— Alla porta — gridarono alcuni altri che si erano fatti intorno alla bella fioraia e col pretesto di ricomporle le vesti ne carezzavano le spalle bianche e grassocce — alla porta.
A quelle grida la folla non sapendo l’accaduto si era riversata tutta intorno al gruppo delle quattro mascherine, impedendo così a colui che era stato causa del fermento di rompere il cerchio che si era fatto intorno a lui. Se ne stava immobile sotto la maschera, volgendo qua e là due occhietti grigi quasi incerto se proprio a lui si rivolgessero quelle voci, ma non potè dubitarne quando un pulcinella alto e robusto con un gran naso di cartapesta, con voce chiocciante gli gridò all’orecchio:
— Hai inteso, hai inteso? Alla porta, facchinaccio.
— Ah, santo diavolo! — urlò l’ometto — dite proprio a me?
— A te, sì — risposero alcuni mostrando le pugna.
— A me per aver risposto all’urto di quella sguaiatella infarinata come un pesce da friggere?
— Te lo do io in faccia il pesce da friggere — urlò il pulcinella che fidava forse un po’ troppo sulla sua forza muscolare.
Ed alzò il braccio, ma di un tratto si intese sollevato di peso: l’omiciattolo lo aveva abbrancato per le gambe e incurante dei pugni, che l’altro gli faceva piovere sulla testa, lo sollevò sulle braccia gridando alle maschere:
— Largo, largo, altrimenti ve lo scaravento addosso!
E senza visibile sforzo si aprì il passo tra la folla, che mutabile come è sempre d’impressione, si diede a ridere e ad urlare dietro al nano, che imperturbato portava sulle braccia quel gigante cui accrescevano comicità le vesti di pulcinella. La musoneria per l’attesa della Regina si era rotta di un tratto. La folla dei palchetti si sporgeva per veder meglio, e le risate, le voci, i battimani si confondevamo in un rumore assordante.