«Colei per la quale voi rischiaste la vita, non può per adesso svelarvi il suo nome: però da vicino o da lontano veglierà su voi sicura che vi manterrete sempre degno della sua fiducia e del suo interessamento. Ogni indagine per sapere chi essa sia vi è proibita; perdereste il suo favore, che vi farà toccare una altissima meta, se propalaste ciò che in questi giorni vi è parso un mistero e che vi sarà svelato a suo tempo; e poichè la persona che vi scrive è abbastanza potente sareste anche punito delle vostre indiscrezioni. Ubbidite ciecamente, senza indagarne mai le ragioni, agli ordini che ella vi farà giungere: siano la vostra mente e il vostro braccio sempre ed ovunque consacrati a lei e un giorno benedirete l’incontro di quella notte ed il sangue sparso per una sconosciuta. Avendo garantito per voi e pel credito che chi scrive gode presso i nostri Sovrani, ha potuto ottenere per voi la nomina ad emissario segreto di S. M. la Regina e qui acclusa troverete una carta che vi darà autorità di fidato intermediario sui i capi del movimento che si inizierà fra poco a sostegno dei diritti del nostro legittimo Re. Che la vostra fierezza non si adombri pel contenuto della valigia: è il vostro stipendio di un anno che vi si manda in nome e per conto di Sua Maestà; le armi i cavalli sono il dono della dama al bello e prode cavaliere. E pensate che la vostra vita oramai appartiene all’amore di lei e alla vostra fortuna».
Dopo aver letto il giovane rimase con gli occhi fissi su i caratteri come per chiedere ad essi il segreto che nascondevano, e la spiegazione del mistero che diveniva sempre più fitto. Ma compiegato al foglio ce ne era un altro la cui lettura lo fece trasalire. In esso era scritto:
«Ordino a tutti i capi della banda che combattono pel Re legittimo dato da Dio a questo regno, di riconoscere come mio emissario segreto il colonnello Riccardo e di ubbidire ai suoi ordini come se fossero i miei».
Carolina d’Austria Regina di Napoli.
Presso la firma era impresso un gran siggillo rosso con lo stemma reale.
— Emissario segreto della Regina! — mormorò il giovane ancora trasognato. — Io, io? Con autorità suprema su tutti i capi delle bande! Colonnello, io?
Si passò la mano sulla fronte, tornò di nuovo a leggere il biglietto... Era un’allucinazione era perfido giuoco della fantasia? Pure quell’oro, quelle armi, quei cavalli erano lì sotto e innanzi ai suoi occhi. E quella donna, restava pur sempre un ignoto per lui! E oltre la Regina cui doveva quel grado, quello ufficio, quella missione, ci era un’altra donna che d’ora in poi era padrona e signora della sua vita? O forse quel che doveva alla Regina doveva anche all’ignota! Eran due le padrone o era una della sua vita, una regina ed amante, che fondeva insieme l’amore e la politica, che lo armava per una guerra terribile e sanguinosa e gli riprometteva la dolcezza inebriante dei suoi baci?
Alzò il capo, si guardò intorno, poi lo sguardo rimase fisso sulle tre navi reali che si allontanavano sempre più con le vele spiegate, e col bianco pavese dell’albero di maestro spiegato ai venti. Sentiva, come se un filo misterioso lo unisse a qualcuno che era in quella nave; sentiva nel suo pensiero, nell’anima sua la vibrazione di un’altra anima, di un altro pensiero. Gli pareva che fosse in un altro mondo, che vivesse lì un’altra vita, che lui fosse un altro. Che cosa era rimasto in lui di un passato pure così recente? Come gli appariva lontano e confusa nella nebbia la casetta di zio Carmine, il molino di Geltrude, il castello...
Ah, no, no, una immagine si designava nettamente in quella nebbia lontana, una immagine che obbliata per poco sorgeva dal fondo dell’anima sua: l’immagine di Alma. Ma, cosa strana, a lui pareva che ormai non avesse più il diritto di affissare in essa lo sguardo; a lui pareva di farle oltraggio col rievocarla e che anche quella limpida e bianca idealità che per tanti anni era stato il più puro, il più dolce sentimento dell’anima sua dovesse morire col passato che in quel punto era morto.
Ma quale, quale sarebbe stata la sua nuova vita, quale il suo avvenire? La guerra, una guerra atroce, terribile, in cui forse sarebbe morto; ma non era questo che gli importava; ma vinto o vincitore, se il ferro e il piombo nemico l’avessero lasciato incolume, quale catastrofe o quale apoteosi l’attendeva? Dove l’avrebbe tratta la mano morbida di quella donna che la notte innanzi aveva inteso carezzevole fra i ricci dei suoi capelli e che adesso sentiva poderoso come se per gli stessi capelli l’avesse afferrato e lo tirasse dietro a sè. Dove? Nell’abisso in cui precipitano i delusi che non seppero padroneggiar la fortuna, o sulla vetta in cui giungono i forti e gli audaci?