il dottore non era più venuto: il giovane dunque si trovava solo, solo col mistero sul quale convergeva ogni suo pensiero, preoccupato anche dalla incertezza del domani, quantunque tanto la donna mascherata, quanto il dottore gli avessero raccomandato di aver fede. In lotta seco stesso, chè incominciava a sentir vergogna di quella sua inazione, e di quella ospitalità sontuosa la quale lo umigliava, aggiravasi per l’angusta cameretta ora risoluto di andar via a qualunque costo, or cedendo al vivo desiderio di conoscere il mistero dal quale si sentiva avvolto e nel quale spesso si approfondiva senza venirne a capo.

— Domani, domani andrò via, andrò via! Tornerò da zio Carmine a cui certo quel tale che mi invitò a venir qui si sarà rivolto per aver mie nuove.

Questo aveva detto a se stesso quasi ogni sera nell’andare a letto, e questo ripeteva a se stesso la sera di quel giorno, dopo che il cameriere avendo acceso la lampada lo lasciò solo.

— Chiunque sia il mio ospite avrebbe bene il diritto di giudicare male di me se mi credesse così vile da essermi acconciato a questa esistenza da parassita.

Si coricò dopo disposto il paralume in modo che l’alcova in cui era il lettuccio fosse nella penombra; e aspettando che il sonno scendesse sulle pupille si diede a riflettere ai casi della sua vita e ad evocarne i ricordi.