— Non far la sciocca, andiamo — le rispose. — Ti assicuro che adesso, dopo quaranta anni tu ne avevi venticinque ed io trenta, ricordati, non desteremmo scandalo neanche se ti trovassero seduta su i miei ginocchi...
Era stata al certo una bella donna quella vecchietta rugosa e bianca che l’età aveva stremata, e che pareva ancor memore dei bei tempi della giovinezza.
Stettero per poco in silenzio. L’uragano continuava.
— Ti farò un lettuccio presso a questo buon fuoco — disse Carmine che fumava raccolto in angolo della cassapanca. — Se dimani schiarirà, te ne andrai di buon mattino.
— Credo anche io — rispose Geltrude — che sarebbe imprudenza tornare al molino. Ma ti avverto che non ho sonno e che tu devi mantenermi la promessa che mi facesti tante volte.
— Quale promessa?
— Di narrarmi tutta la storia dei due fratelli, dei due duchi di Fagnano... A proposito, hai avuto nuove di Riccardo?
Carmine trasalì e levandosi la pipa di bocca guardò la mugnaia.
— A proposito? A proposito di che? — chiese con evidente mal’umore.
— Via, via, siamo soli, non è vero? Nessun timore che si possa origliare all’uscio di strada: ognuno a quest’ora e con questo tempaccio se ne sta rintanato innanzi al focolare. Eppoi non hai compreso da certe mie parole che qualche cosa la so anche io? Quando ci accorgemmo che Riccardo aveva una certa idea che a nessuno nato come lui sarebbe venuta in testa: che egli da questa povera casuccia ove fu raccolto per carità, aveva osato alzar gli occhi tanto in alto, in alto sia pure per contemplar la stella che vi splendeva, nè tu nè io ce ne mostrammo sorpresi, come se ce l’aspettassimo, come se fosse una cosa naturale, ed invece in un altro come lui sarebbe stato una cosa da non potere esser pensata neanche dalla mente di un pazzo.