I tre si allontanarono, ma nel loro viso si leggeva come un vago scontento.

— Che ne dite? — fece il Magaro fermandosi quando furono un cinquanta passi di là dal luogo in cui avevano lasciato il giovane. — A me pare che capitan Riccardo sia ben più sorpreso di noi di quello che gli è accaduto e di trovarsi lì. Ci guardava come se aspettasse da noi una spiegazione. Non è vero, Pietro?

— Ebbene, sì. Anzi io credo che ci abbia voluto allontanare per riflettere, che so io, per sbrogliare la matassa. Se fossi stato solo con lui, lo avrei indotto a parlare... con me non avrebbe fatto misteri...

— Ma insomma — fece il Ghiro alzando le spalle — che può importare a noi di quel che ci nasconde? Dagli effetti dobbiamo credere che non debba e non dobbiamo essere poi scontenti del come vanno le cose. Per sette giorni abbiamo mangiato, bevuto e dormito come signori: danaro in tasca per il resto non ce ne è mancato ed io ho ancora qualche piastra... Lui, il capitano, non ha più, è vero il suo bell’abito di calabrese, ma in compenso, è vestito come un barone, ha con sè delle armi magnifiche, due magnifici cavalli e una valigia piena di chi sa che ben di Dio. Andiamo a far merenda, sentite a me, che le cose non potevano andar meglio del come sono andate.

Capitan Riccardo era rimasto immobile, pensoso, con gli occhi fissi a sè dinanzi, ma volti a contemplar le visioni dell’animo suo. A lui pareva che quella donna, di cui non sapeva il nome, di cui non sapeva la casa nella quale era pure vissuto per sette giorni, si fosse allora allora distaccata da lui, ne sentiva ancora il sapore dei baci, ne sentiva ancora il profumo acre nella sua inebriante dolcezza, ne sentiva ancora fra le braccia il corpo morbido e caldo. E come si trovava là, in quel lido deserto, presso quel mare, sotto quel sole, lui che testè si era addormentato col capo sul seno di quella donna, dalla quale si era inteso amato con sì ardente passione come se da molti anni le avesse acceso il sangue ed infiammato il cuore e di cui aveva inteso tutto l’ineffabile fascino nel sangue e nella carne? E chi era, chi era quella donna che in sì breve tempo era entrata tanto violentemente nella vita di lui, della quale forse per tutto il viver suo avrebbe dovuto subire l’influenza? Chi era quella donna che andava mascherata in un veglione tra la folla ebbra dal piacere; che riconosciuta era stata atrocemente ingiuriata; che lo aveva fatto raccogliere ferito, che lo aveva fatto curare, che lo aveva tenuto per sette giorni prigioniero e che in quella notte gli si era data con tanto fremente abbandono? Chi era quella donna che aveva servi così devoti, medici così discreti; che aveva fatto ricercare i compagni di lui e aveva provveduto largamente al bisognevole e che poi li aveva fatti avvertire che lui in quel mattino, in quell’ora, si sarebbe trovato in quel lido? Chi era, chi era la donatrice dei due bellissimi cavalli, delle armi degne di un principe, e che lo aveva fatto portare in quel lido mentre era addormentato? E come, come il suo sonno era stato sì duro, sì tenace da resistere mentre al certo avevan dovuto vestirlo di quegli abiti, prenderlo in braccio adagiarlo in una barca e deporlo poi su quella spiaggia?

— Ah! — esclamò lui ricordandosi della voglia che ella aveva avuto di bere e dell’aver voluto che lui bevesse pel primo. — Ah! la bottiglietta, la bottiglietta! Certo vi aveva messo un potente narcotico.

Ma chi era, chi era quella donna?

Un lampo gli attraversò il cervello; lesse un nome in quel lampo.

Sua Maestà la Regina!

Fu un lampo, fu un nome che lo fece rabbrividire. Per lui la Regina, come ogni cosa che avesse il fastigio della regalità, e come per tutti che vivevano lontani dalla città in cui la Corte risiedeva stabilmente o per poco, la Regina assai più del Re era un essere così in alto, così lontano dal reale, dal sensibile, da tutto ciò che avesse attinenza con la vita degli altri uomini, da esser considerata più come una idea che come una persona. Le romanze che i vecchi contadini raccontavano la sera accanto al fuoco la dipingevano come fatta di sole, con una corona di gemme sulla fronte, seduta su un trono d’oro custodito da tigri e da leoni: si nutriva di pane d’oro servito in piatti d’oro, e le parole fatali che le uscivano dalla bocca di corallo erano ascoltate in ginocchio, e con gli occhi chini, e guai, guai a sollevarli perchè il fulgore delle reali pupille era tale che gli imprudenti ne sarebbero rimasti accecati. Ora lui che per quella Regina, per quel Re aveva versato il suo sangue, era stato troppo a contatto con la gente che aveva visto da vicino nel suo palazzo, le regali persone per aver la stessa ingenua credenza dei contadini delle sue montagne; non pertanto gliene era rimasto un sacro rispetto, un profondo convincimento che fossero immuni dalle debolezze e dalle passioni umane e che Dio ad esse avesse conferito il diritto di vita e di morte sui loro sudditi. Come dunque credere che dal soglio quella donna fosse discesa fino a lui; che egli avesse baciato quella bocca la cui parola poteva essere una grazia od una condanna; avesse baciato quella fronte su cui posava la regale corona: che egli, infine, povero trovatello, povero ed oscuro soldato di ventura, fosse rivale di un Re e avesse avuto fra le braccia fremente di amore la figlia di una Imperatrice?