Ma da quel giorno non sapeva bene qual sentimento nuovo, strano, imprecisabile ed ineffabile gli era nato nell’anima: dapprima celato a tutti, poi intravisto da pochi che avevan dimestichezza col giovanotto, e specialmente da una vecchia amica di zio Carmine, certa Geltrude, che viveva dei provventi di un mulino giù nella vallata e che accoglieva volentieri il giovanotto allorchè si recava da lei. E fu appunto essa che un giorno, vedendolo seguire con uno sguardo pensoso la duchessina che passava fra la consueta scorta degli armigeri, aveva detto ridendo al giovane:
— Ti piace, eh, ti piace? Non sei di cattivo gusto! Capperi, la figlia di una dei più grandi signori del Regno e per giunta bella e luminosa come un raggio di sole! Va fatti soldato, torna generale e tela daranno in isposa.
Il vecchio Carmine fece un gesto di stupore quando la sua amica Geltrude gli parlò di quello che le era parso di leggere nell’animo del giovane, ma non se ne mostrò sdegnato quasi che non gli fosse parso punto oltraggioso il qualsiasi sentimento del suo figliuolo adottivo verso quella superba figlia di uno dei più nobili signori del regno, come sarebbe parso agli altri di quel paesello, anzi un giorno in cui sorprese il giovanotto col naso in aria e gli occhi fissi sul lontano castello aveva detto: sarebbe una bella moglie per te! con un accento che aveva della ironia, ma aveva anche una certa tristezza.
E perciò Riccardo, il figlio adottivo di colui che era chiamato zio Carmine, pure anelando di uscir da quella solitudine in cui la sua gagliarda giovinezza si disfaceva, nel dividersi da zio Carmine e da Geltrude, che erano stati i soli suoi amici, nel cingere al fianco il coltellaccio e nel mettersi in ispalla la carabina che zio Carmine gli aveva regalato; sentì come se una acuta spinta gli pungesse il cuore. Ed era partito seguendo Pietro il Toro con una speranza nell’animo ingenuo e gonfio di illusioni, di tornar generale.
La bellezza della persona, l’ardire che gli si leggeva nello sguardo eran piaciuti al Cardinale che volendo metter su un reggimento di milizia regolare col nome Real Calabria andava scegliendo fra i più prestanti di coloro che erano accorsi a lui, per farne un corpo disciplinato che fosse di nucleo agli altri. E il giovane Riccardo vi fu ammesso come soldato; ma nelle diverse fazioni era stato tale il suo valore, che salendo man mano di grado, era stato per la temerità dimostrata nell’assalto del forte di Vigliena promosso a capitano. Bisogna però dire che egli non aveva commesso nessuna di quelle nefandezze che disonorarono quell’eroica impresa: che era stato pietoso coi vinti, umano coi nemici e che più volte anzi aveva impedito che si commettessero quelle sceleraggini che il Cardinale pur volendo, pur deplorandole, non aveva saputo evitare.
Onde dopo la sanguinosa campagna i due amici, Pietro il Toro e capitan Riccardo si trovarono insieme, non sapendo a qual partito appigliarsi. Il Cardinale si era dimesso; il Re era tornato dalla Sicilia e pareva del tutto dimentico di coloro che avevano sparso tanto sangue per rimetterlo sul trono: le bande si erano disciolte; i gradi conseguiti non eran riconosciuti: il vecchio bandito ed il giovane capitano si trovarono soli e come perduti nella immensa Napoli che avevano ritolta ai repubblicani per ridarla al re legittimo.
— Tu partisti per divenir generale, ritorni ora capitano — disse ridendo Pietro il Toro — più fortunato di me che torno quel che ero, ma con qualche piastra in tasca che tu non hai.
E i due amici fecero la via servendosi un po’ per uno del cavallo di capitan Riccardo, che il giovane aveva guadagnato in uno scontro coi repubblicani. Pure, mentre Pietro il Toro tornava alla coltura del suo poderello, il giovane che sdegnava di vivere in ozio, oramai però esperto del mondo, si era dato a negoziare di bestiame che trasportava in Sicilia per rivenderlo. Aveva ricacciato in fondo al cuore il qualsiasi sentimento che gli faceva vagheggiar l’immagine della figliuola del Duca, la quale aveva rivista non sapendo trattenere un sussulto dell’anima sua, e ne era stato per la prima volta guardato con una certa curiosità benevola, poichè si era sparso nel paesello la fama delle prodezze da lui compiute. Ma aveva vissuto pur troppo in quei sei mesi a contatto del mondo perchè potesse accarezzar nell’anima sua le ingenue illusioni della prima giovinezza e si era dato ai suoi commerci coi quali sperava di farsi uno stato modesto e tranquillo.
Quando un bel giorno un messo giunto da Napoli aveva chiesto di lui al vecchio Carmine; quel messo che non aveva voluto dire chi lo mandasse, lo invitava a recarsi a Napoli ove in un luogo che poi gli sarebbe indicato avrebbe visto raccolti tutti gli antichi capibanda delle milizie sanfediste: quel messo gli conferiva la facoltà di condurre a tal convegno coloro che si erano segnalati nell’impresa del Cardinale, e nel dir ciò porgeva al giovane una borsa con duecento piastre per la spesa del viaggio di lui e degli altri che avrebbe condotto seco. Ah, finalmente! era quella, quella la fortuna che da tanto aspettava, chè mai si era piegato a quella vita monotona e triste del mercante di bestiame. A ben altro si sentiva nato: sentiva di aver in sè un tesoro di energie: anelava alla lotta, ad una esistenza di perigli e di grandi imprese; quando si parlava delle guerre che altrove si combattevano, quando sentiva discorrere di coloro che nati poveri ed oscuri avevano conquistato sui campi di battaglia un nome famoso, un grado cospicuo, un titolo, ed alcuni erano giunti fino a cingere una corona; quando in qualche giornale capitato chi sa come in quel suo paesello leggeva il racconto delle fiere battaglie coi nomi di coloro che avevano in esse trionfato od anche che in esse erano gloriosamente od eroicamente morti, sentiva come una invidia ed insieme un dolore profondo che a lui fosse negato tanto di raggiungere la meta che la sua confusa ambizione gli additava, quanto di morire eroicamente e gloriosamente nello assalto di un ridotto o nella difesa di una trincea.
I cinque mesi della sanguinosa reazione che aveva fatto crollare la Repubblica partenopea erano stati i più belli della sua giovane vita: la prova che aveva dato di sè e che aveva attirato l’attenzione dello stesso Cardinale, lo avevano persuaso di esser nato per la guerra, non per quella combattuta sì ferocemente accanto a coloro che la consideravano un mezzo per appagare le più turpi passioni e per far bottino; non accomunato ai ladri ed agli assassini che avevano sparso intorno a sè il terrore e che avevano commesso tante inaudite nefandezze: non contro i suoi stessi concittadini devastando, incendiando, depredando, ma per quella combattuta lealmente contro gli eserciti stranieri sui campi di battaglia. Dopo quei cinque mesi, aveva dovuto soffocare le speranze e le ambizioni; aveva dovuto considerar come inutilmente sparso il suo sangue col quale aveva pure conquistato un grado: aveva dovuto tornare nella volgarità della vita paesana a vendere e rivendere pecore e buoi, rinunciando al proposito col quale si era votato di riparare all’oltraggio del destino col farsi un nome glorioso. Ma ecco che di nuovo la fortuna picchiava alla sua porta con la mano di quello ignoto messaggero, perchè era evidente che gravi avvenimenti maturavano e che si aveva bisogno ancora del braccio di coloro che, a parte l’indole malvagia e delittuosa di alcuni, avevan dato prova di tanto valore guerresco, e questa volta forse si sarebbe combattuto non contro i propri concittadini, ma contro lo straniero.