Sapeva pur troppo di esser solo al mondo: il vecchio zio Carmine quando il giovinetto, dotato di una precoce intelligenza che accoppiava ad un ardire e ad una forza di animo di molto superiore alla sua età, fu da lui reputato in grado di conoscere il vero, non gli nascose che l’aveva raccolto nel bosco ove colei che l’aveva partorito l’aveva esposto forse per occultare la colpa commessa nel generarlo. Egli era dunque un povero trovatello che sarebbe morto di fame e di freddo senza la pietà di quell’uomo che egli amava come un padre e che continuò ad amare con filiale devozione anche quando venne a sapere che non era stretto a lui da alcun vincolo, se non dalla gratitudine. Ed invero zio Carmine aveva avuto per lui le cure più affettuose, e se perchè povero, vivendo del provento di un poderuccio, non gli aveva potuto dare uno stato, ne aveva curato l’educazione per quanto era nelle sue forze, tenendolo a scuola fin presso ai diciotto anni, sicchè fra i giovanotti di quella montana contrada Riccardo di zio Carmine, come veniva chiamato, poteva dirsi uno dei più istruiti, notevole anche per una innata gentilezza di animo, e ciò faceva dire a parecchi che certo scorreva sangue di signori per le vene di quel trovatello. Il giovanetto invero si sentiva diverso dagli altri suoi compagni, dando ragione a quel che la gente diceva di lui non solo a proposito dei modi, ma anche della figura la quale, pure essendo maschio e robusta, aveva qualche cosa di delicato e di signorile che persuadeva a farlo credere non di sangue contadinesco. Zio Carmine d’altra parte si faceva scuro in viso quando qualcuno accennava all’origine di Riccardo, ed il giovane era convinto che il mistero della sua nascita non doveva essere ignoto al suo benefattore.
E ci era un altro che esser ne doveva consapevole, un amico di zio Carmine, ben noto a tutti i montanari della Sila per la sua rozza e grottesca figura e per la sua forza muscolare, per la quale aveva meritato di esser detto il Toro. Si chiamava Pietro, ed apparteneva a quella classe tra il borghese e il contadino che vive del proprio lavoro accudendo alla coltura di un poderetto o ad altri negozi. Se la vita di zio Carmine era scorsa tranquilla e monotona nel suo villaggio presso al castello dei duchi di Fagnano, non così quella del suo amico Pietro che aveva avuta una giovinezza assai burrascosa. Innamoratosi di una bella giovinetta, l’aveva sposata, non calcolando che la sua bruttezza lo avrebbe esposto a gravi pericoli e che la bellissima Rosaria più che lui aveva sposato la casuccia e il poderetto che Pietro il Toro aveva ereditati; se ne accorse un triste giorno in cui messo in sull’avviso dai vicini aveva trovato Rosaria in intimo colloquio con un guardaboschi. Pietro il Toro aveva di una sola stretta delle sue dita di ferro strozzato i due amanti, poi aveva preso il bosco per sottrarsi alla giustizia e si era unito con una banda non prendendo però parte a nessuna delle atrocità che essa commetteva, limitandosi soltanto a chiedere di che sostentarsi ai signori che avevano boschi e mandrie sulle montagne. Scendeva spesso nel suo paesello per riveder gli amici ed era da tutti stimato come un buon galantuomo, e per la bizzarria del suo carattere era bene accolto anche dai signori, che gli davano da vivere a patto che egli non ne danneggiasse i beni.
Pietro il Toro era stato dei primi ad accorrere sotto la bandiera del Cardinale Ruffo ed aveva fatto prodigi di valore negli assalti della città e nelle mischie coi repubblicani. Poi era tornato glorioso e trionfante nel paesello e si era rimesso a coltivare il poderetto sicuro che non lo avrebbero molestato nè nel doppio omicidio, nè per i dieci anni di vita brigantesca, che aveva, a parer suo, largamente scontato col combattere pel trionfo del trono e dell’altare. Ed invero se prima lo si stimava, dopo il ritorno dalla crociata lo si ammirava; e poichè aveva ben dimostrato che il coraggio in lui era pari alla forza muscolare, era divenuto un pezzo grosso per tutti i montanari silani che giungevano financo a non trovarlo poi tanto brutto.
Il giovane Riccardo aveva in lui più che un amico: spesso quando Pietro il Toro viveva da bandito andava a raggiungerlo sulla montagna ed era accolto con affettuosa compiacenza; e lo strano era questo, e che riusciva inesplicabile pel giovanotto: Pietro il Toro di modi burberi e scontrosi con tutti, era come lui quasi umile e gli parlava con una certa sommissione. Il giorno in cui seppe che il giovanotto era gravemente ammalato, passò più notti al capezzale di lui col rischio di farsi sorprendere dai gendarmi che avevano avuto l’ordine di arrestarlo. Al par dello stesso Carmine aveva a cuore l’avvenire del giovane che già aveva varcato i venti anni e mal volentieri si piegava ai lavori dei campi quantunque ben lo comprendesse, l’aiutare il vecchio Carmine che aveva preso a coltivare anche il poderetto di Pietro il Toro, fosse un obbligo per lui.
— L’inclinazione di questo nostro giovanotto è per le armi. Io ne farei un soldato — disse un giorno Pietro il Toro discorrendo col suo amico.
— Il duca di Fagnano ha bisogno di un armigero. Lo prenderebbe volentieri al suo servizio...
— Mai, no, mai! — esclamò Pietro il Toro guardando fisso il suo amico.
— Hai ragione, sì, hai ragione — mormorò questi — sono uno sciocco!
Fu allora che il cardinale Ruffo sbarcò in Calabria e chiamò intorno a sè tutti coloro i quali volessero combattere pel Re legittimo e per la Religione: e fu Pietro il Toro che indusse il giovane Riccardo a seguirlo. Il giovane se da una parte vedeva aprirsi un vasto orizzonte ad una certa confusa ambizione che covava nell’animo, dall’altra un sentimento che ancora non aveva nome per lui, un sentimento vago, senza propositi gli rendeva sordamente increscioso il doversi allontanare da quel luogo. A diciotto anni aveva trovato un giorno in un viale del castello del duca una collana d’oro con una bella crocetta tutta petruzze scintillanti: certo apparteneva alla figliuola del duca che allora allora era passata a cavallo con un seguito di armigeri: il giovanotto l’aveva raccolta, era andato al castello e per favore singolare era stato ammesso alla presenza della duchessina che piangeva pel gioiello disperso essendo esso una memoria di sua madre. Era stata tale la gioia che la giovinetta gli si era slanciata incontro e lo aveva ringraziato con una effusione pressochè sconveniente per una donna del suo grado. Poi rivoltasi alla governante, una vecchia signora dall’aria burbera ed altezzosa, le aveva detto mentre rimetteva al collo la collana di dare una buona mancia a quel contadinello.
Il contadinello aveva arrossito e senza attendere che la vecchia signora eseguisse l’ordine della duchessina era andato via.